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Inediti 25.02.2012

Alessandro Zaccuri inedito. Dopo il miracolo.

Alessandro Zaccuri è un’illusione ottica: è velocissimo pur restando fermo. Il mondo gira vorticosamente attorno allo scrittore Zaccuri, ruota con le sue schegge caleidoscopiche che si compongono in immagine e si rifrangono. Zaccuri insegue la vorticosa rotazione del mondo. Meglio: dei mondi che si proiettano dalle pagine dei suoi libri in sequenze accelerate, e di cui suggerisce il filo di un senso nascosto, che pure ogni immagine ha: quello che lui insegue restando fermo. Zaccuri è Zen.
Provate a stargli dietro in quei libretti solo in apparenza stravaganti come In terra sconsacrata. Perché l’immaginario è ancora cristiano dove, rovesciando Rousseau, potremmo dire che l’autore “ pensa attraverso ciò che non è per spiegare ciò che è”: funzione fondamentale nell’immaginario della scrittura. E’ un tascabile Bompiani del 2008 dove si passa da un film horror come Silent Hill, al primo versetto del Vangelo di Giovanni, ai mostri, ai re, ai draghi nei mosaici della cattedrale di Otranto, alla scena finale di Matrix.
E’ proprio la velocità di questo repertorio dell’ immaginario , cristiano o no, ciò che mi fa tornare alla lettura del precedente Infinita notte, ovverosia Sanremo on air, come suggerisce la copertina mondadoriana: un romanzo di impossibile totale riuscita ma unico nella spasmodicità del gioco estremo di costruire un caleidoscopio letterario trasformando la spazzatura in un vortice di schegge di cristallo. A questo punto viene in mente la “trama della sestina con l’avanzare e retrocedere dei soggetti” di cui parla Zaccuri in un incontro con la redazione di Letture per l’uscita del suo primo romanzo Il signor figlio, romanzo di costruzione musicale, come qualcuno lo ha definito, di doppia e tripla fuga.
Ma la girandola vorticosa del mondo ha anche i suoi andante e i suoi adagio: ai primi aggiudicherei Milano, la città di nessuno,un “reportage visionario” come lo definisce l’autore; ai secondi Dopo il miracolo di imminente uscita da Mondadori. A proposito di questo nuovo romanzo sarebbe facile parlare, e qualcuno di sicuro ne parlerà, di una “svolta” del narratore Zaccuri. Ma le svolte di uno scrittore non esistono. Uno scrittore procede senza svoltare mai. Le sue svolte sono solo apparenti ( ancora l’apparenza).
In un paese dell’Appennino il dodicesimo figlio del ricco viticultore Defanti viene trovato impiccato alla cancellata del seminario della Vrezza. Suicidio su cui indaga l’ispettore Canova. La soluzione, se così si può dire senza svelare la trama, sta nella parola “miracolo”: miracolo è quello del caseggiato della Vrezza, scampato alle soldataglie napoleoniche, in cui ora alloggia il seminario; miracolo è la nascita del primo figlio dei Defanti al quale ne seguiranno altri undici; miracolo è la resurrezione della piccola Miriam per opera involontaria di don Alberto , prete tuttaltro che disponibile al soprannaturale. Tutto è miracolo. Ma non è questo che conta , non è il ‘fatto’ miracoloso ma, come bene indica il titolo, è Dopo il miracolo: ciò che il miracolo comporta per chi lo riceve. O, più semplicemente: per chi lo subisce. Scende il mistero. Sappiamo bene che in ogni religione il mistero riveste un ruolo determinante.Dopo il miracolo è un romanzo del mistero, non nel senso più apparente (ancora l’apparenza) dell’indagine, che pure viene condotta, ma in quello della fede. “Mistero della fede”: Quel credere che riveste di mistero ogni ‘avvenimento’ che chiamiamo ‘fatto’. E’ la crisi del reale.La realtà non esiste per se stessa, ma solo nel mistero. Ogni tanto il mistero può scivolare nella superstizione, che è sorellastra del mistero, ma i racconti di torme di fantasmi, come quelli che si possono incontrare salendo di notte oltre la Vrezza, svaniscono nell’irrealtà di fronte alla realtà del mistero.
