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Inediti 01.06.2012

Andre Dubus inedito. Scrivere racconti è una scazzottata.

Durante un seminario di scrittura nell’Iowa, Kurt Vonnegut chiese agli studenti presenti se qualcuno di loro avesse mai scritto un romanzo. Un ragazzo con la barba, seduto di fronte a lui, disse che sì, lui l’aveva un romanzo, anche se non era un granché. Vonnegut gli disse che gli sarebbe comunque piaciuto dargli un’occhiata. Un anno dopo quel romanzo godeva di una lettera di presentazione da parte dell’autore di Mattatoio n.5. Il ragazzo con la barba era Andre Dubus.

Il libro in questione – unico romanzo di Dubus – si intitolava The Lieutenant e parlava di marina. Era stato scritto in due mesi e mezzo su un piccolo quaderno, dove il giovane autore si era impegnato soprattutto a sviluppare i personaggi – gente simile, anche se non identica, a persone che lui aveva conosciuto nella vita reale. Dubus aveva passato cinque anni e mezzo in marina, prima di mollare tutto per andare nell’Iowa, dove aveva vinto una borsa di studio per un workshop di creative writing. Iowa City aveva (e ha) uno dei più importanti Creative writing Workshop.

La carriera militare Dubus l’aveva fatta soprattutto per dimostrare al padre di essere un vero uomo. Come scrisse anni dopo la terza moglie dello scrittore, Peggy Rambach, parlando di lui e del suo grande amico Richard Yates, “Andre voleva essere uno forte. Quando era ragazzo veniva spesso preso di mira, e sia lui che Dick erano cresciuti in un tempo in cui agli uomini era vietato essere sensibili.”

Nell’esercito Dubus aveva sperimentato, con un misto di curiosità e repulsione, le durezze di quell’essere uomini per forza. La vita militare distruggeva i legami, schiacciava le debolezze, rafforzava ma forse spezzava. Lui stesso aveva assistito all’emarginazione di un collega per via di una presunta omosessualità (un eco di questo episodio reale è nel racconto qui contenuto Gli uomini in scuro). Ma c’era anche la dolcezza di quelle amicizie e lealtà virili (che nei momenti di sconforto parevano le uniche lealtà possibili) e quelle ruvidezze che Dubus coltivò per tutta la vita. Tornato nei panni civili aveva continuato a raccontare di queste esperienze, e così a un certo punto erano stati gli amici a suggerirli di scriverne un romanzo. Dubus non era un romanziere (The Lieutenant rimase l’unico caso) ma ancora non lo sapeva. Per i romanzieri era un buon periodo, l’età media nella quale un autore pubblicava il primo libro era ventinove anni, cioè gli anni che Dubus aveva effettivamente quando in seguito vide uscire nelle librerie The Lieutenant. La speranza degli editori era di seguire un romanziere ed aspettarlo fino al terzo, quarto libro – quelli che avrebbero decretato il successo. Curiosamente, però, Dubus scelse una novella e non un romanzo come modello. Si trattava di Il duello di Cechov, autore che insieme a Hemingway divenne poi per lui vera e propria fonte di ispirazione, al punto da optare definitivamente per la forma racconto grazie alla lettura dell’opera dell’autore russo.

Dunque nel 1966 il libro era terminato con Dubus nell’Iowa, in compagnia di molti altri scrittori, spesso più grandi e più esperti di lui. C’era soprattutto Richard Yates. I due, grandi amici, erano molto simili caratterialmente, o perlomeno complementari. Presto presero a uscire (e bere) insieme. Tre settimane dopo l’arrivo di Dubus, Yates già affermava che fosse lo studente con più talento del workshop (sebbene questi fosse nella classe di Cassill e non in quella di Yates). “Molti dei pagliacci quaggiù non diverranno mai scrittori,” scrisse a Miller Williams “ed è deprimente pensare che verrà loro dato un diploma di Master in Fine Arts. Ma Dubus è una delle poche eccezioni alla regola.” Andre, d’altro canto, considerava Yates come una specie di nuovo Cechov. “Ricevere una lettera da Yates che ti parla di Cechov,” scrisse una volta “è come ricevere una lettera da Cristo che ti parla dello Spirito Santo.”

