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Recensioni Autore: Louis Huart / Stampa Alternativa / pp. / €

Fisiologia del flâneur

Recensione di Stefano Scrima
Fisiologia del flâneur

Primo tentativo di definire quella curiosa figura solitaria, il flâneur, sorta nel primo Ottocento parigino col delinearsi della grande città moderna, è il libretto di Louis Huart del 1841, Fisiologia del flâneur, ora disponibile in italiano grazie ad Antonio Castronuovo. Questo tipo umano avrebbe in seguito avuto molta fortuna nella cultura occidentale – se ne occupò Baudelaire, mentre Benjamin si prodigò per una sua sistemazione teoretica –, probabilmente a causa di una società sempre più satura e sistematizzata, nella quale rivendicare il proprio poetico diritto all’ozio rappresentava l’unico modo per non farsi risucchiare, perdendo così la propria vena ispiratrice di uomini curiosi e di spirito.

Per Huart il flâneur è un passeggiatore ozioso che, senza meta e solitario – per non porre limiti al suo “capriccio” –, si fa guidare dalla curiosità della vita urbana, tra boulevards, giardini e passages, ammirato dalla bellezza femminile e dalle stramberie degli esseri umani incontrati. Con distacco si erge a spettatore tra la folla di quello che è un vero e proprio spettacolo per cui non si ha nemmeno da pagare il biglietto, se non quello del tempo, piacevolmente “perso” per riempirsi gli occhi. In fin dei conti un uomo virtuoso, poiché quando passeggia non pensa a niente e quindi nemmeno a nuocere ad alcuno.

Lo stile di Huart è ironico e leggero, acuto e ficcante nel descrivere le peculiarità del flâneur, tenendo soprattutto a non confonderlo con i tanti tipi umani che spesso e impropriamente usurpano questo titolo. Nelle sue parole manca tuttavia lo spleen e la sottile ribellione che avrebbero contraddistinto la figura del flâneur grazie a Baudelaire, ma ne esce comunque un personaggio ben descritto e originale, adeguato a ciò che davvero dovette rappresentare ai suoi esordi per la società parigina; ovvero, d’accordo con Balzac, «l’unico uomo felice che esista sulla terra» (p.69). Un esempio di piacere – “divino” – nel praticare l’arte della flânerie? «In prima battuta si ricava il piacere di vedere una folla di teste di avvocati, ognuna più barocca dell’altra; poi c’è il piacere non meno grande di felicitarsi di non aver nulla a che fare con la gente di giustizia: ecco dunque ottenuti due piaceri in uno» (pp.68-69).

Con queste pagine Huart si spinge addirittura in una ridefinizione dell’essere umano: «un animale a due piedi, senza piume ma col paltò, che ama fumare e flâner» (p.6), unica attività che lo pone davvero al di sopra di ogni altro animale.