Per Alessandro Zaccuri non si è ancora parlato di “scrittore cattolico”. Ma questa volta , con Dopo il miracolo, potrebbe toccare anche a lui. Ma corre talmente veloce sul filo che, forse, se la caverà.

Ferruccio Parazzoli

 

«Si parla del nostro padrone di casa, vedo» disse don Alberto scorrendo le prime pagine del libro, nel quale erano stati raccolti opuscoli di formato lievemente diseguale tra loro, tutti pubblicati da una tipografia del Sasso nei primi decenni dell’Ottocento. Una sorta di devoto feuilleton, concepito forse per caso e discontinuo nei frontespizi, nelle intestazioni.
Sulla prima pagina della legatura una mano svolazzante aveva vergato un titolo che ora don Guglielmo declamava a memoria:
«Memorie per servire alla Vita del Marchese Eurico Acciardi della Vrez- za, esatto. Sono scritti di un letterato dell’epoca, il Visnenghi, Gian Cosimo Visnenghi, uno che gli Acciardi li conosceva bene: precetto- re, custode dell’archivio, quel mestiere lì. Per un certo periodo era circolata l’ipotesi di un processo di beatificazione, sa? Per il mar- chese, dico, non per il Gian Cosimo. Poi è arrivato il Risorgimento, lo Stato pontificio è andato a gambe quarantotto e il buon Eurico è rimasto senza aureola.»
«Ma sarà in paradiso lo stesso, lei che ne dice?» chiese don Alberto, desideroso di stare al gioco.
«Ah, se non c’è lui non so chi dovrebbe esserci» rispose don Guglilemo con una rapidità che smise subito di apparire ingenua. «Chi fa miracoli, ci va diritto, in paradiso» concluse fissando lo sguardo in quello di don Alberto.
Rimasero così per qualche istante. Fu il teologo a cedere, abbas- sando gli occhi come, del resto, gli capitava spesso.
«La ringrazio» mormorò, «sarà senz’altro una lettura istruttiva.»
«Più che altro sono resoconti sul miracolo della Vrezza, sa: la storia di Napoleone e tutto il resto» spiegò don Guglielmo, come se niente fosse accaduto. «Ma verso la metà della raccolta dovrebbe trovare un episodio curioso. Io ci ripenso spesso, di questi tempi. Sarebbe successo su a Galtieri, alla torre monca. Non a Eurico, però. Cerchi il resoconto di un certo Sigismondo. E preghi un po’, almeno stasera.»
Don Alberto avrebbe voluto replicare che pregava spesso, non c’era bisogno che si disturbassero a ricordarglielo. Pensare è già pregare, è la preghiera che solo l’uomo può innalzare a Dio: lo ripeteva sempre a lezione, consapevole dell’effetto che la frase immancabilmente otteneva, in onta alla contraddizione implicita. Oltre all’uomo, chi avrebbe potuto pregare? Gli animali, forse? Le piante? O le rocce, le lontananze silenziose del cielo stellato? Non che gli dispiacessero, queste ipotesi panteiste. Ma tra i suoi studenti, purtroppo, nessuno pareva notare l’implicazione eterodossa contenuta in quell’esaltazione dell’umano raziocinio. Io penso sempre, quindi prego sempre, avrebbe voluto rispondere a don Guglielmo. Ma il vecchio prete era già in fondo alle scale. Aveva fatto quello che doveva, aveva detto quello che voleva.

Affermava il Visnenghi (la cui prosa non era priva di una certa sonorità) che il marchese Eurico aveva intrattenuto amichevoli rapporti epistolari con un Sigismondo von qualcosa, nobiluomo suo pari, austriaco di Graz e non meno baciapile del corrispondente italiano. Avanti negli anni, ma ancora abbastanza vigoroso per intraprendere un pellegrinaggio, costui aveva stabilito di varcare a piedi le Alpi e di discendere fino alla Città Santa per visitare un’ultima volta le tombe dei papi. Aveva informato del proposito Eurico il quale, dopo avergli spiegato quanto modesta fosse la diversione che separava la Vrezza dalla via Francigena, l’aveva convinto a sostare da lui una notte o due durante il pellegrinaggio. Sigismondo era accompagnato da un servitore, che era stato assalito da una febbre all’altezza di Piacenza. Qui il famulo era stato affidato alle cure di un bravo oste con l’accordo che, una volta ristabilito, avrebbe raggiunto il padrone presso gli Acciardi.