Nel prezioso laboratorio letterario dell’Iowa passavano anche moltissimi altri scrittori come James Crumley e Vance Bourjaily e Bob Lacy. Parlavano di libri. E di baseball e di musica. Bevevano, avevano storie con donne, litigavano. Yates conosceva parecchie canzoni a memoria e spesso faceva a gara con Dubus, che amava il jazz ma anche l’opera e il country. Il baseball piaceva soprattutto a Dubus ed era una passione che si portava dietro dall’infanzia in Louisiana, quando passava i pomeriggi d’estate a giocare col cugino, il futuro autore di thriller James Lee Burke, quando faceva piccoli lavoretti per comprarsi un guantone nuovo.

Fra i libri che invece andavano per la maggiore c’era James Jones con il suo Da qui all’eternità, un romanzo di guerra ma che parlava anche di molto altro. Yates faceva spesso riferimento a questo testo durante quelle chiacchierate. Dubus ci vedeva parecchi punti deboli, ma anche qualcosa che gli sembrava molto vicino ala verità, o perlomeno alla verità letteraria. Vedeva in Jones quel misto di concentrazione e passione che ritrovava in tutti gli autori che amava. Per esempio in Hemingway. Era stato proprio l’autore dei 49 racconti a confessare di aver mascherato con il proprio stile, l’attenzione e la dedizione la mancanza di talento. Presto Dubus fece sua questa lezione: fare qualcosa con quel poco che abbiamo. L’esito naturale di tale scelta fu per lui diventare uno scrittore di racconti. Short stories e novelle.

The Lieutenant era uscito nel 1967, pubblicato dalla Dial Press. Dubus era rimasto scottato da quell’esperienza, così come dal tentativo (da parte di Burt Lancaster) di fare del romanzo un film. L’industria editoriale, soprattutto quella di New York (è stato Dubus a scrivere che il New Yorker è una sciagura per la buona letteratura), non lo aveva colpito positivamente. Il libro successivo si fece attendere otto anni. Era il 1975, il volume si chiamava Separate Flights, ed era una raccolta di racconti.

Nel frattempo Dubus aveva conosciuto Philip Spitzer e suo fratello Michel. Philip era divenuto il suo agente, impegnandosi a trovare qualcuno che gli volesse pubblicare dei racconti. Impresa difficilissima perché Dubus aveva posizioni irremovibili. A quel punto la scrittura era infatti già qualcos’altro per lui, ben più che un modo per fare soldi, o di quella macchina di vanità che spingeva molti a scrivere per giocare a fare gli scrittori. Come scriverà nei saggi di Meditation from a Movable Chair, per Dubus la scrittura consiste nello scegliere “una parola, e poi un’altra, e poi un’altra” fino a raggiungere una verità che è più reale del reale e a rendere lo scrittore una persona migliore, e un osservatore migliore di quello che è in realtà. La scrittura è sempre un “guadagno spirituale, mentale e fisico”, scriverà Dubus, anche se il libro non viene pubblicato, anche se vende poco. Scrivere per Dubus è come vivisezionare personaggi e situazioni, in una ricerca dell’universale (o infinito) che procede per divisione ad libitum. Invece dell’astratto, Dubus cerca il particolare e lo taglia, lo divide, lo separa per vederne le interiora, per uscirne con qualcosa di più vero e più globale di ciò che possiamo osservare attornio a noi. Ecco dunque perché una semplice storia di baseball diventa un racconto sul successo e sul fallimento, che parla di noi tutti, anche di chi non ha niente a che vedere con questo sport. “Come molti giocatori, Stanley non era un buon battitore perché gli mancava continuità. Gli riusciva una buona battuta ogni dodici, o giù di lì. Erano le altre battute ad aver deciso la sua vita.”

Il modo di elaborare una storia da parte di Dubus è dunque attraverso un taglio verticale. Le sue sono fotografie di attimi in cui passato e futuro convergono. È li che si colloca la storia, che più che di plot è fatta di personaggi e sfondi. E di passione e piacere. Lo stesso piacere con cui descrive il cibo, le onde del mare, la consegna del pane al mattino, il sole sul portico, il sesso, l’amicizia, l’amore per i figli – elementi che si mischiano con la perdita, la frustrazione, l’invidia, l’odio, la violenza, il rancore, in una scrittura che è irradiata dal centro del petto dell’autore e non dalla testa. E per questo è al centro della carne, di quel termine, flesh, che Dubus non smette mai di ripetere.

