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L'intervista 18.04.2017

Dieci anni di scrittura. Intervista a Massimiliano Santarossa su La Trilogia del Nordest.

di

santarossa 1Prima con vite viste dal fondo di un bicchiere – lucidissimo – e poi con una penna usata come “un bisturi sulla realtà”, in “Storie dal fondo” e “Gioventù d’asfalto”, Massimiliano Santarossa inizia quel viaggio nel Nordest che lo porterà a “Padania”: dai libri d’esordio – 2007 e 2009 – al romanzo più complesso e impegnato il cerchio si chiude. E nel 2017 si compiono dieci anni di scrittura, di viaggio e di scoperta.

Iniziando dal tuo primo libro, come nascono i ritratti dei personaggi di Storie dal fondo (dove fondo ha il duplice significato: viste dal fondo di un bicchiere e vite di chi non ce la fa)?

Quest’anno festeggio dieci anni di scrittura, che in verità sono dieci anni di pubblicazioni di romanzi. La mia “gavetta” però l’ho fatta prima nei quotidiani e soprattutto in una rivista di psicologia. Storie dal fondo, il mio primo “romanzo a racconti” è uscito nel 2007, tuttavia la base del libro è del 1998, nei racconti brevissimi che pubblicavo appunto periodicamente. Tutto ebbe inizio una sera di dicembre di venti anni fa, sotto Natale, ero al Bar da Silvia con gli “amici del branco”, come ci chiamavano in paese, ad ascoltare le avventure in giro per il mondo di un vecchio friulano, vicende di puttane, lavoro e bevute. Io e gli amici in verità dovevamo partire per l’Austria, ci attendeva l’ennesimo rave oltreconfine, ma attaccò a nevicare e divenne impossibile affrontare i 361 chilometri che dividevano Villanova dal Piazzale Mozart di Salisburgo, per cui occupai il tempo con carta e penna a scrivere, o meglio prendere nota, delle storie dal fondo che il vecchio ci raccontava. Uanch ormai non c’è più, però ho avuto almeno il tempo, in questi anni, di “salvarlo” dall’oblio, nelle pagine di qualche romanzo. La grande storia salva sempre la memoria dei potenti. Gli scrittori invece possono salvare chi vogliono. Credo stia qui la bellezza di quest’arte.

Ho trovato emozionante ritrovare in Storie dal fondo sia il ricorso alla parola viaggio – come anticipando quello che è stato il tuo viaggio durato dieci anni nel Nordest – sia il riferimento a Pier Paolo Pasolini che in modo circolare fa chiudere la trilogia su se stessa, visto che Pasolini è nume tutelare, in modo esplicito, della scrittura di Padania. Immaginavi nel 2007 di scrivere così a lungo?

No, non lo avrei mai immaginato. Storie dal fondo è nato unicamente perché una sera a teatro, durante la presentazione di un numero della rivista di psicologia “l’Ippogrifo” per la quale scrivevo queste “storie vere e esagerate” sotto pseudonimo (il Vez che poi sarà il nome del protagonista di un mio romanzo), sentii borbottare in platea, dove stavo seduto da sconosciuto, che le storie di tale Vez non potevano essere reali, che nel ricco Nordest era impossibile trovare tanti ragazzi arrabbiati e ai margini, segnati dalla vita, che questo fantomatico Vez era un’invenzione, una figura inventata ad arte per sminuire la credibilità dei politici e degli industriali locali, nemmeno avessero avuto una qualche credibilità aggiungo ora. Capii quella sera che era doverono metterci la faccia, nome cognome e magari pure un libro in libreria. E così fu. Poi venne tutto il resto, i riflettori, i 300 reading, gli 8 romanzi, il viaggio letterario e umano mio nel corpo dell’Italia che ininterrottamente, settimana dopo settimana, prosegue da dieci anni. Per quanto riguarda Pasolini, abitando a due chilometri da Casarsa della Delizia, dove spesso vado a trovarlo in cimitero, dico che il Poeta è l’insuperabile fantasma culturale che aleggia sulla nostra nazione, come bene sappiamo. Però dico anche che la sua grandezza non sta nelle “profezie” socio politiche da tutti abusate, pure dalla destra economica e dalla borghesia che tanto odiava, bensì la sua lezione più pura è nel comprendere anche artisticamente che nel mondo arcaico/contadino/religioso friulano c’era e c’è una Poetica immensa, di voci e tradizioni, la “poetica della povertà e della solitudine” sostanzialmente. C’è un luogo nei campi dove chi studia Pasolini dovrebbe andare per capire davvero chi era, ed è la Chiesa di Versutta, luogo che amava talmente tanto da segnare la sua opera poetica prima, ma anche quella letteraria e cinematografica poi. Lì ha radici la grandezza di Pasolini, nella tradizione popolare friulana.