Sigismondo si era così avventurato da solo in direzione della Vrezza e, disabituato com’era a raccapezzarsi sulla strada da prendere, aveva creduto di abbreviare il cammino imboccando un sentiero che da ripido si era fatto impervio e lo aveva condotto, procedendo a strappi e costeggiando strapiombi, fino a una località che era stata poi identificata con Galtieri. Quando si era presentato da Eurico, a notte fonda, l’ospite era ancora eccitato dallo spettacolo che gli si era parato innanzi mentre cercava di ristorarsi fra le rovine della rocca. Esauriti i convenevoli, il marchese si sentì rivolgere un’osservazione che, scherzosa nelle intenzioni, lo turbò immediatamente. «Non sapevo» disse Sigismondo nel suo italiano ricercato e legnoso «che da voi fosse già tempo di carnevale. Sapeste, amico mio, in quale mascherata mi sono imbattuto…»
Era settembre inoltrato e in quest’angolo di Appennino capitano giornate umide e scure, del tutto invernali a dispetto del calendario. Lo spiazzo su cui sorgeva la torre monca, inoltre, era esposto a settentrione e questa era stata tra le cause della decadenza toccata al maniero. Si aggiunga che era l’ora del tramonto e che l’austriaco si apprestava a passare la notte all’addiaccio, e si capirà con quanto sollievo avesse accolto l’apparizione di un piccolo corteo diretto verso i ruderi. Di primo acchito gli era parso strano che, nonostante il buio incipiente, nessuno della carovana portasse lampada o torcia. Eppure avanzavano sicuri, forse perché erano del posto e conoscevano bene il sentiero che discendeva a precipizio dal monte.
Il drappello era composto da una dozzina di persone, tra uomini e donne. A precederli, montato su un cavallo così tozzo da confondersi con un mulo, veniva un condottiero che non avresti saputo dire se ridicolo o spaventoso. Era un omone grosso, con un gran paio di braccia nerborute che spuntavano nude da una pelliccia malamente conciata. Anche il petto era nudo, e nudo l’addome su cui i muscoli iniziavano a cedere, rimanendo tuttavia temibili. Più in là, per decenza, Sigismondo evitò di affondare lo sguardo. Cercò allora di decifrare i lineamenti del volto, quasi del tutto nascosti dal copricapo che era stato ottenuto dalla stessa pelliccia adagiata sul corpo. Difficile, in quella penombra, stabilire se il muso spalancato e calcato in testa come un berretto fosse appartenuto a un lupo oppure a un orso. Il lezzo che ne saliva era comunque insopportabile, come se la bestia fosse stata scuoiata da poco e la sua pelle indossata di corsa, prima che il fortore del sangue iniziasse a svaporare. Il cavaliere barcollava a ogni scossone, denunciando forse un’ebbrezza che avrebbe potuto spiegare perché sudasse tanto mentre tutto, all’intorno, pareva precipitare in una gelata precoce.
Dietro di lui si dispiegava una piccola brigata silenziosa, il cui abbigliamento non appariva meno inadatto ai rigori della notte. Sfidando ogni norma di decenza, uomini e donne erano coperti da leggere camiciole di un bianco non sempre immacolato, slacciate talvolta con trascuratezza, così da lasciar intuire le carni. Un tormento inatteso colse Sigismondo, che solo da qualche anno aveva scoperto il conforto della castità e non di rado si trovava a rammemorare, se non a rimpiangere, le gioie dell’alcova. Uno di quei volti aveva attirato la sua curiosità: una donna di non ancora trent’anni, i capelli di un biondo sfibrato e gli occhi tanto chiari da riverberare di luce propria nell’oscurità ormai vittoriosa. In quella tenebra le fattezze della viandante si confondevano con quelle di una servente che aveva svezzato nei certami di Venere un Sigismondo poco più che fanciullo. Circostanza, questa, che il Visnenghi era incline a censurare in forma implacabile, ma dalla cui descrizione trapelava una tenerezza involontaria, come se anch’egli vantasse in materia qualche trascorso personale. La bella incedeva con grazia dietro la cavalcatura e toccava a lei aggrapparsi per prima alla correggia sottile, e misteriosamente luccicante, che dalla sella si snodava da uno all’altro dei camminatori.
