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Recensioni Autore: Nicola Vacca / Marco Saya Edizioni / pp. 106 / € 12

Commedia ubriaca

Recensione di Gianluca Garrapa
Commedia ubriaca

Il verso libero di Nicola Vacca conduce il lettore fuori dai luoghi comuni senza trascinarlo nel fantastico mondo delle utopie rassicuranti, ma anzi inchiodandolo al presente che non lascia scampo ma traccia sul corpo orbite sempre più fitte di significanti totali. Orrore e crudeltà sono due significanti, segni, di un secolo che cicatrizza sulla pelle martoriata della parola. La parola vuota, inutile, ridondante eppure estremamente corrosiva e distruttiva della società elettrica iper-mediale contro la parola piena del poeta, che risveglia la realtà in un mondo di morti, assassini e vampiri delle poche menti illuminate, un mondo di persone, maschere senza volto, perverse, che godono dello stesso soffrire: Eppure si chiama terrore / il piacere di uccidere / di cui siamo fatti. Gongolanti nel vuoto in cui ognuno intraprende gare impossibili per colmare le falle dell’impotenza: Ovunque assembramenti / mentre andiamo alla deriva. / Cicatrici a testimonianza dell’impotenza. Assertivi, nostro malgrado, alla violenza accecante ma che vede benissimo il suo bersaglio: la natura, l’uomo, l’intelligenza. Smembrati nei rivoli dell’insignificanza, adocchiamo le soluzioni che facciano da toppa alla nostra perdita dei sensi. Del sentire e del sapere. Il mondo di Vacca è ottuso e stupido, non perché a scriverlo sia una vanagloria ammuffita di un autore rinchiuso nella sua bella torre d’avorio fatta di parole sterili, al contrario: l’autore è interamente calato nella merda della società, nella schifezza morale che le parole della poesia riesce a trasformare in oro, sebbene quell’oro ci schiaffeggi un po’ come si fa con un bimbetto viziato. E non c’è quel vittimismo rassegnato o il voyeurismo morboso e anestetizzato del cittadino globale ormai preso nelle parole-gabbia dell’orrore, qui, anzi, c’è una volontà di potenza e una tensione che vuole il risveglio delle anime o forse una reinvenzione delle anime stesse: il terrore ha assassinato l’innocenza / ma non avrà mai la nostra libertà. I luoghi dove il terrore ha sconvolto la normalità sono anche quelli deputati all’amore, all’amore per la scrittura che trascina con sé il desiderio: Non avremo mai paura / davanti ai kamikaze che seminano morte / perché le più belle poesie d’amore si scrivono a Parigi.

Parigi è il luogo simbolo amatissimo da Vacca, non a caso, ad esergo dell’opera, i fantasmi di Cioran e Houellebecq segnano in qualche modo il solco in cui si incammina la poesia di Vacca.
Desiderio e amore che non concede alcun dolciastro e melenso sapore di retorica: dove la tecnologia scompare, quasi, per lasciare il posto al corpo, la mano, la penna: la penna scortica le parole.

La realtà, La realtà è il mondo che è già finito, però, non viene sussunta sotto la categoria autoreferenziale dell’iper-realismo dagli occhi di un autore narcisista, ma è trasfigurata nel simbolismo universale come nel quadro di un fiammingo. I particolari negativi della razza umana li possiamo vedere nelle parole di Vacca, adocchiate con durezza e scelte con zelo. Fanno male perché si cerca il bene, la giustizia, l’umanità quanto meno. Si invoca l’incubo per ricordare la necessità del sogno: Nessuna concessione al sogno / nel peggiore incubo dell’odio.

