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Inediti 13.06.2014

Antonio Scurati. Se al Premio Strega va in onda l’autoplagio

Qui si parla di un caso grottesco: quello dell’autore che plagia se stesso. Che fa copia-e-incolla da un libro a un altro, come se nulla fosse. Ma in fondo si parla anche d’un sistema editoriale ormai incapace d’autoverifica, e d’un circo dei premi letterari che andrebbe definitivamente sbaraccato per manifesta non credibilità. L’autore di cui parlo è Antonio Scurati. I libri a cui facciamo riferimento sono Il bambino che sognava la fine del mondo (2009) e Il padre infedele (2013), entrambi editi da Bompiani. Leggendoli attentamente entrambi, si può notare quella che inizialmente sembrava soltanto un’analogia parecchio ardita. E che poi, alla verifica, s’è rivelata qualcosa di molto più imbarazzante. A seguire ecco quanto emerge, e a quel punto, ciascun lettore potrà giudicare da sé.

Per quanto riguarda le due situazioni gemelle parlano di una triste e identica avventura sessuale condotta dai protagonisti di entrambi i romanzi. I quali, al culmine d’un momento di sconforto, si lasciano tentare dal sesso a pagamento. O meglio, dall’esperienza del massaggio erotico affrontata presso centri massaggi gestiti da donne immigrate. Nel primo romanzo, la massaggiatrice è un’africana. Nel secondo è un’orientale. In Il bambino che sognava la fine del mondo (da qui in poi BSFM) questa situazione si sviluppa tra le pagine 170 e 174, all’interno del lungo capitolo intitolato Gennaio. In Il padre infedele (da qui in poi IPI) essa si svolge fra le pagine 165 e 168, a cavallo fra i due capitoli intitolati Ultima Thule e Demoni. E fin qui siamo soltanto alle analogie, per quanto marcate. Ma poi, purtroppo, scatta la clonazione di testi. Ecco il dossier.

In un passaggio spalmato fra le pagine 171 e 172 di BSFM si legge:

“Poi la ragazza m’impose le mani. Voltato di schiena, mi persi nell’ebetudine del godimento. Un piacere lieve, a bassa intensità, ma proprio per questo terminale ed estremo. Le sue mani sui miei polpacci, sui miei fianchi, nel solco delle natiche. Mi mutavano in un uomo immacolato, in un animale marino, una foca, un tonno, un bambino.
Poi mi fece voltare. Ero finalmente, propriamente supino.
La sentivo sussurrarmi parole soavi: ‘Sei stanco? Tanto lavoro… poverino… tanto stress… Ora penso io… penso io…’.”

Fin qui ci siete? Avete letto e riletto bene? E allora siete pronti per verificare cosa si trovi a pagina 167 di IPI, nel lungo capoverso iniziale:

“La ragazza gli impone le mani. Voltato di schiena, lui si sente come una vigna ad alberata assalita dal tralcio della vite. Si perde nell’ebetudine del godimento. Un piacere lieve, sottocutaneo, a bassa intensità, ma proprio per questo terminale ed estremo. Le mani di lei sui suoi polpacci, sui suoi fianchi, nel solco delle sue natiche. Poi la distensione delle grandi fasce dorsali. La muscolatura più lunga, più contratta, più permeata dalla nevrosi. Lei la attacca e la scioglie con i pugni, i gomiti, le ginocchia. Ogni osso gli dà sollievo, ogni parte del corpo è buona. Anche la durezza gli procura rimedi per ernie del disco, contratture lombo-sacrali, dolori cervicali. Quelle mani sono lenitivi corporali per acciacchi dell’età, stati di tensione, posture erronee, movimenti violenti. Gli offrono balsami naturali per patologie secondarie, disfunzioni latenti. Quelle mani lo mutano in un uomo immacolato, in un animale marino, una foca, un tonno, un bambino. Ricevono denaro in ritorno ed è uno scambio di doni preziosi, perché curano disturbi lievi ma cronici. Sono mali di stagione, se ne vanno ma sono destinati a tornare. A ogni gelata, a ogni nuovo inverno. Fino alla fine.
Poi lei lo fa voltare con una lievissima rotazione del polso. E lui si ritrova  finalmente, propriamente supini. La sente sussurrare parole soavi: “Sei stanco? Tanto lavoro… poverino… tanto stress… ora penso io… penso io…”.

Sconvolti? State buoni, perché mica è finita qui. Dopo aver udito pronunciare “penso io, penso io” dalla massaggiatrice, il protagonista di BSFM si lascia andare così (pagina 172):

“Sì, pensa tu, pensa tu, mia ombra degli altopiani, mio volo di notte, soffia su di me la sabbia dei tuoi deserti. Il mio animo è ancora romantico, sebbene il mio corpo sia immerso nella ferocia dei consumi sessuali, nella voluttà dei desideri fattisi suprema legge di mercato, nell’assenza di ogni bisogno che è l’unica regola del desiderio”.