La processione era a pochi passi dall’ingresso sbrecciato della torre, a ridosso del quale l’austriaco aveva acceso un fuocherello che stentava a prendere forza. Indeciso se insistere con l’acciarino o precipitarsi verso i nuovi venuti, Sigismondo si accorse che quelli si erano arrestati all’improvviso, come se quel falò tossicoloso sortisse su di loro lo stesso effetto che avrebbe prodotto su un branco di belve ignare del dono di Prometeo. Da quella distanza si riusciva a scorgere bene il volto di ciascun viandante e si poteva notare come l’espressione fosse sempre la medesima, attonita e sconsolata. Nessuno volgeva lo sguardo verso Sigismondo, nessuno pareva aver notato la sua presenza. Fu il cavaliere – la cui faccia rimaneva indecifrabile – a rompere il silenzio cacciando dalla bocca qualche suono gutturale che, lì per lì, Sigismondo scambiò per una contraffazione beffarda della lingua tedesca. Nacque in quell’istante la presunzione di trovarsi al cospetto di una sfilata di carnevale, anticipata di parecchi mesi in omaggio a un’usanza del luogo.
Aiutandosi con cenni maldestri e imperiosi, l’omone fece com­prendere che Sigismondo avrebbe dovuto spegnere il fuoco, ma il nostro si oppose, affermando che prima gli avrebbero dovuto indicare la strada per raggiungere al più presto la residenza del marchese Acciardi. A sentir nominare Eurico gli appiedati ebbero, per la prima e unica volta, un moto di vivacità e, pur senza muovere un passo, sembrò che volessero avvicinarsi a Sigismondo, lasciando cadere la funicella che dava mostra di incatenarli l’uno all’altro. Il cavallo scartò di lato, come se un tizzone infocato minacciasse di farlo imbizzarrire. Se era uno scherzo, commentò tra sé Sigismondo, era ben stravagante e assai poco divertente.
Il capo della congrega aveva intanto sollevato la mano sinistra, puntando il dito verso un tratturo che parve manifestarsi da nulla. Era la via che Sigismondo aveva cercato senza successo non appena arrivato lassù e che adesso gli si presentava netta sotto la luce delle stelle. Non chiedeva di meglio e, arrangiata con poche mosse una torcia, estinse il resto del fuoco scalciandovi sopra un po’ di terriccio. Ciò fatto, salutò quella gente con un buffo salamelecco e si avviò di buon passo lungo il sentiero ritrovato. Non avrebbe saputo dire perché, ma nell’ultimo sibilo del fuoco che si spengeva gli parve di riconoscere la voce della biondina che lo aveva intenerito. Si sarebbe detto un lamento, se mai a carnevale qualcuno si lamentasse, aveva concluso Sigismondo davanti a un Eurico sempre più frastornato.
«Ma non può essere» sbottò il marchese, «non può essere che voi siate incappato nella masnada. Non è che una superstizione di vec­chie, una fola per impaurire il popolino…»
Lo straniero insistette che gli si spiegasse e così venne a sapere che circolava nella valle la leggenda di un demone del tutto simile a quello da lui descritto, bardato di pelli come un arlecchino sanguinario, il quale di tanto in tanto passava a raccogliere le anime di quanti fossero morti fuori dalla grazia di Dio. Al marchese una tale credenza pareva più pagana che cristiana, ma non mancavano testimoni, talvolta autorevoli, che sostenevano di essersi imbattuti nella fosca comitiva, e sempre nei pressi di Galtieri, sempre all’ombra della torre monca. A quelle testimonianze, d’ora in poi, si sarebbe aggiunta quella del buon Sigismondo, al quale Eurico consigliava di confessarsi all’istante e di ricevere al più presto il santissimo sacramento dell’eucarestia, onde mettersi al riparo dal pericolo che incombeva su di lui
Altro non volle aggiungere e respinse con argomenti ben circo­stanziati ogni obiezione dell’ospite, per il quale il quadro tratteggiato dal padrone di casa era una conferma della sua prima intuizione: al corrente della leggenda, un gruppo di buontemponi doveva essersi addobbato in modo da imitare la masnada. Anzi, c’era il caso che adesso se la stessero spassando tra i ruderi che lui era stato costretto ad abbandonare con tanta premura.