Sicché ti pare semplice resoconto del destino autodistruttivo dell’uomo ed è, invece, complessa tessitura che il lavoro di lima rende ineccepibile e musicale. Una triste musica jazz, un caldo, allo stesso tempo, ritmo blues, dell’anima, che fa da contrasto alla bellezza di carne di queste poesie. Eppure: questo non è più il tempo delle parole e al poetico lavoro di ristrutturazione tattile del vissuto, Vacca accosta una sottile e pervasiva vena filosofica, ironia, una distanza che serve, più che a disumanizzare, a far vedere meglio il reale e il suo infingimento. E così, con semplicità di bambino, Vacca distrugge il quotidiano rifatto dalla chirurgia inestetica e priva di etica della rassicurante e ipocrita intimità casalinga: in case come tombe / sepolti dall’ego del tubo catodico / sputiamo rancori / riteniamo di essere sempre nel giusto.

È in questa assenza di ‘io’, che invece l’egolatria contemporanea esalta, in questa sparizione dell’egocentrismo, principale bersaglio della raccolta, che si coagula la forza con cui la parola di Vacca si scaglia e demolisce il fatto feroce dell’anonimato, del plagio mentale che è letargia d’intelligenza e di desiderio, comune al cittadino addormentato e al terrorista che si fa esplodere.

Chiacchiere, lividi, urla e oscurità: in Dissipatio Vacca tratteggia i segni significanti di questa era scombussolata. È una caduta nel vuoto, di esseri e cose, Cose nude e umane / senza nessuna vertigine, di oggetti e coscienze che hanno tradito qualunque dio, qualunque logica materica della sensualità sublime.

In questo calvario Alla fine è sempre un incontro tra solitudini / l’unirsi per una questione di sopravvivenza, e l’oculatezza consiste non nella lamentazione del piagnisteo nevrotico, ma nello slancio rivoluzionario che vuole isolare il male per sconfiggerlo, dipingere il giogo dell’orribile per emanciparsene, è l’essere parlante e desiderante che nel segno della scrittura vince. Non è finzione del dolore, è lotta nella sofferenza, corsa snervante in un groviglio di rovi, attraverso l’assenza di tutto, persino dell’uomo, e un’invocazione al silenzio, supremo, liberatore, ma non utopisticamente liberatorio: la coscienza di dover cambiare per la liberà, è quasi un’ossessione che blocca, in fondo, le parole in gola e l’azione nel tremore delle mani. Eppure quanta bellezza ci esplode in viso che non riusciamo a vedere, in questa amara piana della cecità, la parola non può nulla perché siamo niente in un paesaggio di rovine, eppure… eppure questa raccolta è tutto, è l’estrema speranza, la battaglia finale contro la definitiva sparizione. Non c’è motivo alcuno per scrivere, vivere; le parole giuste sono rare però salvifiche, e nonostante tutto non sono mai inutili / eppure le parole fuori posto uccidono la Parola.

L’io-poeta scrive: Sono un pessimista con il vizio della ricerca, ma allora possiamo ben dire che il pessimismo nichilista di questa raccolta, suo malgrado, è più costruttivo di ogni facile ottimismo e serve a stimolare la ricerca del vero, a domandare, le poesie sono tagli nella carne dell’occhio che legge. Quasi favole terribili servono a insegnare la via a chi, regredito all’infanzia della ragione, non vuole trovare la strada.

La chiusa è dedicata all’arte del vedere: non serve solo aria pulita / ma anche nuovi occhi per vedere. Ecco, è forse questo l’impeto della raccolta che ci stimola, nonostante il nero nichilismo che la abita, a una sorta di autoanalisi trascendentale, a un tentativo di lettura-responso che ci lavi via la falsa coscienza del buonismo ipocrita per accedere a uno stato di cose finalmente umano, aprire, noi che siamo di passaggio, al riposo dell’occhio, all’affetto per ciò che ci appartiene, in carne e sangue e respiro: l’animale razionale a misura, e non dismisura, del mondo. La cortesia per chi ci ha preceduto, maestro e faro, e per chi verrà, figlio e discepolo. Le poesie di Vacca sono dure, arrabbiate, ma corrono, vogliono, sperano, ancora, che ci si apra alla salvezza, ci si incontri nella bellezza, nel congegno intellettivo dell’emozione umana, nella meraviglia: Aprire è la meraviglia dell’ospite / senza cui nessuno potrà mai chiamarsi uomo.

Buona lettura!