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Inediti 02.02.2015

Carmen Pellegrino anteprima. Cade la terra. Scrivere nei paesi abbandonati

piattoCi sono segnali improvvisi, inattesi, che arrivano spesso dagli angoli meno mainstream e “insospettabili” del magma letterario italiano. E’ quanto è accaduto con Franco Arminio (ma non solo), e il suo sforzo paesologico di ripensamento della scrittura e dello sguardo su una “realtà”, e quanto accade con Carmen Pellegrino con il suo Cade la terra, in uscita da Giunti nella collana “Italiana”, diretta da Benedetta Centovalli. Carmen Pellegrino si dedica da tempo ai paesi abbandonati: una ricerca e, allo stesso tempo, un tentativo di ricongiungere frammenti di vite trascorse, di tracce, di storie, di poesia. Un lavoro certosino di documentazione fotografica, di immaginari scomparsi, di impronte. La terra cade viene da questo mondo abbandonato dell’Italia interna e del Sud, un’Italia nascosta, trascurata. Protagonista ne è un paese abbandonato, Alento, un paese che frana, e una ragazza che cerca in tutti i modi di restare in piedi, e una lingua che riecheggia la corporeità di una cultura che resiste all’abbandono, senza inutili nostalgie ma con la consapevolezza che ciò che è stato dimenticato può essere e diventare nuovo, nel solco del lavoro – ad esempio – tracciato da Gianni Celati. Esplorare luoghi abbandonati è uno sforzo di restituire attraverso la parola scritta ciò che apparentemente non è più visibile e ciò che pian piano diventa sempre meno visibile crollando, andando in rovina: le vite e le storie. Ma anche, per una forza che sta tutta dentro la possibilità di raccontare, creare ciò che non c’è, dare forma al mondo, prendersi cura, resistere alla dispersione. 

Paolo Melissi

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La seccatura degli zappaterra che venivano ad assediarmi la casa durò fino a quando rimanemmo al paese vecchio, dato che mia madre spalancava loro le porte, e non ho mai capito il perché. Venivano in casa nostra ogni volta che volevano, venivano a bere dalle tazze che Estella prontamente riempiva di caffè o cacao, e si sconvolgevano all’idea di poter sorbire un liquido che non fosse la loro broda quotidiana. Mentre bevevano, emettevano risucchi da far impallidire le vacche e non facevano che parlare di altri poveracci afflitti da noiose malattie, o di tradimenti e liti, in modo che buona parte del paese si ritrovava da noi. Il colmo fu raggiunto quando mia madre, sollecitata dalle beghine della carità, accettò di «regalare ai piccoli poveri del paese qualche ora di sollievo e di gioia in occasione delle vicine feste natalizie», e questo sollievo doveva essergli dato proprio in casa nostra. L’idea fu accolta con entusiasmo dalla ridicola élite di Alento. Dissero che era proprio necessaria una festa bella e umanitaria, ma ciò di cui avevano veramente bisogno era un’occasione per sfangarsi la coscienza in vista del Natale. A spese nostre.

La faccia di Estella si colorò di una pericolosa contentezza e, per preparare ogni cosa in tempo, si diede da fare peggio di un cane dietro una lepre. Era evidente che le bastava sapere di avere i suoi simili intorno per raggiungere uno stato di esaltazione, si capiva anche da come le brillavano gli occhi, solitamente di un azzurro mummificato. In capo a due giorni fu allestito un gigantesco albero di Natale nel salone di casa e sui rami ci fu un’esplosione di sacchetti di frutta candita e cioccolato.

La sera del 23 dicembre i piccoli di bifolco in circolazione si presentarono alla nostra porta e subito si sparsero nei corridoi, guardandosi intorno a bocca aperta. Uno di loro, che si era infilato in un bracone come ne portano i turchi, vedendo un corrimano di ottone gridò «Ma è d’oro!», io gli feci sì sì con la testa perché era inutile chiarirgli certe differenze.

