Dario Borso
“Dario Borso ha insegnato per anni Storia dell’Estetica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano; attualmente insegna Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Milano; a breve insegnerà Storia tout court in qualche Università della Terza Età.”
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A differenza degli altri libretti, questo è un atto d’amore – non di un figlio a una madre o viceversa, ma di due cartiglianesi ai 2800 compaesani, anzi a uno in particolare. Posto famiglia = nucleo di 4 persone, tratterebbesi di 70 famiglie, e qui è la prima anomalia, in quanto le mende sono molte di più, segnatamente 192: Frighiti
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L’affaire scoppiò nel 1998, svelato da Christophe Bident in Maurice Blanchot Partenaire invisibile con un ritardo di trent’anni esatti, morti imputato (Jean Beaufret 1907-1982) e parte lesa (Emmanuel Lévinas 1906-1995), vivi l’accusa (Maurice Blanchot 1907-, Roger Laporte 1925-, Jacques Derrida 1930-) e la difesa (François Fédier 1935-)1. A mezza estate 1967 Fédier aveva lanciato il progetto di una Festschrift per
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MM è l’unico autore del ragazzo ubicuo con cui abbia intrattenuto un rapporto strettamente professionale. Già da come iniziò, si poteva intuirne l’esito. Inurbato a Milano, a fine anni 70 avevo trovato il mio habitat naturale al bar Erica di fronte al Carducci: verso sera, verso ogni sera, stanco dell’università mi appollaiavo sul calcetto e via, infiniti tornei (ogni partita
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Nino non ha mai messo piede in ex-gelateria, e neanche a Osnago dal Pulcinoelefante, pur abitando a un tiro di schioppo, Airuno. Lo avevo incrociato sulla Grigna una volta, due volte, finché alla terza mi presentai (portavamo entrambi braghe corte, indicando genericamente gli altri dissi: “hanno tutti freddo”, lui fece “mmmh”). Era un gran rampicatore, secco come un bacchetto, barba
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Alberto Rebori, di cui van ricordati almeno L’Artusi illustrato (Corraini 2001) e Stendhal a Milano (Sormani 2006), è un originale. La prima volta che lo incontrai in ex-gelateria, mentre stavamo seduti sotto il pergolo in fiore mi chiese all’orecchio se erano uccelli a cantare o filodiffusione. Fa sempre domande, e la volta che mi chiese di andarlo a trovare a
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Sputtanato sono già, sputtanerò anche lui. Lo vedevo all’università nelle usate occasioni accademiche: tesi, consigli… niente di che, un normalissimo docente senza manco quel tocco blasé che traspira da tante mises d’architettura – infatti è urbanista. Solo che conosceva per altre vie Luciano Ragozzino, il socio del Ragazzo, e mi bastò un suo passaggio in ex-gelateria per ricredermi. Lì infatti venne
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Leggendo come tanti in rete le due interviste consecutive rilasciate il mese scorso da Celati ad Antonio Gnoli della Replobbica e a Luigi Mascheroni di un Giornale mi è tornato in mente la Visita a Rousseau e Voltaire del compianto James Boswell: stesso afflato, stessa reverenza, stesso tutto – ma a squadre inverse, tanto che consiglierei ai due di farne
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Non è raro avere due amici storici con lo stesso nome senza che loro si conoscano; ma che finiscano dirimpettai nella frazione di un paesino di 500 abitanti! Mattarana di Carrodano, Piero Motta e Piero Milesi. A distinguerli senza remissione c’è che il secondo è morto. Tengo per me lo strazio, qui lo ricordo per un libretto con un bitesto
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Sfogliando i sei numeri de “Il semplice”, sul quarto di ottobre 1996 sono incappato in Johann Peter Hebel, brevemente introdotto da Schneider e tradotto da Celati – neanche a farlo apposta, il pezzo più famoso, e pure da me più amato, delle Storie di Calendario, quello in cui il protagonista recatosi ad Amsterdam chiede ai passanti informazioni cui invariabilmente si
Dario Borso /