Eurico spiegò paziente che un dettaglio sopra ogni altro confermava l’esattezza dell’apparizione. La donna intravista da Sigismondo corrispondeva al ritratto di una villana che, non più tardi di un mese prima, aveva perso la vita per essersi sottoposta alle cure di una megera. La biondina, vedova e indifesa, era stata forzata da un mezzadro del quale il marchese si era subito disfatto. Tenuta nascosta una gravidanza che doveva sembrarle infame, la poverina era andata incontro alla morte mentre commetteva il più terribile fra i peccati di cui una madre possa macchiarsi. Se l’austriaco aveva avvertito il suo pianto, insisteva Eurico, il conforto dei sacramenti gli era indispensabile.
Sigismondo acconsentì a incontrare il prete più per cortesia che per convinzione e si confessò in forma sbrigativa e distratta, irritando ancora di più il cappellano che Eurico aveva fatto svegliare con urgenza. L’ospite avrebbe dovuto prendere la santa comunione alla messa del mattutino, ma nella sorpresa generale pretese di ripartire prima dell’alba. Non lasciò neppure i saluti per il marchese, tant’è che le fantesche si convinsero che tra i due fosse sorto un dissidio. Pochi giorni più tardi, quando il servitore di Sigismondo si presentò guarito alla Vrezza, la notizia della morte del suo signore in una locanda alle porte di Modena aveva già raggiunto Eurico, il quale aveva approfittato di quella tetra circostanza per comporre una preghierina ad superstitiones vitandas che il Visnenghi si premurava di trascrivere in calce allo spaventoso racconto.
Il controsenso non era ignoto a don Alberto: da un lato si con­dannava la falsità di una credenza, dall’altro ci si cautelava con orazioni e giaculatorie, come se quelle sciocchezze avessero consi­stenza reale. E come se, a loro volta, giaculatorie e orazioni avessero il potere di contrastare un’eventuale operazione demoniaca.

Da Dopo il miracolo di Alessandro Zaccuri (Mondadori)

«Si parla del nostro padrone di casa, vedo» disse don Alberto scorrendo le prime pagine del libro, nel quale erano stati raccolti opuscoli di formato lievemente diseguale tra loro, tutti pubblicati da una tipografia del Sasso nei primi decenni dell’Ottocento. Una sorta di devoto feuilleton, concepito forse per caso e discontinuo nei frontespizi, nelle intestazioni.
Sulla prima pagina della legatura una mano svolazzante aveva vergato un titolo che ora don Guglielmo declamava a memoria:
«Memorie per servire alla Vita del Marchese Eurico Acciardi della Vrez- za, esatto. Sono scritti di un letterato dell’epoca, il Visnenghi, Gian Cosimo Visnenghi, uno che gli Acciardi li conosceva bene: precetto- re, custode dell’archivio, quel mestiere lì. Per un certo periodo era circolata l’ipotesi di un processo di beatificazione, sa? Per il mar- chese, dico, non per il Gian Cosimo. Poi è arrivato il Risorgimento, lo Stato pontificio è andato a gambe quarantotto e il buon Eurico è rimasto senza aureola.»
«Ma sarà in paradiso lo stesso, lei che ne dice?» chiese don Alberto, desideroso di stare al gioco.
«Ah, se non c’è lui non so chi dovrebbe esserci» rispose don Guglilemo con una rapidità che smise subito di apparire ingenua. «Chi fa miracoli, ci va diritto, in paradiso» concluse fissando lo sguardo in quello di don Alberto.
Rimasero così per qualche istante. Fu il teologo a cedere, abbas- sando gli occhi come, del resto, gli capitava spesso.
«La ringrazio» mormorò, «sarà senz’altro una lettura istruttiva.»
«Più che altro sono resoconti sul miracolo della Vrezza, sa: la storia di Napoleone e tutto il resto» spiegò don Guglielmo, come se niente fosse accaduto. «Ma verso la metà della raccolta dovrebbe trovare un episodio curioso. Io ci ripenso spesso, di questi tempi. Sarebbe successo su a Galtieri, alla torre monca. Non a Eurico, però. Cerchi il resoconto di un certo Sigismondo. E preghi un po’, almeno stasera.»
