990x27_promo
Inediti 10.05.2017

Alberto Rollo. Un’educazione milanese

cop rollo ILa città è un elemento da cui si può fuggire o che si può amare, ma da cui non ci si può sottrarre (mai). La città –  una città – ha il potere non solo di racchiudere e conservare la storia di un individuo, ma è parte integrante della sua geografia individuale, della sua formazione, della sua evoluzione. 

Alberto Rollo, direttore editoriale feltrinelliano, fa i conti con la propria città scrivendo Un’educazione milanese, pubblicata da Manni, compiendo una doppia operazione: il racconto di sé e quello, appunto, della città in cui la sua esistenza si è inscritta. E il titolo scelto per il libro già dice molto, in senso programmatico, del suo contenuto: educazione milanese, una sorta di forma che corrisponde poi – in qualche modo – alla forma dell’autore stesso. 

Così il corso delle pagine rimanda, di volta in volta, alla Milano operaia, a quella del boom economico, a quella del fermento politico e sociale, a quella della moda, della crescita verticale (non solo architettonica). Tutto concorre alla “formazione”, per usare le parole di Robert Walser riportate dall’autore in esergo: “Mi è caro il frastuono e il movimento incessante della metropoli. Ciò che perpetuamente scorre, costringe a una moralità”

A partire dall’incipit quella di Rollo è una ri-costruzione, in cui il lavoro mnemonico gioca un ruolo fondamentale: “C’è un episodio e c’è una voce da cui non posso prescindere: siamo in una mattina di cinquanta, una mattina primaverile di domenica suppongo, perché sono con mio padre in abiti festivi, che mi tiene per mano, l’aria è fresca, c’è una piccola folla nella piazza del quartiere in cui abitiamo (quella piazza Prealpi che mia madre si ostinava – non certo per adesione ideologica – a chiamare piazza Mario Asso, come si chiamava negli anni del fascismo). 

Ma il lavoro di Rollo non si limita a questo. L’auto-narrazione cresce di livello, e in un delicato quanto deciso trionfo del “piacere del testo” diventa narrazione della città, contenendo al suo interno, in filigrana, la riflessione sul “come” narrare una città, che già – di per sé – è un vero e proprio “lavoro”. Così la foresta tipografica della pagina restituisce volti, storie, e luoghi: i treni della Stazione Cadorna, la Stigler, fabbrica di ascensori in via Copernico dove lavorò per tutta la vita il nonno, i terrapieni della Ghisolfa, l’annuncio della morte di Giangiacomo Feltrinelli nel marzo ’72 all’Università Statale, il Piccolo Teatro di corso Magenta, il Liceo Omero alla Bullona, Porta Romana corso Lodi sulle tracce di Clemente Rebora, la Fiera Campionaria, il cinema in via Torino, la Casa Rustici dell’architetto Giuseppe Terragni. La storia individuale è connessa alla storia collettiva, in una maniera – non meccanica, non elencativa che sarebbe piaciuta al Georges Perec di Je me souviens o al Pierre Nora di Lieux de mémoire. Ed è lo stesso io narrante, ricordando notti solitarie di studi universitari e altre letture, che evoca il Walter Benjamin di Angelus Novus, annotando: “Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo come propriamente è stato. Significa impadronirsi di un ricordo come esse balena nell’istante di un pericolo“, seguita dal commento: “e la frase mi dava una specie di tremore, che si mescolava alla luce primaverile, e quel ricordo e quel tremore mi assordavano di speranza: passavo per un territorio familiare che diventava nuovo”.

Paolo Melissi

#

Si tratta di scegliere dove mettersi, per guardare una città. Mi piacerebbe ci fosse davvero un posto privilegiato. Ma avere un posto tradirebbe l’intenzione di capire, una delle intenzioni che più mi sono stancato di adottare. Quando nel mezzo di una frase cade “ho capito”, comincio a sospettare. Penso che l’illuminista impoverito che c’è in noi è pronto a balzare fuori e a guadagnarsi un po’ dello spazio che oggettivamente non ha più. Cerco di capire mia figli, e cerco di capire come difendermi quando il mondo, i datori di lavoro, persino gli amici, diventano troppo aggressivi. Ma una città?

Ho cominciato moli anni fa a pormi domande. Milano è così difficile da dire. Come ci si muove si sbaglia. Salvo casi rarissimi, penso ad esempio che i narratori che hanno fatto di Milano un fondale siano tutti caduti in qualche errore, di sopravvalutazione, di sottovalutazione, di colore che non c’è, di assenza di colori che è una pietosa banalità, di provincializzazione e di internazionalizzazione. Quando si dice che da un romanzo esce “una certa Milano” mi sale una forma di indistinta apprensione.

Non è da lì che voglio prendere le mosse, Voglio riprendere un’idea dei primi anni novanta, ripartire dallo sfrigolio di quella idea. Mettermi dalla parte della formazione che ho ricevuto stando non solo in una città, ma dentro una classe sociale, assorbendo modi e cultura che quella classe ha espresso dentro quella città. Non smetto di pensare di essere un testimone, il testimone di una classe e non solo di una famiglia che ha “fatto”, come si usa dire, Milano.

Nel frattempo il panorama è cambiato, non ha smesso di cambiare. Mi piace che l’architettura sia corpo, che abbia, dentro le idee che produce, un corpo, anzi tanti corpi, e mi piace che la mia attenzione sia attratta dall’episodio in sé ma anche dal paesaggio che produce. I veri urbanisti sanno che un progetto su larga scala vive, prende forma, solo quando è vissuto, modificato dall’azione quotidiana della vita civile. 

In cerca di un posto da cui guardare mi sono trovato spesso su ponti, e non solo perché la visione acquista una maggiore capacità di comprensione. I ponti scavalcano spesso le ferrovie e gli scali ferroviari, che sono diventati il vero nodo, politico ed economico, della metamorfosi metropolitana.