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Inediti 09.02.2017

Fabrice Olivier Dubosc. Approdi e naufragi. Resistenza culturale e lavoro del lutto

“La nave è un sistema micro-culturale, micropolitico in movimento (…) un simbolo organizzativo centrale, un cronotopo che offre coordinate alternative per ragionare di filosofia politica e morale”

Schermata 2016-11-10 alle 01.12.34Da anni, carrette del mare sbarcano sui litorali di un’Europa smarrita e svuotata di senso legioni di profughi, scampati, diseredati, disperati accecati dalla fame e da miraggi di salvezza. Queste ondate risollevano i principali interrogativi intorno a questioni come nuova schiavitù, post-colonialismo, emigrazione e, in primis, intorno a quella del naufragio inteso come lutto, come fine di vite che, invece, avrebbero il diritto di essere vissute fino in fondo e pienamente. E’ da questo groviglio che prende le mosse la riflessione di Fabrice Oliveir Dubosc, psicologo analista che da tempo si misura con una delle questioni più scottanti del nostro tempo (è appena uscito anche Piccolo Lessico del Grande Esodo, pubblicato da minimum fax), dando vita al suo Approdi e naufragi. Resistenza culturale e lavoro del lutto, edito da Moretti & Vitali.

La questione dell’Altro e del suo naufragare diventa per Dubosc occasione per guardarci in casa, per affrontare quella coscienza europea che slitta verso la chiusura, la prevenzione, e la reazione ostile a quanto viene da “fuori”. Intrecciando in maniera straordinaria il pensiero psicologico con quello antropologico, Approdi e naufragi si dispiega come un’occasione – la cui dimensione narrativa non passa in secondo piano – per affrontare il perturbante di cui è portatore l’arrivo dell’Altro, in un lavoro di reinterpretazione della storia, della nostra storia, della nostra posizione culturale (anche decisamente “pratica”) e della nostra identità. Perché è proprio riappropriandoci della nostra storia – quindi del passato – possiamo essere in grado di dare senso e direzione al presente.

Paolo Melissi

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Raccomandiamo ai nostri Fratelli la cura che dovranno avere nel suffragio delle loro Anime. Irmandade di San Benedetto il Moro

 

 

I

Nossa Senhora de Lampedosa patrona di schiavi e rifugiati

 

Dove gli schiavi che transitano da Lampedusa scoprono la storia del marinaio Anfossi e portano in Sudamerica il culto di una Madonna liberatrice. Compito delle confraternite di schiavi era di assicurare ‘degna sepoltura’ ai loro membri.

Nossa Senhora da Lampadosa e le confraternite di schiavi

Chi si trovasse a vagabondare per il centro di Rio de Janeiro capiterà facilmente nella famosa praça Tiradentes, dove, nel 1792, fu prima impiccato, poi squartato e infine decapitato Joaquim José da Silva Xavier. Era stato soprannominato dai portoghesi Tiradentes, cavadenti, nel corso del processo a suo carico per il fallito tentativo insurrezionale volto a proclamare una repubblica indipendente. Oltre a essere alfiere dei dragoni era stato dentista. La sua testa fu esibita alla popolazione a Vila Rica e altre parti del suo corpo nelle città che avevano simpatizzato con le sue idee. Attraversata la piazza, voltando subito a sinistra nella Avenida Passos, il passante potrà notare, stretta tra due palazzi, una chiesa dall’architettura anonima, costruita negli anni Trenta del secolo scorso sulle rovine di una precedente costruzione consacrata nel 1748. E’ la chiesa di Nossa Senhora da Lampadosa. Otto anni prima, nel 1740, il terreno era stato donato alla omonima Confraternita o Irmandade di schiavi neri. Prima di allora la confraternita di Nostra Signora di Lampedusa era stata ospite della confraternita di São Benedito.