Don Alberto avrebbe voluto replicare che pregava spesso, non c’era bisogno che si disturbassero a ricordarglielo. Pensare è già pregare, è la preghiera che solo l’uomo può innalzare a Dio: lo ripeteva sempre a lezione, consapevole dell’effetto che la frase immancabilmente otteneva, in onta alla contraddizione implicita. Oltre all’uomo, chi avrebbe potuto pregare? Gli animali, forse? Le piante? O le rocce, le lontananze silenziose del cielo stellato? Non che gli dispiacessero, queste ipotesi panteiste. Ma tra i suoi studenti, purtroppo, nessuno pareva notare l’implicazione eterodossa contenuta in quell’esaltazione dell’umano raziocinio. Io penso sempre, quindi prego sempre, avrebbe voluto rispondere a don Guglielmo. Ma il vecchio prete era già in fondo alle scale. Aveva fatto quello che doveva, aveva detto quello che voleva.

Affermava il Visnenghi (la cui prosa non era priva di una certa sonorità) che il marchese Eurico aveva intrattenuto amichevoli rapporti epistolari con un Sigismondo von qualcosa, nobiluomo suo pari, austriaco di Graz e non meno baciapile del corrispondente italiano. Avanti negli anni, ma ancora abbastanza vigoroso per intraprendere un pellegrinaggio, costui aveva stabilito di varcare a piedi le Alpi e di discendere fino alla Città Santa per visitare un’ultima volta le tombe dei papi. Aveva informato del proposito Eurico il quale, dopo avergli spiegato quanto modesta fosse la diversione che separava la Vrezza dalla via Francigena, l’aveva convinto a sostare da lui una notte o due durante il pellegrinaggio. Sigismondo era accompagnato da un servitore, che era stato assalito da una febbre all’altezza di Piacenza. Qui il famulo era stato affidato alle cure di un bravo oste con l’accordo che, una volta ristabilito, avrebbe raggiunto il padrone presso gli Acciardi.
Sigismondo si era così avventurato da solo in direzione della Vrezza e, disabituato com’era a raccapezzarsi sulla strada da prendere, aveva creduto di abbreviare il cammino imboccando un sentiero che da ripido si era fatto impervio e lo aveva condotto, procedendo a strappi e costeggiando strapiombi, fino a una località che era stata poi identificata con Galtieri. Quando si era presentato da Eurico, a notte fonda, l’ospite era ancora eccitato dallo spettacolo che gli si era parato innanzi mentre cercava di ristorarsi fra le rovine della rocca. Esauriti i convenevoli, il marchese si sentì rivolgere un’osservazione che, scherzosa nelle intenzioni, lo turbò immediatamente. «Non sapevo» disse Sigismondo nel suo italiano ricercato e legnoso «che da voi fosse già tempo di carnevale. Sapeste, amico mio, in quale mascherata mi sono imbattuto…»
Era settembre inoltrato e in quest’angolo di Appennino capitano giornate umide e scure, del tutto invernali a dispetto del calendario. Lo spiazzo su cui sorgeva la torre monca, inoltre, era esposto a settentrione e questa era stata tra le cause della decadenza toccata al maniero. Si aggiunga che era l’ora del tramonto e che l’austriaco si apprestava a passare la notte all’addiaccio, e si capirà con quanto sollievo avesse accolto l’apparizione di un piccolo corteo diretto verso i ruderi. Di primo acchito gli era parso strano che, nonostante il buio incipiente, nessuno della carovana portasse lampada o torcia. Eppure avanzavano sicuri, forse perché erano del posto e conoscevano bene il sentiero che discendeva a precipizio dal monte.