Ora, lasciate perdere l’ode trash alla “mia ombra degli altopiani”, alla “sabbia dei tuoi deserti su di me”, e a Luigia Palle Vicine caduta dal lettino dei massaggi, e guardate cosa c’è scritto nel passo fra le pagine 167 e 168 di IPI:

“Sì, pensa tu, pensa tu, mia ombra, mio demonio notturno. Il mio animo è ancora romantico, sai, ma il mio corpo nuota nella volubilità dei desideri fattasi suprema legge di mercato”.

Ma come avviene questo massaggio? Alle pagine 172-3 di BSFM, ecco la descrizione:

“Impugna il mio pene come prima impugnava le mie dita, le caviglie, l’osso scafoide. Senza cambiare presa, lo unge come aveva unto i lombi, i dorsali, le clavicole. Nessuna soluzione di continuità. Non è sesso, non è simbolo, ma solo un’escrescenza carnosa, un’altra qualsiasi parte del corpo, un tessuto cavernoso, una parte decisamente minore. Massaggia anche quella, ecco tutto.”

Vi piace? Certamente deve essere piaciuta parecchio a Scurati, al punto da indurlo a replicarla pressoché identica a pagina 168 di IPI:

“Impugna il pene come prima impugnava le dita, i polsi, le caviglie. Senza cambiare presa lo unge come ha unto i lombi, il dorso, le clavicole. Nessuna soluzione di continuità: non è sesso, non è fallo, non è simbolo, è solo un’escrescenza carnosa, un’altra parte del corpo, un tessuto cavernoso. Massaggia anche quello, ecco tutto.”

Certo, di là c’è l’osso scafoide e di qua i polsi. Originale, no? Ad ogni modo, a quel punto il protagonista di BSFM si lascia prendere dall’ormone e prova a andare oltre il mero massaggio. Succede alle pagine 173-4 di BSFM:

“Allungo la mani per prenderla. ‘Ora ti prendo.’ Mi piaceva annunciarglielo. ‘Ecco, ti ho presa,’  la informavo poi, a lei già scomparsa tra le mie braccia. Ma la massaggiatrice mi ferma, decisa però dolce, materna. ‘Solo massaggiare… solo io toccare… tu buono, tu relax.’ Sì, materna. Materna. Le do ragione: questa è l’altra metà del ciclo della prostituzione. La sa lunga la mia principessa degli altopiani, lo ha imparato alle pendici del grande Atlante: il colmo del godimento non sta nel ridurre gli altri a oggetti del nostro piacere, ma nel lasciare che il piacere ci giochi il suo scherzetto.E riduca noi stessi. A questo penultimo orgasmo, triste, solitario e finale. ‘Tu buono… tu relax… solo io toccare.’
Per tutta la vita temiamo di essere un adulto con il pene da bambino. E invece eccoci qua: siamo bambini con il cazzo di un uomo. Regrediamo. Regrediamo verso rapporti non paritetici, verso sottomissioni benefiche, verso scompensi paradisiaci. La nostra vita adulta è, oramai, solo un ricordo d’infanzia.”

E in IPI, come va? Stessa minestra, soltanto un po’ ristretta (pagina 168):

“Lui allunga la mano per prenderla. Un ultimo, declinante riverbero dell’impulso a ghermire la femmina lo raggiunge dal fondo dei tempi. Poi svanisce anche quello. E allora lui, il maschio congedato, il padre infedele a se stesso, regredisce. Regredisce lungo una diversa ascisse temporale, verso rapporti non paritetici, verso sottomissioni benefiche, verso scompensi paradisiaci. La vita adulta è ormai solo un ricordo d’infanzia.”

E così si va alla conclusione della scena, infarcita di considerazioni parafilosofiche su eros e civiltà. A pagina 174 si legge:

“Non abbiamo più donne libere e fiere davanti a noi, ma solo schiave d’amore infedeli. Schiave loro, schiavi noi. Tutto un mondo di servi. Servi, di servi, di servi. Ogni rivoluzione è fallita. Soprattutto quella sessuale.”

E qui non si tratta di chiedersi se Herbert Marcuse stia sghignazzando nella tomba, ma piuttosto di vedere come si chiuda il capitolo di IPI a pagina 168:

“Per un attimo l’idea lo accarezza. Si sente vuoto, disteso, affrancato. Non ha più donne libere e fiere davanti a sé, solo schiave d’amore da hard discount. Schiave loro, schiavi noi, schiavi tutti. Un secolo è trascorso invano, ogni rovoluzione è fallita. Soprattutto quella sessuale.”

Di sicuro ha trionfato la rivoluzione dello scanner. Ma trionfa anche l’eterno principio marxiano secondo cui la storia si presenta in tragedia per poi ripetersi in farsa. Quattro anni fa Scurati perse lo Strega con BSFM, frignando contro il verdetto della giuria che mortalmente lo ferì. A quattro anni di distanza ripropone intonsi passi di quel romanzo, come volesse prendersi due volte la rivincita. E i passaggi identici continuano in moltissimie altre pagine. Se non le trovate, faremo una seconda puntata. I giurati del Premio Strega non hanno proprio nulla da dire?

Pippo Russo @pippoevai