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Inediti 25.06.2012

Fabrizio De André, ai bordi dell’infinito. Intervista a Elena Valdini.

Celebrare Fabrizio De André, la sua poesia in musica e i suoi messaggi immortali sotto forma di canzoni (e non solo) è diventata una vera e propria missione per la Fondazione Fabrizio De André Onlus, difatti dopo il grande successo (di critica e pubblico) riscontrato con Volammo Davvero e il successivo e ricchissimo Tourbook, esce in libreria Ai bordi dell’infinito (Chiarelettere; pp.230 €14,50). La curatrice del volume, la giornalista Elena Valdini, con passione e dedizione, stavolta ha raccolto in un libro i frutti dei versi imperituri ed ispiratori di Fabrizio De André. Ne viene fuori una raccolta di saggi e testimonianze che gravitano intorno a Faber, provenienti da autorevoli esponenti della società civile e non solo, da Erri De Luca a Don Andrea Gallo. «Riprendere i versi di De André – afferma la Valdini – è spesso un modo per “accorciare le distanze”, sembra quasi che con lui tutto si spalanchi», ecco spiegata la ragione della malia che ancora oggi esercitano le sue parole, i suoi versi su tutte le generazioni.

 

Questo non è il primo volume che la Fondazione De André Onlus dedica alla memoria di Faber ma questo volume nasce con un intento diverso, si premiano i frutti del suo pensiero. Com’è nato Ai bordi dell’Infinito?

«Nei tanti incontri e laboratori organizzati spontaneamente in Italia, ma non solo: sono le “parole dette” e i progetti che hanno guardato in particolare al tema della giustizia sociale, vale a dire il principale binario lungo cui si è mosso il lavoro di Fabrizio De André. “Ai bordi dell’infinito” prosegue un percorso iniziato cinque anni fa con la nostra prima pubblicazione, “Volammo davvero” (Rizzoli/BUR, 2007), in cui provavamo a dar conto di quanto detto nei tanti incontri, convegni e dibattiti organizzati in giro per l’Italia nei primi cinque anni di vita della Fondazione. Pubblicato il libro, dicemmo che ci sarebbe piaciuto continuare quel percorso di raccolta perché molti spunti utili all’approfondimento della sua opera, così come altrettante letture ed elaborazioni, non si disperdessero, trattandosi in particolare spesso di interventi orali svolti magari in piccoli centri come Garessio, in Piemonte. L’appuntamento si è presentato e, per usare le parole di Dori Ghezzi, più che di una ‘promessa mantenuta’ si tratta di un ‘sentimento mantenuto’, reciproco, nell’abbraccio dei moltissimi che guardano ai versi di Fabrizio De André per ridiscutere problematiche purtroppo ancora attuali o per andare oltre i suoi versi e svilupparli nei laboratori con i detenuti, gli studenti o i disabili. “Ai bordi dell’infinito” non è un libro sull’opera di Fabrizio De André ma una raccolta di saggi e testimonianze intorno al suo pensiero. De André è certamente presente (anche con appunti estratti dai suoi autografi, pensieri e riflessioni che aprono ogni parte del libro) con il suo sguardo, la sua lungimiranza, ma più che le sue parole, il libro racconta di parole nate dalle sue parole, di analisi e progetti nati anche dalle sue canzoni. Progetti concreti e analisi lucide anche su questo nostro tempo e spesso sulla figura dell’Altro, sul nostro rapportarci all’Altro. Quindi uno dei sentimenti che più ha mosso la costruzione del libro e, prima ancora, l’organizzazione degli incontri dai quali sono poi nati alcuni dei contributi pubblicati, è quello di condividere per conoscere, e se questo avviene anche rifacendosi a Fabrizio De André non possiamo che esserne felici e, per riprendere e girare le parole della domanda, mi viene quasi da dire che forse sono questi frutti a premiare il suo pensiero».

Ma perché oggi è ancora così forte l’assenza di Fabrizio De André? Non ti sorprende che sia un punto di riferimento anche per le giovani generazioni?

«Sorprende nella misura in cui si pensa all’intensità con cui viene citato e ripreso anche da chi magari non ha mai assistito a un suo concerto o magari ancora non era nato quando uscivano i suoi album. Una risposta allora è forse nella lettura di come ci rapportiamo all’autore e alla sua opera, che assomiglia molto a come guardiamo ai classici, a quegli autori che sentiamo universalmente utili, vicini e presenti».

Non credi che ai cantautori odierni manchi qualcosa, forse la rabbia, forse uno sguardo più lucido? Eppure non mancherebbero certo i temi per cantare l’indignazione in modo poetico ed ironico, proprio come sapeva fare De André…

«Credo che la denuncia di certe problematiche non sia assente, forse certo è più episodica. Per quanto riguarda poi il modo dipende da artista ad artista, ma è vero che alcuni negli anni ci hanno, per così dire, viziato molto. La canzone che ti accompagna in un percorso o te ne disvela un altro spesso va anche cercata, forse uno spunto su cui riflettere è anche che cosa chiediamo noi oggi alla musica e alla canzone».

Fra tutte le testimonianze raccolte e gli aneddoti ascoltati per Volammo Davvero, Tourbook e Ai Bordi dell’Infinito qual è quella che ti ha maggiormente colpito?

«Del viaggio fatto in Tourbook forse quello che mi ha più divertita si ritrova nel filo rosso che attraversa e lega molte testimonianze e porta a scoprire un Fabrizio De André molto a colori, molto divertente e divertito, lontano dal bianco e nero, dal solo ruolo intellettuale. Questo almeno detto da una che conosce la sua faccia solo grazie alle foto e alle (poche) riprese video. In quel libro ho avuto la fortuna di essere accompagnata palco dopo palco da Pepi Morgia, ed è un ricordo dolcissimo. Di Volammo davvero e Ai bordi dell’infinito mi commuove l’autenticità dell’abbraccio e il lavoro del tempo perché se prima, penso ai primissimi anni Duemila, quasi ci si rincorreva a omaggiare l’uomo, l’artista e l’opera, a rimarcarne la grandezza, oggi quel sentimento credo che si possa leggere bene anche nell’elaborazione che ha portato molti a “usare” le sue parole per maturare nuovi percorsi. Riprendere i versi di De André è spesso un modo per “accorciare le distanze”, sembra quasi che con lui tutto si spalanchi».

Da fan o da giornalista, cosa avresti chiederesti, oggi, a Fabrizio De André?

«Non sono capace di tanta sintesi! Le domande più frequenti nascono dal lavoro di tutti i giorni, soprattutto sulle sue carte, che sono custodite all’Università di Siena dove ha sede il Centro Studi Fabrizio De André. Le domande della pancia hanno a che fare con la spiritualità e la religiosità».

Il libro si apre con un ricordo di Erri De Luca. Antonio D’Orrico, sul magazine Sette del 18 maggio, ha duramente criticato tanto il suo ricordo (“noioso”) che l’attività della Fondazione (“produttrice di bidoni”). Cosa ne pensi, come ti spieghi questa dura critica?

«In tutta sincerità, non l’ho capita».

Francesco Musolino