Il drappello era composto da una dozzina di persone, tra uomini e donne. A precederli, montato su un cavallo così tozzo da confondersi con un mulo, veniva un condottiero che non avresti saputo dire se ridicolo o spaventoso. Era un omone grosso, con un gran paio di braccia nerborute che spuntavano nude da una pelliccia malamente conciata. Anche il petto era nudo, e nudo l’addome su cui i muscoli iniziavano a cedere, rimanendo tuttavia temibili. Più in là, per decenza, Sigismondo evitò di affondare lo sguardo. Cercò allora di decifrare i lineamenti del volto, quasi del tutto nascosti dal copricapo che era stato ottenuto dalla stessa pelliccia adagiata sul corpo. Difficile, in quella penombra, stabilire se il muso spalancato e calcato in testa come un berretto fosse appartenuto a un lupo oppure a un orso. Il lezzo che ne saliva era comunque insopportabile, come se la bestia fosse stata scuoiata da poco e la sua pelle indossata di corsa, prima che il fortore del sangue iniziasse a svaporare. Il cavaliere barcollava a ogni scossone, denunciando forse un’ebbrezza che avrebbe potuto spiegare perché sudasse tanto mentre tutto, all’intorno, pareva precipitare in una gelata precoce.
Dietro di lui si dispiegava una piccola brigata silenziosa, il cui abbigliamento non appariva meno inadatto ai rigori della notte. Sfidando ogni norma di decenza, uomini e donne erano coperti da leggere camiciole di un bianco non sempre immacolato, slacciate talvolta con trascuratezza, così da lasciar intuire le carni. Un tormento inatteso colse Sigismondo, che solo da qualche anno aveva scoperto il conforto della castità e non di rado si trovava a rammemorare, se non a rimpiangere, le gioie dell’alcova. Uno di quei volti aveva attirato la sua curiosità: una donna di non ancora trent’anni, i capelli di un biondo sfibrato e gli occhi tanto chiari da riverberare di luce propria nell’oscurità ormai vittoriosa. In quella tenebra le fattezze della viandante si confondevano con quelle di una servente che aveva svezzato nei certami di Venere un Sigismondo poco più che fanciullo. Circostanza, questa, che il Visnenghi era incline a censurare in forma implacabile, ma dalla cui descrizione trapelava una tenerezza involontaria, come se anch’egli vantasse in materia qualche trascorso personale. La bella incedeva con grazia dietro la cavalcatura e toccava a lei aggrapparsi per prima alla correggia sottile, e misteriosamente luccicante, che dalla sella si snodava da uno all’altro dei camminatori.
La processione era a pochi passi dall’ingresso sbrecciato della torre, a ridosso del quale l’austriaco aveva acceso un fuocherello che stentava a prendere forza. Indeciso se insistere con l’acciarino o precipitarsi verso i nuovi venuti, Sigismondo si accorse che quelli si erano arrestati all’improvviso, come se quel falò tossicoloso sortisse su di loro lo stesso effetto che avrebbe prodotto su un branco di belve ignare del dono di Prometeo. Da quella distanza si riusciva a scorgere bene il volto di ciascun viandante e si poteva notare come l’espressione fosse sempre la medesima, attonita e sconsolata. Nessuno volgeva lo sguardo verso Sigismondo, nessuno pareva aver notato la sua presenza. Fu il cavaliere – la cui faccia rimaneva indecifrabile – a rompere il silenzio cacciando dalla bocca qualche suono gutturale che, lì per lì, Sigismondo scambiò per una contraffazione beffarda della lingua tedesca. Nacque in quell’istante la presunzione di trovarsi al cospetto di una sfilata di carnevale, anticipata di parecchi mesi in omaggio a un’usanza del luogo.
Aiutandosi con cenni maldestri e imperiosi, l’omone fece com­prendere che Sigismondo avrebbe dovuto spegnere il fuoco, ma il nostro si oppose, affermando che prima gli avrebbero dovuto indicare la strada per raggiungere al più presto la residenza del marchese Acciardi. A sentir nominare Eurico gli appiedati ebbero, per la prima e unica volta, un moto di vivacità e, pur senza muovere un passo, sembrò che volessero avvicinarsi a Sigismondo, lasciando cadere la funicella che dava mostra di incatenarli l’uno all’altro. Il cavallo scartò di lato, come se un tizzone infocato minacciasse di farlo imbizzarrire. Se era uno scherzo, commentò tra sé Sigismondo, era ben stravagante e assai poco divertente.