Quando insegnavo ad Architettura in piazza Leonardo, per il 16 giugno 1999 (anniversario dell’Ulysses di Joyce) organizzai con gli studenti una festa lunga un giorno (titolo: A Day in the Life) nel patio del Poli. Da un rottamaio comprammo il motore di un furgone, e in otto lo piazzammo al centro del patio (motore e sangria li pagammo vendendo il
Dario Borso /
Sto redigendo la bibliografia completa delle traduzioni italiane di Søren Kierkegaard (scadenza 5 maggio prossimo, bicentenario della nascita): una storia affascinante che iniziò più di un secolo fa con In vino veritas (l’ho tradotto anch’io), edito per Carabba da Knut Ferlov, apolide migrato poi in Francia, a tradurre ancora SK, in francese… E dove son finito l’altroieri in rete, mentre
Dario Borso / Aldo Buzzi /
Quando, introducendo il primo libretto gaudioso/doloroso, scrivevo che la nostra stamperia è ubiqata sulla rive gauche de la Marteseine, suscitai l’ilarità generale. Ma è pura verità, come testimonierà la vicenda che vado a raccontare. All’uscita di Andata e ritorno: viaggi a Djakarta, Gorgonzola, Lambrate, Londra, Como, Baggio, Vienna, Leichlingen, Springs, Brunate (Scheiwiller, 1984), rimasi folgorato da un racconto lì compreso:
Dario Borso /
Nel 1963 Cesare Cases pubblicò per l’Einaudi, di cui era consigliori, “Saggi e note di letteratura tedesca”, raccolta in cui spiccava una stroncatura del “Leviatano o Il migliore dei mondi” di Arno Schmidt (scritto nel 1946, ora tradotto a mia cura per Mimesis). La riporto sfrondata di riassunto della trama e amenità varie: Credevamo che si fossero ormai esaurite tutte
Dario Borso /
In un’ex-gelateria abbiamo iniziato Luciano Ragozzino ed io a stampare libretti con un tirabozze donatoci da un ex-stampatore. La casina editrice s’è chiamata “Il ragazzo innocuo”, per evolversi ora in “Il ragazzo ubicuo”. Il format è un trittico pieghevole, occupato ai lati da un bitesto e al centro da un’immagine. Il terzo libretto tocca le ragioni del cuore, perché Roberto
Dario Borso / John Cage /
In un’ex-gelateria di via Guinizelli MI abbiamo iniziato Luciano Ragozzino ed io a stampare libretti con un tirabozze donatoci da un anziano stampatore della zona. La casina editrice s’è chiamata “Il ragazzo innocuo” (anagramma del socio), per evolversi poi in “Il ragazzo ubicuo”. Il format è un trittico pieghevole, occupato ai lati da un breve bitesto e al centro da
Dario Borso / Alda Merini /
In un’ex-gelateria di via Guinizelli MI (una laterale di via Padova, rive gauche de la Martesaine) abbiamo iniziato Luciano Ragozzino (incisore docente al Poli) ed io (io) a stampare libretti con un tirabozze donatoci volentieri (in quanto occupava solo spazio) da un anziano stampatore della zona. La casina editrice s’è chiamata “Il ragazzo innocuo” (anagramma del socio), per evolversi ora
Dario Borso /
Nel bel libro di Paul Auster, The Art of Hunger (1992), manca un capitolo su Arno Schmidt. Proprio il mese scorso un testimone ha raccontato come una sera del 1949 a Cordingen, Bassa-Sassonia, un profugo slesiano lì trasferito dal 1946 fosse stato invitato dal borgomastro a un rinfresco pubblico, e com’egli si fosse immobilizzato con lo sguardo fisso davanti a
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I tedeschi nel 1918 avevano perso la guerra, nel 1945 persero pure la faccia. Ciò basta a spiegare l’exploit di romanzi subito dopo la prima guerra mondiale, e il silenzio tombale dopo la seconda. Bisognerà attendere il 1949, quando in contemporanea uscirono Leviatano di Arno Schmidt e Il treno era in orario di Heinrich Böll. Gli autori di queste due
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Mio nonno Costante era fidanzato in quel di Tezze (VI) con la nipote del prete, detta perciò la Preta. La cosa era piuttosto avanti, solo che lei commise un errore: s’informò da un amico di Costante del patrimonio – e ciò bastò a insospettire il nonno, che la saggiò: “Se mi ami davvero, ridammi le gioie che ti donai”. Lei
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PREMESSA I. Il sergente artigliere Arno Schmidt fu catturato sul fronte occidentale dagli inglesi il 16 aprile 1945, e subito internato in un campo di prigionia nei pressi di Bruxelles. Liberato alla fine dell’anno, si ricongiunse con la moglie Alice a Cordingen (Bassa Sassonia), dove lavorarono entrambi come interpreti in una scuola di polizia ausiliaria per tutto il 1946, fino