990x27_promo
Recensioni Autore: Franco Buffoni / Donzelli / pp. 119 / €

Avrei fatto la fine di Turing

Recensione di Gianluca Garrapa
Avrei fatto la fine di Turing

L’ultimo lavoro di Buffoni è un intratestuale libro unitario dedicato ai genitori. Un altro viaggio nella memoria, come il precedente Jucci, che rende collettivo un pensiero e un sentire che è del tutto privato. Eppure non si pubblica il privato, non si langue nel proprio lirismo ombelicale, e il riferimento è una figura nota, importante: Alan Turing. Turing è stato uno dei padri dell’informatica, matematico, logico e crittografo inglese. Nonostante ciò morì suicida, dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica in quanto omosessuale.

Dunque la lotta contro il padre (e sottilmente con la madre) si profila a partire dal discorso sull’omosessualità, sullo sfondo di un discorso più generale: le strutture di pensiero delle religioni abramitiche, in particolare il binarismo sessuale e l’eterosessismo con tutte le conseguenze a livello psichiatrico, sociale, e psicologico.

È una denuncia forte e delicata allo stesso tempo. Diviso in 14 parti o capitoli, il primo ha solo una poesia, Per placare Monaldo, dove appare un riferimento al clericale codinaggio del vecchio tonto. In effetti torna più volte il riferimento al delirio clericale che bolla e ha bollato per secoli l’omosessualità come malattia e peccato. Situazioni familiari e ricordanze che mostrano la pesante atmosfera ipocrita tipica del buonismo cattolicissimo. La famiglia sacra e sacrilega. Già in Jucci, Buffoni evidenziava il distacco familiare come una vera e propria liberazione.

La seconda parte si apre con Avrei fatto la fine di Turing: la figura di Giovanni Sanfratello si staglia tragica e precisa: nel 1964, Sanfratello venne rapito a Roma dai famigliari e internato prima a Verona poi a Modena perché omosessuale e curato con elettroshock e coma insulinici prima di tornare a casa, dalla sua, per così dire, famiglia, in stato vegetativo, mentre il suo compagno, Aldo Braibanti, venne condannato a nove anni di carcere, poi ridotti a due: Avrei fatto la fine di Alan Turing / O quella di Giovanni Sanfratello / In mano ai medici cattolici / Coi loro coma insulinici / E qualche elettroshock. Il flusso retrospettivo che inizia dal presente, dal quotidiano: Vertigine stasera – / Mentre leccavo un gelato in via san Rocco – / Rivedere la casa riaperta / Con le finestre chiuse. / Le finestre delle urla del padre. Si inizia a viaggiare lievi come l’elicotterino del Giovanni, le scene del poeta che lavora in magazzino con il Giovanni: nelle vacanze per tenermi occupato, e si prova una leggera malinconia, un brivido di cose state, di cose che stanno passando: rivedere il bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi che diventerà il poeta che stiamo leggendo. Ricordi, epidermide del passato, la domenica al cimitero, la quarta parte: di nuovo il cancro che debilita il sistema democratico, la libera espressione del corpo-desiderio: Borghesia cattolicesimo fascismo. A indicare come il dato personale trascenda il personalismo della propria esperienza: è l’etica di una poesia che si fa sociale, in qualche modo, e anche lirica di un lirismo voluto e sentito.

Interessante, in questa sezione, le coincidenze biografiche tra il poeta Vittorio Sereni e il padre, tenente nella seconda guerra mondiale, dell’autore (Vittorio Sereni ballava benissimo; di quando la giornata è un po’ stanca): Autorevole e all’occorrenza duro / In famiglia e sul lavoro.

Dunque il padre, Pater. L’odore, il fantasma del padre che occupa tutta la linea dell’orizzonte poetico ed esistenziale. Anche nella natura, nei simboli, nella metafisica di una natura prossima e remota, ostile, oggetto che rimanda a un soggetto privato e terribile: Ogni volta che fisso negli occhi un albero / Sento che mio padre mi guarda / E non è affatto piacevole.

E però non è un’ossessione, il padre, è anche la coppia: loro: padre e madre. La genitorialità, le ipocrisie famigliari: Diaframmi d’odio: si continua a parlare come se niente fosse, / Solo evitando certi argomenti, e la famiglia eterosessuale quando sa essere distruttiva, schiacciante. La famiglia?

E appare sempre una madre, pacata, Dulcissima: è l’ottava parte, dove l’attenzione si sposta sulla madre, santa donna, i suoi compleanni, la sua poltrona, i piccoli momenti di quotidiana tenerezza, pettinarsi, passeggiare, il ricovero, la fine. Madre che riaccoglie il figlio uscito, quasi, dal ventre del padre per rientrare nell’explicit nella madre, assurta a mitologica Venere-Maria. La madre e l’alluvione nel Polesine del 1951: e la simbiosi rende il discorso poetico profondamente intimo, quasi romanticamente osceno, edipico: Poi divenni il tuo / Padre e marito / Pur restandoti figlio.

Eppure, complice il riferimento all’amatissima poetessa Katherine Mansfield con la sua capacità di trasfondere in poesia la propria biografia, Buffoni non cede all’io. Al suo io. E parla a noi, pure se non abbiamo attraversato il cammino più o meno difficile dell’amore ‘che non si dice’, parla a chi ha questo, spesso, inevitabile incontro-scontro con la genitorialità. Buffoni scrive, ancora una volta, dell’esistenza umana nella sua ricerca di onestà, amore e liberazione. E dunque contro ogni ipocrisia, violenza e dogmatico disprezzo per il desiderio diverso di ognuno di noi.