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Inediti 28.03.2017

Alberto Cristofori. Nudità

Un romanzo in forma di racconti. O racconti a forma di romanzo. Valutate voi, leggendo il bellissimo Nudità, seconda prova letteraria di Alberto Cristofori (Bompiani): un labirinto narrativo dove le singole “composizioni” recano rimandi e mettono in luce legami con le altre, e non solo perché un racconto della raccolta si intitola, appunto, “Labirinto”. Sembra che tutte le parti che compongono il libro tengano teso un filo: quello della trasformazione, del cambiamento. Una trasformazione che è sfida alla ricerca, all’interrogarsi sul proprio sé, all’esplorarsi. Sullo sfondo di tutte le storie una Milano che è sfondo di risvegli, traumi, prese di coscienza, illuminazioni. Nudità è un’occasione da leggere.

Paolo Melissi

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Quel pomeriggio, poco dopo le quattro, squillò il telefono. Francesco stava approfittando dell’assenza dei vicini per sparare a tutto volume il Requiem di Verdi. Erano anni che non lo ascoltava, in verità: preferiva cose tipo lo Stabat Mater di Pergolesi o la Messa in La bemolle di Schubert, cose più equilibrate, diciamo così, più… tiepide, che si potevano sentire anche di sera, a un volume più ragionevole, senza disturbare nessuno.

Ma Verdi no, voleva essere gridato – perché la sua messa era un grido di protesta, un’accusa a Dio, in fondo. Mors stupebit… mors stupebit et natura cum resurget creatura… ruggiva Raimondi.

E Francesco, dirigendo l’orchestra con le braccia allargate e gli occhi semichiusi, ruggiva e piangeva e imprecava con lui. Chi se ne frega se la morte stupirà quando i corpi risorgeranno?

Sono io, adesso, che non voglio credere alla morte, che resto senza fiato all’idea, solo all’idea, di sprofondare nel nulla. Tu sei onnipotente e onnisciente e buono, e quindi dovevi sapere che mi creavi con dentro questo desiderio di vivere per sempre, all’infinito: perché allora mi hai fatto mortale? Francesco, agitando le braccia, immaginava di afferrare quel rex tremendae maiestatis per il bavero della giacca e di esigere spiegazioni, qui, subito, a quattr’occhi: altro che Kyrie eleison!

Altro che iudicanti responsura! Sono io quello che ti giudica! Rispondimi, maledetto!

Era una riscoperta, quel Verdi – la riscoperta di un piacere acre e un po’ volgare, di cui Francesco aveva un ricordo lontano, ma che non considerava più parte della sua personalità adulta: il piacere di lasciare libero sfogo, sia pure “sulle ali dell’arte”, a emozioni meno intellettuali, meno astratte, meno pulite di quelle che da troppo tempo si concedeva di provare.

Lo squillo improvviso che lo distoglieva da queste recitazioni e lo costringeva ad abbassare il volume, a tornare nel mondo reale, fu quasi benvenuto.

Pronto!”

Francesco?”

Sì, ciao!” rispose.

Era Laura.

Mi riconosci?”

Francesco ebbe un attimo di esitazione. La voce, dolce e piena, era quella, inconfondibile, ma… la domanda era strana. E cosa poteva volere? Si erano visti meno di un’ora prima…

Laura?” disse incerto.

Ah, è così che si chiama, allora!”

No, non era Laura. Lo strumento era il suo, ma la musica no: il modo di pronunciare le parole e il ritmo delle frasi no. Chiaramente si era sbagliato. Provò un senso di irritazione verso se stesso.

Scusi, ma chi parla?”

Non mi riconosci neanche? Ma no, fai finta, come al solito…

E chi è questa Laura? Brutto porco schifoso!”

Francesco interruppe di scatto la comunicazione. Una pazza.O lo scherzo di qualche idiota.

Tornò indietro di una traccia e rialzò il volume. Mors… mors… Si distese sul divano e chiuse gli occhi.

*

I giardinetti sotto casa erano una giungla spaventosa e soffocante. I colori delle erbe e dei fiori avevano perso vivacità e brillantezza, come se la lampadina che (Francesco lo sapeva) doveva essere accesa, era stata accesa, prima, dentro a ogni stelo, foglia, petalo, si fosse fulminata. E tutto appariva spento, sfumato dalla nebbia del tempo: una di quelle vecchie foto che hanno incominciato a sbiadire. E in quel mondo etereo, appena accennato, Francesco si aggirava e cantava, cantava a piena voce, pur sentendosi mancare il respiro e chiedendosi da dove gli veniva tanta energia, tanto fuoco interno.

*

Si svegliò di soprassalto, leggermente sudato. Guardò l’ora, ancora confuso: sapeva di avere un impegno importante, irrimandabile…

Cazzo!” Erano le cinque passate: doveva essere in ospedale alle sei per la biopsia!

Corse in bagno, si sedette a orinare, si buttò dell’acqua fredda sul viso per liberarsi dalle ultime tracce di intontimento, asciugò con cura le gocce cadute sul lavabo, poi si infilò la giacca

e le scarpe. Prese i documenti. Controllò quanti soldi aveva nel portafoglio. Dov’erano finite le chiavi? Non erano nella serratura come al solito: dove le aveva appoggiate, entrando?

Dovette ripercorrere la cucina, il bagno, la sala. Finalmente le trovò, accanto al telefono.

Uscì e chiuse, chiamò l’ascensore. Quando fu in strada si ricordò che aveva lasciato acceso lo stereo. Ma che cazzo…? Non sarebbe rimasto fuori più di un’ora, due al massimo. Si fermò sui due piedi, esitando. Poi tornò indietro e spense l’impianto. Guardò di nuovo l’ora: mancavano pochi minuti alle cinque e mezza. Lo colse un senso di spossatezza invincibile. Si sedette sul divano e si concentrò sulla respirazione. Aveva i piedi informicolati e le gambe molli: si disse che lo sforzo necessario per alzarsi era superiore alle sue possibilità, eppure doveva farlo, doveva farlo a ogni costo. Poi si rese conto che l’appuntamento era per il giorno dopo.

© 2017 Giunti Editore S.p.a./Bompiani