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Recensioni Autore: Luciano Funetta / Tunué / pp. 184 / € 9.90

Dalle rovine

Recensione di Enzo Baranelli
Dalle rovine

Se, come presuppone la Cabala, il significato più recondito è anche il più prezioso, allora noi dobbiamo calarci nelle tenebre ermeneutiche”, William T. Vollmann, Europe Central, 2005.

Gli uomini guardano una cosa sola, fino alla morte. Poi se ne vanno credendo di aver guardato tutto, mentre in realtà, in tutta la loro vita, hanno volto lo sguardo in una sola direzione“.

La prosperità, le promesse, le notti non più bianche, ma fosforescenti dell’Occidente lo colpirono come una rivelazione“.

 

Tutto prende l’avvio quando il protagonista, Rivera, che vive in quartiere della città di Fortezza, s’immerge nella sua passione divorante per i serpenti velenosi e gira un video erotico amatoriale: ci sono lui e quattro rettili che strisciano sul suo corpo e la ripresa termina con un orgasmo.

Le immagini tenebrose e inquietanti attirano l’attenzione di un produttore di film pornografici, Jack Birmania (nome d’arte) e di altri personaggi. Rivera, il protagonista del romanzo d’esordio di Funetta, dopo essersi dapprima rinchiuso in un mondo privato fatto della sua collezione di rettili velenosi, entra in contatto con il mondo della pornografia artistica, estrema, che è ibridata con un cinema d’avanguardia: quello che sembra nato casualmente, diventa una macchina narrativa precisa, dove l’autore inserisce un immaginario apocalittico che trascina il lettore nel racconto.

Nella storia di Luciano Funetta, i personaggi vivono tutti ai margini del mondo, anche del mondo che si sono creati loro stessi. Basta pensare ad Alexandre Tapia, autosegregato nel suo appartamento a Barcellona, fuori dal mondo, prigioniero di se stesso, forse morto, “ma i morti possono resuscitare” oppure a Rivera stesso e al suo mondo di rettili: trenta teche, ognuna con un raro serpente velenoso

La città di Fortezza è un luogo inesistente, un’ideazione costruita su strati e strati, disposti in tutte le direzioni, di altre città. Eppure l’ambientazione è ricca di particolari e preme su personaggi e azioni. L’invenzione, quando è alimentata da una fiamma viva, accende l’inesistente e lo rende partecipe della fatica quotidiana dell’esistere: è questo logorio che trasforma sfondi, che per alcuni scrittori rimangono finti e fasulli, in qualcosa di vivo, come nel lavoro di Funetta. A parte Barcellona non esistono luoghi espressamente reali; e anche Barcellona, nella sceneggiatura di Tapia, “Dalle rovine“, diventa “una città senza punti di riferimento, senza quartieri, ridotta a una periferia eterna. Gli abitanti erano schedati e sorvegliati” (una periferia che richiama quelle di J. G. Ballard).

L’autore ricorre a immagini mitologiche, sempre corrette da un significato altro, come quando Jack e il regista Laudata si fondono “in un fauno o in un giullare moribondo“. La descrizione del Festival del Cinema Hardcore di Barcellona è a metà tra un’orgia consumistica, in stile Las Vegas, e “La Maschera della Morte Rossa” di Edgar Allan Poe. Inizia ad aggirarsi, tra le pagine, uno strisciante desiderio di morte: veleno e spire altrettanto letali ricoperte di scaglie. Il cuore di tenebra di Conrad e, forse ancora di più, la sua trasposizione cinematografica in “Apocalypse Now” di Coppola, retroilluminano alcune scene di “Dalle rovine“, mentre pensando a Edgar Allan Poe, il primo richiamo cinematografico è Roger Corman; nelle visioni di Jack Birmania si potrebbe invece trovare un riferimento a Russ Meyer (regista di film come “Faster, Pussycat! Kill! Kill!” del 1965 o “Carne cruda” che in originale è “Blacksnake” del 1972).

Rivera diventa ossessionato dalla sceneggiatura di Tapia, “Dalle rovine“: “rilesse la prima frase, che uno dei protagonisti pronuncia fuori campo, mentre (stando alle indicazioni di Tapia) la camera avrebbe dovuto percorrere un vicolo deserto: ‘La città è stata evacuata, adeguata al nuovo regime e ripopolata, come se niente fosse. Da oggi nessuno è autorizzato a lasciarla. Ci hanno detto che il mondo fuori è cambiato. Noi stessi siamo diversi. Di notte, quando ci ritroviamo nell’appartamento che abbiamo scelto per le nostre riunioni, ci domandiamo se al di fuori della città esistano ancora uomini. Poiché nessuno di noi conosce la risposta, forse smetteremo di chiedercelo. Nel frattempo abbiamo un piano’ “.

Ritornati a Fortezza, le scene diventano più ambivalenti, si enuncia un concetto e il suo contrario. La morte fa il suo ingresso nel romanzo, in modo violento e il racconto viene avvolto dal gelo dell’inverno e dall’evanescenza dei fantasmi: “I fantasmi non esistono, si disse Rivera, eppure di tanto in tanto qualcosa di simile a un fantasma lascia il suo anfratto e si mette in marcia, percorre la città da una capo all’altro, si mescola alla folla, entra nei bar, si accomoda nell’ombra dei cinema, attraversa inosservato il fragore delle stazioni ferroviarie, s’inabissa nelle gallerie della metropolitana, consuma pasti frugali nelle rosticcerie, entra negli appartamenti al tramonto e ne esce all’alba; le mani del fantasma violacee per il freddo, affondano nelle tasche del giaccone di cuoio, le dita della sinistra contano qualche moneta nel palmo della destra, ne prendono due e le depositano nel piattino di una zingara; gli scarponi da montagna macchiati di fango vengono sfilati e sistemati con cura in un angolo di una stanza d’albergo o abbandonati sul pavimento di un alloggio abusivo, un alloggio scelto tra i palazzi fatiscenti accanto alla ferrovia, un luogo dove stendersi su un mucchio di stracci e giornali senza togliersi il giaccone e coricarsi su un fianco, accendersi una sigaretta, scaldarsi le dita con la fiamma dell’accendino, addormentarsi, sognare“.

Il romanzo si trasforma, nella parte conclusiva, in un’elegia sulla morte, il vecchio Traum, collega, rivale e amico di Jack, mostra sul corpo le crepe che la narrazione espone nella descrizione dell’abbandono strutturale della villa di Birmania e dei luoghi dove avvengono le scene più importanti, come il palazzo in rovina dove Rivera e Klaus Traum incontrano l’esperto di snuff movies, Ranković.

I demoni oscuri, che costituiscono il “noi” della narrazione, conducono un’indagine su Rivera per l’intero libro, dissezionano le sue ossessioni e le sue paure, come il suo desiderio, fino alla cancellazione dell’umanità. Il testo usa uno stile in apparenza semplice, per sgretolare le certezze del lettore, come in un romanzo di Ballard: le convenzioni rispettate della lingua, si contrappongono all’eccesso degli incubi e delle scene enigmatiche, che dominano il romanzo. Funetta non deve spiegare tutto, perché è esattamente dove il significato è staccato dalle parole e può essere raggiunto solo con un salto, che la vera letteratura (come in William T. Vollmann) riesce a diventare essenziale per chi legge. E’ una salto della fede, la fede nell’arte, ciò che viene richiesto al lettore, un salto che si deve compiere in un mondo dove non vengono nascoste le violenze e i recessi più bui dello spirito, e così il romanzo diventa una chiave per aprire sentieri verso gli abissi dell’animo umano, iniziando da quello che più ci è prossimo: il nostro.