Il capo della congrega aveva intanto sollevato la mano sinistra, puntando il dito verso un tratturo che parve manifestarsi da nulla. Era la via che Sigismondo aveva cercato senza successo non appena arrivato lassù e che adesso gli si presentava netta sotto la luce delle stelle. Non chiedeva di meglio e, arrangiata con poche mosse una torcia, estinse il resto del fuoco scalciandovi sopra un po’ di terriccio. Ciò fatto, salutò quella gente con un buffo salamelecco e si avviò di buon passo lungo il sentiero ritrovato. Non avrebbe saputo dire perché, ma nell’ultimo sibilo del fuoco che si spengeva gli parve di riconoscere la voce della biondina che lo aveva intenerito. Si sarebbe detto un lamento, se mai a carnevale qualcuno si lamentasse, aveva concluso Sigismondo davanti a un Eurico sempre più frastornato.
«Ma non può essere» sbottò il marchese, «non può essere che voi siate incappato nella masnada. Non è che una superstizione di vec­chie, una fola per impaurire il popolino…»
Lo straniero insistette che gli si spiegasse e così venne a sapere che circolava nella valle la leggenda di un demone del tutto simile a quello da lui descritto, bardato di pelli come un arlecchino sanguinario, il quale di tanto in tanto passava a raccogliere le anime di quanti fossero morti fuori dalla grazia di Dio. Al marchese una tale credenza pareva più pagana che cristiana, ma non mancavano testimoni, talvolta autorevoli, che sostenevano di essersi imbattuti nella fosca comitiva, e sempre nei pressi di Galtieri, sempre all’ombra della torre monca. A quelle testimonianze, d’ora in poi, si sarebbe aggiunta quella del buon Sigismondo, al quale Eurico consigliava di confessarsi all’istante e di ricevere al più presto il santissimo sacramento dell’eucarestia, onde mettersi al riparo dal pericolo che incombeva su di lui
Altro non volle aggiungere e respinse con argomenti ben circo­stanziati ogni obiezione dell’ospite, per il quale il quadro tratteggiato dal padrone di casa era una conferma della sua prima intuizione: al corrente della leggenda, un gruppo di buontemponi doveva essersi addobbato in modo da imitare la masnada. Anzi, c’era il caso che adesso se la stessero spassando tra i ruderi che lui era stato costretto ad abbandonare con tanta premura.
Eurico spiegò paziente che un dettaglio sopra ogni altro confermava l’esattezza dell’apparizione. La donna intravista da Sigismondo corrispondeva al ritratto di una villana che, non più tardi di un mese prima, aveva perso la vita per essersi sottoposta alle cure di una megera. La biondina, vedova e indifesa, era stata forzata da un mezzadro del quale il marchese si era subito disfatto. Tenuta nascosta una gravidanza che doveva sembrarle infame, la poverina era andata incontro alla morte mentre commetteva il più terribile fra i peccati di cui una madre possa macchiarsi. Se l’austriaco aveva avvertito il suo pianto, insisteva Eurico, il conforto dei sacramenti gli era indispensabile.
Sigismondo acconsentì a incontrare il prete più per cortesia che per convinzione e si confessò in forma sbrigativa e distratta, irritando ancora di più il cappellano che Eurico aveva fatto svegliare con urgenza. L’ospite avrebbe dovuto prendere la santa comunione alla messa del mattutino, ma nella sorpresa generale pretese di ripartire prima dell’alba. Non lasciò neppure i saluti per il marchese, tant’è che le fantesche si convinsero che tra i due fosse sorto un dissidio. Pochi giorni più tardi, quando il servitore di Sigismondo si presentò guarito alla Vrezza, la notizia della morte del suo signore in una locanda alle porte di Modena aveva già raggiunto Eurico, il quale aveva approfittato di quella tetra circostanza per comporre una preghierina ad superstitiones vitandas che il Visnenghi si premurava di trascrivere in calce allo spaventoso racconto.
Il controsenso non era ignoto a don Alberto: da un lato si con­dannava la falsità di una credenza, dall’altro ci si cautelava con orazioni e giaculatorie, come se quelle sciocchezze avessero consi­stenza reale. E come se, a loro volta, giaculatorie e orazioni avessero il potere di contrastare un’eventuale operazione demoniaca.

Da Dopo il miracolo di Alessandro Zaccuri (Mondadori)