Si potrebbe dire che, per esempio, per un autore come Philip Roth, più celebrale anche se fisico a volte al pari di Dubus, scrivere è come un incontro di pugilato (è stato lo stesso Roth a suggerire questa immagine in Ho sposato un comunista): c’è forza ed eleganza e anche, però, un po’ di artificialità. C’è la consapevolezza che dopo quell’incontro ci sarà un altro incontro, che tutto viene fatto per un punteggio, davanti a un pubblico, un avversario e una platea spesso sconosciuti. Per Dubus, invece, scrivere è come una scazzottata fuori da un bar: c’è tristezza, sfogo e violenza e infine c’è anche quella distensione di aver raggiunto il fondo, gli abbracci che spesso seguono, la ricerca disperata di una luce. Nulla è artificiale e il pubblico lo conosciamo benissimo: sono le persone che amiamo e odiamo allo stesso tempo, quelle che ci hanno migliorato e danneggiato la vita e l’esistenza allo stesso tempo. Si esce sanguinanti e coi vestiti strappati – gli stessi vestiti che il giorno dopo serviranno per andare al lavoro e non saranno puliti né pronti. Ma lo facciamo, e non è artificiale, e ne avevamo bisogno, ed è qualcosa di vero – anzi qualcosa che ci dice di più del vero, come un’immagine amplificata e cubista della verità. “Nessuno che scrive con sincerità,” ha scritto Dubus “sa dove siano dirette le proprie parole, da qualsiasi parte esse provengano.” È simile a quanto ha detto Stephen King (nel bellissimo On Writing) su come far emergere le storie: sono fossili, e vanno riesumati con delicatezza. Non siamo noi a crearle. Dubus conosce questa dolcezza, quest’attenzione. “Ci sediamo alla scrivania,” dice sempre Dubus “e proviamo a concentrarci, e la concentrazione ci porta là dove stanno le parole e le immagini e le storie. Ma non è un posto che possiamo raggiungere tutte le volte che lo vogliamo.” Ecco perché scrivere e attività fisica sono per Dubus il medesimo tipo di lavoro. Come un corridore, lo scrittore riesce a essere, nell’atto, altro da sé. Scrive fino a diventare quell’altro, proprio come il corridore diventa la propria corsa. E così l’autore riceve il proprio messaggio sulla pagina da un luogo misterioso.

Per Dubus il mezzo ideale per far questo erano i racconti. Perché sono già di per sé una visione più ristretta, che permette di sezionare da più vicino la scena, o la fotografia.

Philip e Michel Spitzer lo aiutarono a trovare Godine, il futuro editore. Ma nell’estate del ’73 tutto questo era ancora solo una speranza, quando gli Spitzer presero a frequentare Dubus e ad andare con lui a Fenway Park a vedere le partite di baseball. Nell’aria si sentiva il profumo del fiume Merrimack. Erano una specie di famiglia. Dubus veniva chiamato lo “Spitzer aggiunto”. Con loro c’era anche Jim Valhouli, un’insegnante di letteratura che anni dopo morì affogato – una delle tante tragedie che segnarono la vita di Dubus, come lo stupro della sorella, i ripetuti divorzi, l’incidente che gli tolse le gambe e lo ridusse in povertà. Dopo la partita andavano in un ristorante cinese, mangiavano frutti di mare, aragoste e vongole, bevevano sakè o asahi, parlavano dei racconti ma anche di altro. Seguire le partite di un campionato può voler dire passare più di quattrocento ore insieme. Una vita.

Dopo Separate Flights vennero altre sette raccolte di racconti. La seconda, Adultery and Other Choices uscì nel ’77. Quando un anno dopo si ritrovarono di nuovo tutti insieme a mangiare, Dubus e gli Spitzer e gli altri amici, si guardarono in faccia, si accorsero che erano tutti divorziati e scoppiarono a ridere. Solo un anno prima erano uomini sposati. La vita era misteriosa come la letteratura.

E fu allora che quello scrittore dall’aspetto ruvido, dalla risata rumorosa e la barba incolta, il ragazzo cresciuto rigidamente dal padre che aveva imparato a mascherare la propria sensibilità con un velo di durezza, e che parlava di figli e rapporti di coppia e gente che spesso non si trovava nei libri, si ricordò una frase detta da un giocatore dei Dodgers: “Non è la partita che conta, né la vittoria, ma intrattenere la gente e portarla da qualche altra parte, lontano, per qualche ora.”