La prosa di Storie dal fondo e di Gioventù d’asfalto è improntata a un rigoroso realismo, l’onda lunga della gioventù cannibale si era, in quegli anni, già infranta: cosa ti ha portato a far rivivere una letteratura realista in un panorama orientato su altri argomenti?

Gabbia ChaosAlla fine degli anni Novanta e al principio dei Duemila la narrativa, in Friuli e Veneto più che altrove, ma in generale in Italia, era improntata soprattutto sull’intrattenimento, per ogni scrittore realista o impegnato, definiamolo così, ce n’erano a decine e decine votati al puro divertimento e pertanto al “consumo” della scrittura. Tuttavia bisogna dire che non è una scelta ponderata o lucida e tantomeno voluta quella “dell’impegno” in letteratura, che è sempre una sorta di impegno politico, ma avviene in modo naturale, se avviene. Sono nato e cresciuto in una piccola città, Pordenone, che storicamente è capitale del punk italiano, lì ho le mie radici, lì ho respirato cosa significa fare cultura, cultura alternativa e d’impegno. Tutti noi siamo sempre l’ambiente in cui nasciamo e l’aria che respiriamo, perciò il racconto musicale di quegli anni, quel modo di intendere una società e le persone, il ragionamento sulle libertà individuali e collettive, non è disgiunto dalla mia letteratura, che nasce quasi di conseguenza, che ne è figlia. Pordenone è una città che ha vissuto sulla propria pelle una enorme mutazione industriale in un tempo minimo, dai campi alle industrie, dalle case contadine ai mini appartamenti, in cinque, dieci anni, cioè da metà degli anni Cinquanta ai primi dei Sessanta. Esattamente due decenni dopo, i figli di quei primi operai, diedero vita e spazi musicali al punk e poi venne una certa letteratura, per contrasto e per coscienza critica verso il nuovo fagocitante e allucinato mondo produttivo seriale.

I personaggi narrati in Storie dal fondo partono tutti da esempi reali: qual è la principale differenza – a tuo parere – tra il tuo primo libro e Gioventù d’asfalto?

Entrambi quei romanzi sono il sunto di esperienze vere, quasi biografie di anime fragili e alle volte violente, verso se stesse violente. La differenza sta nel senso di visione: Storie dal fondo racconta la periferia in senso generale, luoghi, anziani, giovani, fatti, voci, suoni; Gioventù d’asfalto è invece un ritratto netto, nella pelle e nell’anima dei ragazzi di quelle periferie, diretto, vissuto ora dopo ora, un focus nella rabbia vera, generazionale. E’ il mio romanzo più legato a quella “visione punk” di cui accennavo, privo di schemi e sovrastrutture; non per nulla la copertina è un omaggio di un caro amico e maestro, Davide Toffolo, il più importante fumettista italiano e cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

In un cammino durato dieci anni hai esplorato anche altri stili – non solo il realismo – ma con Padania ritorni, seppure con una autofiction, a una visione realista, corroborata da dati Istat, grafici e foto. Sentivi la mancanza di questo approccio letterario?

Sentivo molto la mancanza, sì. Ho in fondo sempre raccontato il mondo che conosco, ma come scrittore mi sono sforzato di sviscerarlo con diverse lenti di ingrandimento e da diverse prospettive, per fare questo avevo la possibilità di usare stili narrativi differenti, fino a giungere a una visionarietà estrema. Tornare al realismo di Padania è avvenuto in modo naturale, ho unicamente seguito un richiamo, forse un bisogno di tornare al racconto diretto della Realtà, così da chiudere un capitolo importante della mia vita di scrittore.