Quando si calmarono mi disposi a osservarli meglio. Erano incredibilmente fuori posto e, infilati a forza negli abiti della festa, parevano già vecchi. Nei maschi si notavano tenaci scriminature che attraversavano la testa da parte a parte; fra le femmine spiccava una che si era messa un cappello che non aveva più la tesa. Si chiamava Lucia Parisi, era stata mia compagna di classe per qualche anno. Modesta nell’abbigliamento, persino pulita, viveva nella campagna di Terzo di Mezzo, ma non era stupida, infatti gli insegnanti non la ritenevano un elemento passivo, a differenza di altri. Nonostante ciò, smise presto di frequentare la scuola, ancor prima di me. Quando fu il momento di togliersi il cappello cercò di sfilarselo in ogni modo, ma non ci riuscì e se lo tenne in testa per tutta la sera come una scuffia che le conferiva un aspetto particolarmente selvatico. Da sotto spiccavano occhi ingigantiti dallo stupore di trovarsi in un luogo incantato, occhi che correvano di qua e di là. Girando lentamente su se stessa fissava ora le statuette di porcellana ora gli stucchi alle pareti, ora l’argenteria ora i cristalli; fissava persino i libri e i dipinti e non si staccava da quelle visioni. Era come se avesse iniziato un viaggio tutto suo e, attraverso il colloquio degli occhi, scopriva un mondo che le era stato negato fino ad allora. A un certo punto inciampò nei suoi stessi piedi e ruzzolò; imbarazzata, rimase a terra per qualche minuto, poi Estella corse a darle del cioccolato e subito, addentandone un pezzone, si riprese dalla caduta.

Quella sera era stata accompagnata dal padre, tal Consiglio Parisi, che rimase ad aspettarla accasciato sulle scale; a un certo punto mia madre lo raggiunse. Li vidi parlare con una tale confidenza che non riuscii a trattenermi e andai a origliare, ma rimasi deluso: l’uomo parlava di una figlia morta, certa Mariuccia, e mia madre lo confortava; io feci un gesto scaramantico e mi allontanai. In seguito, l’avrei visto altre volte in casa, in cerca di mia madre, che si lasciava andare a una prossimità che non riuscivo proprio a giustificare. E, quel che è peggio, costringendovi pure me. Anche gli altri ospiti non fecero che guardarsi intorno quella sera, ma più che altro giravano intorno all’albero carico di cose buone, accalcandosi l’uno sull’altro quando mia madre dava loro manciate di dolci. E se fino ad allora erano sembrati storditi, subito diventavano svegli, si asciugavano gli occhi acquosi su una manica e si affrettavano a ricevere. A un certo punto ne vidi uno afflitto dalla piccola pozza che l’urina gli aveva formato ai piedi. Incredulo, guardai mia madre ma lei si voltò dall’altra parte. Quando fu il momento dei saluti, si raccolsero nel corridoio; visti dall’alto delle scale formavano una carovana stracciona in partenza per il nuovo mondo.

Fuori di quelle occasioni belle e umanitarie, i bifolchi si congelavano un’altra volta. La cordialità verso questi, la liberalità con cui i ricchi si incaricavano di trattarli in vista delle festività, non erano che un’apparenza condizionata da interessi vasti e molteplici. Salivano in paese solamente nei giorni di precetto, mentre per il resto del tempo vivevano nelle campagne addossate al borgo. Pastori, giumentieri, vaccari… la scuola confinava i loro figli nei banchi sotto le finestre, in modo che il puzzo se ne uscisse dalle fessure. Allo stesso modo in chiesa: restavano in fondo a tutto, sfiniti ma in piedi, restavano a sentir parlare di monti sacri, ma non conoscevano che le loro montagne. Mio padre aveva donato alla parrocchia due coppie di banchi: una coppia apparteneva di diritto a noi e infatti ci era riservata, come risultava dalla targhetta di ottone con inciso il nostro cognome – si trattava della coppia vicino all’altare, sulla sinistra, proprio sotto la statua della Madonna della Frana, senz’altro la migliore posizione in quel contesto. L’altra coppia era priva della targhetta e perciò disponibile. Fatto sta che i bifolchi non si sedevano mai su quei banchi, nemmeno quando, crollato un pezzo di tetto della chiesa, ai signori non sembrò più così necessario restare nei ranghi, visto che servivano braccia forti per la ricostruzione. Ai banchi donati da mio padre se ne aggiunsero altri donati da altrettante famiglie facoltose, tutta gente molto retta e religiosa, in perenne contrasto per l’assegnazione dello spazio in cui posizionare il banco. Il parroco suggerì una rotazione semestrale, dalla quale restavano ovviamente esclusi i bifolchi, che però non ne risentirono.

Dopotutto lo sapevano anche loro: finita la messa, dovevano tornarsene nelle campagne perché la comunità era cosa d’altri. A loro restavano le pecore, da tosare tre volte l’anno, e le fetide pozzanghere che nessuno bonificava, e poi le erbe spontanee, il loglio, il trifoglio e tutte le erbe mediche che volevano. Prima o poi qualcuno sarebbe andato nelle paludi a cercare decotti, cataplasmi, filtri e rimedi. In quei casi, all’istante, si saldava la comunità. I bifolchi per un minuto se la ridevano.