Il culto di Benedito o Ditinho, popolarissimo in Brasile, venerava San Benedetto da San Fratello (noto anche come San Benedetto da Palermo, o San Benedetto il Moro). Benedito, cuoco francescano, fu il primo santo negro, schiavo o figlio di schiavi, nato nella Sicilia spagnola nel 1524. Gli schiavi lo adottarono come patrono ed emigrò con loro prima verso la Spagna e poi in tutto il Nuovo Mondo, dove – miracoloso ossimoro, un santo negro! – il suo culto si arricchì di leggende, iconografie e prodigi che si riappropriavano della traccia dei culti africani. Tuttavia chi si addentrasse oggi nella chiesa di Avenida Passos troverebbe una Madonna piuttosto convenzionale con in mano un cuore e in braccio il bambino che regge la colomba. Non è questa l’immagine che colpì gli schiavi di Lampedusa, e che essi adottarono da una storia di liberazione.

Storia di un marinaio sfuggito alla schiavitù

Per ritrovare la traccia dell’immagine originaria bisogna invece frequentare i dipinti dei pittori lampedusani che si trovano nel Santuario della Madonna di Porto Salvo a Lampedusa o nella chiesa di San Gerlando, nel centro dell’isola e che si ispirano ai ‘santini’ distribuiti dal Santuario di Castellaro, in provincia di Imperia, sede vera e propria del culto. Il personaggio del quadro è un marinaio, o forse il capitano di un bastimento corsaro originario appunto di Castellaro. Nel 1534 e nel 1535 i Saraceni avevano compiuto razzie su San Remo. La distinzione tra pirateria e impresa da corsa riconosceva in quest’ultima la fonte di guadagni consistenti, regolati da contratto, tassati e del tutto leciti. Nel 1561, Andrea Anfossi era stato catturato dai barbareschi che lo avevano ridotto in schiavitù.1 Anfossi rimase al remo sulla nave galera per quarant’anni sino a che un giorno i corsari, sbarcati a Lampedusa per rifornirsi, lo mandarono a far legna nei boschi dell’isola. È lì che, in una nicchia o in una grotta, trovò una tela che ritraeva la Madonna col bambino con Santa Caterina d’Alessandria. Ricavò allora da un tronco una rudimentale imbarcazione e, dalla tela, una vela per fare ritorno nella terra natia. Per celebrare il miracoloso ritorno del marinaio, a Castellaro, pochi anni dopo (nel 1619), venne eretto un Santuario dedicato alla Madonna di Lampedusa. La tela che vi è esposta sarebbe quella originale usata da Anfossi. L’otto settembre di ogni anno viene ancora portata in processione. La storia di Anfossi, l’icona della sua liberazione miracolosa dopo una lunga vicenda di schiavitù non riscattata, era una narrazione dell’impossibile, di speranza contro ogni speranza, una di quelle narrazioni che trascendono l’esperienza estrema dell’infranto. L’aspirazione alla liberazione dalla persecuzione di un destino avverso ritorna, del resto, anche nell’iconografia di Santa Caterina, sovente dipinta con la ruota, quella ruota che avrebbe dovuto torturarla ma che si spezzò in mille pezzi. Ruota che fu anche strumento privilegiato di tortura degli schiavi in fuga1. Del resto, la stessa schiavitù evoca il ripetersi (la ruota) crudele di un destino che dovrebbe spezzare ogni umana resistenza. Da Lampedusa e dalla Sicilia cominciavano a transitare non solo gli schiavi della corsa ma anche quelli della tratta sub-sahariana. Colpiti da un’immagine di liberazione, essi adottarono come patrona la Madonna di Lampedusa insieme a San Benedito e alla Madonna del Rosario e ciò spiega come il loro culto sia giunto in Sud America Un’altra confraternita famosa era appunto quella di Nossa Senhora do Rosário dos Homens Pretos (Nostra Signora del rosario degli uomini negri). Il culto del Rosario da parte degli schiavi era doppiamente mimetico perché si collocava nel cuore della tradizione cattolica e, proprio per questo, esprimeva e contemporaneamente occultava una connessione immaginativa non facilmente riconoscibile con i rosari delle tradizioni africane e musulmane, di fatto legittimando uno spazio transizionale di culto contemporaneamente sincretistico e parzialmente autonomo. L’imitazione/adozione del cattolicesimo consentiva nei fatti al sentimento religioso resiliente e vivo degli schiavi di sopravvivere nelle forme consentite dal potere coloniale e di creolizzarle parzialmente. Qualcosa di analogo, dalla seconda metà del 1600, era successo per la Madonna di Lampedusa. Il culto dei santi costituiva, infatti, un important e anello di congiunzione con le rappresentazioni sacre e le personificazioni attive (spiriti, dei, djnoun) delle culture d’origine. Le confraternite contenevano queste tensioni sincretistiche incanalando i momenti di celebrazione nell’istituzione cattolica e consentendo alle confraternite di svolgere una funzione di assistenza pubblica e di mutuo aiuto. La festa del santo patrono era un momento cruciale in cui sacro e profano si intrecciavano con messe, processioni, e banchetti. Per ora, basti qui ricordare che la principale attività delle confraternite era di garantire un degno funerale ai loro membri e il ricordo rituale dei defunti. Dice per esempio la promessa solenne della Confraternita di San Benedetto il Moro a Bahia:

Quando muore un Fratello di questa Confraternita, (…) lo accompagnino alla sepoltura, e ciascun Fratello gli reciterà una corona (…) e se i detti Fratelli morti siano anche Fratelli della Confraternita di Nostra Signora del Rosario, in questo caso le due Confraternite faranno consorzio l’una con l’altra, ciascuna accollandosi la metà della spesa per il seppellimento del Fratello morto, e raccomandiamo ai nostri Fratelli la cura che dovranno avere nel suffragio delle loro Anime.1 Anche la irmandade della Madonna di Lampedusa, era garante della degna sepoltura degli schiavi. Il rapporto tra sepoltura, elaborazione del lutto e resilienza emerge immediatamente come cruciale. Innanzi tutto perché avere una degna sepoltura significa essere degni di lutto. Nel lutto proviamo nostalgia.2 Sentiamo cioè nei confronti di chi ci manca un debito per ciò che non abbiamo compiuto o riparato, un debito che la morte non salda e che ci lascia un’eredità. Piangendo i defunti, testimoniamo anche che in essi sono stati amati o almeno che la loro vita (e la nostra!) ha avuto o avrebbe dovuto avere un valore. Nelle situazioni, come la schiavitù, in cui la vita è destitutita di valore, la sepoltura diventa un atto di resistenza culturale. Il tema della sepoltura nei culti degli schiavi rimanda dunque diacronicamente e sincronicamente a Lampedusa. È quel genere di immagine in cui per certi versi improvvisamente convergono presente e passato. Qui devo aggiungere un’altra citazione di Banjamin – su cui tornerò più volte – ma che può chiarire da subito la direzione di questo lavoro:

Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con il momento presente (Jetzt) ‘in una costellazione’ (…) La relazione tra ciò che è stato e l’adesso è dialettica: non è un processo ma un’immagine, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono immagini autentiche (cioè non arcaiche) [Materiali dal Passagen-Werk sezione N 2a,3 BENJAMIN, ivi p.117 corsivi miei].

Ho trovato in alcune immagini questa sorta di fulminea evocazione: neii morti senza sepoltura nel Mediterraneo, o sulle nostre spiagge; nei culti di sepoltura degli schiavi che passando da Lampedusa immaginarono la Madonna come icona di liberazione e la portarono in Brasile. Come pure nei rifugiati in fuga da guerre senza quartiere che premono inarrestabili alle frontiere dell’Europa, invocando quell’accoglienza che era parsa centrale nella costituzione della stessa identità europea e che ora a molti appare ‘impossibile’.