Nicola Manuppelli

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Andre Dubus Il padre d’inverno Sotto la scorza di un’America dura, nitida e fredda, brucia il fuoco di queste storie di piccoli uomini e grandi paure. Storyteller attuale e vigoroso, Dubus sa svelare la vita nascosta delle persone di tutti i giorni e il loro cercare, malamente ma ininterrottamente, la luce. Matrimoni e divorzi, odio e amore, coppie che non parlano più e genitori che cercano disperatamente di riprendere a farlo con i propri figli: nella sterminata provincia americana prendono vita personaggi potenti e profondamente turbati da desideri e affetti, peccati e inesorabili vendette. Dopo Non abitiamo più qui e Voci dalla luna, ecco la più celebrata raccolta di racconti di Andre Dubus.

pagine 184 prezzo: Euro 16,90 ISBN: 978-88-6261-256-2 in libreria dal 6 giugno

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 Il padre d’inverno

Frammento del racconto finale della raccolta

 

Una sera, bevendo bourbon in salotto, con le luci spente in modo da poter guardare fuori la neve che cadeva, il leggero mulinello di fiocchi che il lampione all’angolo colorava di giallo, e altri fiocchi veloci che battevano sulla finestra e si accumulavano sul davanzale, mentre sulla strada il cielo sempre più basso, grigio e bianco, faceva sembrare i sempreverdi distanti, immaginò di possedere un enorme edificio per poter salvare i padri divorziati. Ingresso gratuito. Un posto con piscina, campi, badminton e tennis, cinema, ristoranti, spillatori per bevande gasate, campetti per allenarsi a baseball, uno zoo, una galleria d’arte, un circo, un acquario, un museo della scienza, centinaia di servizi igienici, due sempre in vista, il tutto teneramente gestito da donne esperte in pronto soccorso e istruite col metodo Montessori, nessuna uniforme richiesta, solo calore e allegria. Un padre avrebbe potuto passare intere giornate lì, fine settimana dopo fine settimana, così in inverno non ci sarebbe stato tutto quel pianificare e guidare e pianificare ancora. Aveva reso la propria vigliaccheria urbana, mobile e sofisticata, ma forse, nella propria essenza, la codardia sa di essere sempre evidente. Era convinto che David e Kathi sapevano che i loro pomeriggi all’acquario, nel museo di belle arti, al museo della scienza, erano case che Peter aveva costruito perché potessero stare insieme come un tempo. Con una sola differenza: c’era sempre un intrattenimento.

Frenetici come erano, preferiva i fine settimana ai mercoledì sera quando mangiavano insieme. In un primo momento pensò che fosse per l’imbarazzo. Eppure parlavano senza problemi, spesso di quello che dovevano fare, loro a scuola e lui in radio. Quando non era con i figli trascorreva molto tempo a pensare a quello che si dicevano fra loro. E vedeva che, nei suoi otto anni da padre, era stato attento, rispettoso, divertente; aveva insegnato loro delle cose e aveva dato loro delle regole. Ma no, non ora: quando facevano troppo rumore in auto oppure litigavano, evitava di arrabbiarsi, col cuore che gli batteva, e parlava loro con calma, come se stesse parlando ai figli di qualcun altro, perché aveva paura che se li avesse rimproverati come faceva un tempo, la giornata sarebbe risultata rovinata, e non ci sarebbe stata la sera a casa, il dormire sotto lo stesso tetto, a far passare il tutto. E loro avrebbero potuto non voler andare con lui il giorno dopo o due sere dopo o due giorni dopo ancora. Durante gli otto e i sei anni che ciascuno di loro aveva passato con lui, aveva dimostrato tutto il proprio amore, e li aveva fatti ridere. Ma ora sapeva che c’era qualcosa di segreto che li divideva. Che cosa sapevano di lui? Che cosa sapeva lui di loro?

Avrebbe raccontato loro la propria solitudine, e ciò che aveva imparato di se stesso. Quando non era con loro, stava da solo per tutto il tempo, tranne quando correva o al lavoro, e talvolta alla stazione sentiva che la solitudine lo aspettava nel parcheggio, sulla strada, nell’appartamento in cui abitava. Ci pensava parecchio, come un atleta pensa a una distorsione al legamento, tenendone conto nel modificare i propri esercizi. Separava le proprie giornate in più parti, poi pensava a ognuna di esse, e imparava che nessuna era malvagia. Quando la sveglia lo destava nel buio dell’inverno, il giorno in arrivo e la sera che lo attendeva erano il grigio della stanza che premeva su di lui, nauseabonde ripetizioni decise a soffocare il suo spirito, prima che si alzasse dal letto. Ma si alzava in fretta, faceva il letto, mentre le lenzuola trattenevano ancora il suo calore, e una volta in cucina con caffè e giornale cominciava ad affrontare la prima parte della giornata: odore di pancetta e una voce solenne alla radio che annunciava un brano di musica classica, così passava un’ora o più al tavolo della cucina, ottenendo quasi quella tranquillità che aveva osato sperare. Ed si sentiva perfino riconoscente per questo, mentre quel senso di pace lo accompagnava in soggiorno, fino alla sedia sotto la finestra che dava a sud-est, dove, fermandosi a osservare il traffico e guardando la neve e i rami invernali degli olmi e degli aceri del parco dall’altra parte della strada, rimaneva seduto al sole, si allenava con la lingua cadenzata di Shakespeare. A metà mattina, si metteva un po’ di pomata su viso e genitali e, indossando una calzamaglia di nylon, correva per due miglia e mezzo lungo la strada che, nell’angolo in cui lui abitava, era una strada cittadina di case una vicina all’altra, ma ben presto cominciava a fare su e giù passando fra prati e fattorie. Giunto sulla cima di una collinetta, da dove poteva vedere le sagome curve degli alberi sulle rive del Merrimack, si voltava e tornava indietro.