Padania può essere considerato il romanzo della maturità artistica. Perché hai scelto l’autofiction?

Perché mi consentiva di dire tutto, davvero tutto ciò che è accaduto in questa zona d’Italia, cioè il Nord della nazione. Avvenimenti realmente accaduti a me, altri visti e di conseguenza fatti miei, altri ancora sentiti e poi riportati nella narrazione perché li consideravo importanti per il quadro che volevo dare di tale vastissimo territorio geografico, economico e soprattutto umano, e poi sono venute le note interpretative in appendice e le foto e alcune visioni oniriche; insomma l’autofiction mi ha permesso un “gioco” letterario vasto e questo credo abbia aiutato a tenere nelle 352 pagine una massa di avvenimenti enorme. Comunque i miei romanzi non è che nascano proprio da grandi scelte o riflessioni, arrivano come e quando arrivano; io mi limito ad ascoltarne la voce. Mi affido. E fine.

Immagino tu stia lavorando a un nuovo progetto e so che per te, come accaduto per Padania, la letteratura ha bisogno di silenzio: come cambierà il tuo rapporto con i social media e, se puoi anticiparcelo, su cosa è incentrato il tuo nuovo progetto?

Da molto tempo ormai non ho alcun rapporto con i social media. Li frequentavo una volta, anni fa, poi li ho usati per semplici comunicazioni, infine li ho abbandonati. Sono divenuti il compimento del disegno allucinato della televisione, quindi delle aziende: indurre tutti al consumo estremo di prodotti e rendere l’immagine personale, intima, privata, perennemente pubblica, quindi pornografia, in definitiva un ulteriore prodotto di consumo. Comunque nemmeno voglio perdere tempo a criticarli: ogni tempo ha la propria apocalisse. La letteratura sta all’opposto: ha bisogno di totale concentrazione e quindi di naturale silenzio, lontananza dal caos. Ho sempre scritto un romanzo ogni anno e mezzo, massimo due. Da qualche mese ho iniziato un nuovo romanzo che mi impegnerà almeno per cinque anni, un lavoro vasto dove tenterò un’impresa per me inedita: il racconto di tutto il Novecento, precisamente dal 1897 al 1999, attraverso tre uomini, nonno, padre, figlio, e le loro famiglie, un viaggio umano e storico nella nostra profonda pianura.

Considero Padania uno dei migliori romanzi italiani del 2016, qual è stata la risposta del pubblico e, vista la tua assenza dai social media, come ti sei mosso per promuovere il libro?

Non stare nei social media mi ha permesso di dedicare molto tempo all’organizzazione del tour di Padania, che è stato per me memorabile: 30 date da Trieste a Torino in sei mesi, tra Festival, Librerie e Teatri. Da Padania abbiamo creato anche uno spettacolo teatrale che porto in scena col bravissimo cantautore Pablo Perissinotto, le sei repliche hanno visto i teatri affollati. Ora continuerò con altre tre date, negli Auditorium di Pordenone, Padova e Rovigo. La mia vita di scrittore è incentrata sui contatti reali. Parte della fortuna di Padania e in genere dei miei romanzi deriva da questo ininterrotto viaggio.

Viaggio, Trilogia del Nordest sono termini che fanno pensare a Céline (Viaggio al termine della notte e Trilogia del Nord): è un autore che hai letto e ti ha influenzato oppure è solo una casualità?

Céline, Pasolini e Houellebecq sono i miei scrittori di riferimento. Non credo serva aggiungere molto.

Possiedi davvero un’Alfa Romeo 4C come il narratore di Padania?

L’autofiction, come sappiamo, permette molto, anche in termini di immaginazione. Comunque la questione è così: l’Alfa Romeo 4C ha 240 cavalli e raggiunge i 265 km/h, la mia aveva 220 cavalli e raggiungeva i 250 km/h. Per cui diciamo che Padania è 87% realtà e 13% finzione.

(Enzo Baranelli – 18/aprile/2017)