La seconda parte della giornata iniziava con la chiave nella fessura di accensione dell’auto, la cintura di sicurezza, quaranta minuti di guida in autostrada, senza edifici o cartelloni pubblicitari, le basse scogliere ricoperte di ghiaccio e le alte colline imbiancate e i campi e i boschi sotto la luce falsata del sole d’inverno, e nel silenzio dell’abitacolo dell’auto lasciava che arrivasse il proprio “sé” pomeridiano; ascoltava la musica che aveva scelto, musica popolare che a casa non avrebbe sentito, ma con la quale era giunto a un compromesso, e a cui a mala pena prestava attenzione mentre era sul posto di lavoro; sentiva la propria voce scimmiottare qualcuno e scherzare e sottolineare qualcosa, spesso in modo allegro, a volte pavoneggiandosi in modo consapevole, ma senza esagerare, e mai più del dovuto. Quella parte della giornata dietro un vetro e un microfono, col conforto che gli dava quella combinazione di spontaneità e familiarità, faceva in modo che arrivasse fino alle quattro del pomeriggio.

Le successive quattro ore, aveva imparato, non erano solo il tempo che gli serviva per prepararsi, ma anche una tana per la propria solitudine, la sorgente per ogni rapido tremolio datogli dalla sensazione di perdita, per ogni sussurro improvviso di terrore o di futilità. Perché, se avesse potuto passare quelle quattro ore con una donna che amava, bere e cucinare e mangiare con lei mentre il giorno si tramutava in notte (anche se ora, in inverno, la notte giungeva già mentre guidava verso casa), lui e quella donna rannicchiati nella luce e nel calore della sala o della cucina, bevendo gin e mangiando carne, allora la prima parte del giorno, fino alle quattro, e le sere dopo otto gli avrebbero richiesto uno sforzo di volontà minore, gli avrebbero dato una direzione maggiormente speranzosa. Dopo cena ascoltava jazz e leggeva romanzi o vedeva un vecchio film in televisione fino a quando, senza il desiderio e nemmeno la necessità di una donna che gli dormisse accanto, andava a letto. Ed era una benedizione, ma una benedizione inquietante. Egli aveva supposto, da uomo sposato e poi adultero, che il proprio bisogno di una donna fosse carnale quanto spirituale. Ma ora il celibato gli risultava facile, e quando immaginava una donna, la pensava mentre beveva con lui, oppure cenava. Quello era il modo più intenso, e forse anche l’unico, in cui provava il desiderio di una donna al proprio fianco allora. E tutte le ragioni che lo avevano condotto alla fine del matrimonio ora sembravano lontane, come offuscate, e si chiedeva se l’unico motivo per cui lui era solo adesso non fosse una sorta di misoginia che non aveva mai riconosciuto: il fatto che lui non provasse il bisogno di avere una donna vicina se non alla fine della giornata, che avesse sopportato tutte quelle altre ore di presenza femminile solo per avere un conforto quando le lancette dell’orologio si spostavano verso gli angoli peggiori del giorno.

Mentre pianificava di raccontare tutto questo a David e Kathi, sapendo che avrebbe avuto bisogno del gin per riuscire a farlo, provava paura, e si sentiva già imbarazzato come se loro fossero seduti proprio in quel momento lì con lui, in soggiorno. Ma era un buon segno: se aveva paura, allora ci sarebbe voluto coraggio. E se ci voleva coraggio, allora doveva trattarsi di qualcosa di giusto. Bevve più bourbon di quanto non si rendesse conto, e andò a letto eccitato da quella sensazione di intimità e amore.

(traduzione Nicola Manuppelli)