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Inediti 16.02.2017

Giuseppe Montesano. Lettori selvaggi. Dagli affreschi paleolitici a Don DeLillo

 LETTORI SELVAGGI_piattoPer uscire dal labirinto bisogna attraversarlo. E’ quanto fa Giuseppe con Lettori selvaggi, imponente “atto di lettura” pubblicato da Giunti: una sorta di “storia del piacere del testo” che prende le mosse dalle tracce cromatiche delle grotte paleolitiche arrivando all’ultimo romanzo di Don DeLillo. Così Montesano si è incamminato in un percorso lungo millenni, intricato e per certi versi avventuroso, accedendo a tutti i differenti sentieri della creazione letteraria, della narrazione, ricostruendo una foresta di segni in cui è bene abbandonarsi in maniera selvaggia. Una foresta in cui pullulano gli incontri, i più vari: David Lynch e i Veda, Gadda e  Guy Debord, Forster Wallace e Pirandello, Ambrose Bierce e Charlie Parker, Omero e Vermeer, Borges e Roman Polanski. Il lettore non ha che da seguire la guida dell’autore, che lo aiuterà a perdersi per comprendere come la strada stessa sia la sua vita. 

Paolo Melissi

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e Don DeLillo, questo italo-americano nato nel 1936 nel Bronx, perché a volte sa vedere che il nostro tempo è avventuroso e incredibile non meno dell’epoca o dell’atmosfera dei Tre moschettieri, dei segreti delle Piramidi e dei viaggi di Jules Verne, e trasporta il lettore in un luogo così prossimo al se stesso più nascosto, da risultare troppo spesso invisibile a quegli stessi che lo abitano e ne sono vissuti: come accade con La stella di Ratner, un romanzo scritto negli anni Settanta dove la matematica si incrocia alla fantascienza e a qualcosa che si può definire forse l’allucinazione della contemporaneità: dopo una partenza da spy-story il romanzo si dipana in un

mondo straordinario e surreale, abitato da fisici che studiano nuove dimensioni, da logici che preparano un linguaggio universale fatto di soli segni, da sciamani australiani e da grandi potenti della finanza che sperano di ricavare dalla scienza ingenti guadagni: La stella di Ratner ha una vocazione enciclopedica a usare tutti i materiali che il presente gli offre per riflettere, raccontando, su questo stesso presente: ma è anche un romanzo di formazione e di avventura in cui un quattordicenne geniale e bizzarro cerca, con le armi del candore e dell’intelligenza, di uscire indenne dal mondo degli adulti: la realtà è un luogo viscido, realistico, tragicomico, e Don DeLillo la racconta come in un’eco moltiplicata, non limitandosi a raccontare, sia pure benissimo, delle storie, come fa per esempio Philip Roth, ma fornendo al lettore il riverbero spettrale del mondo spettrale di pixel e mediaticità in cui viviamo e ci trasformiamo: DeLillo sa aprire lacerazioni nel tessuto di déjà-déjà vu che abitiamo con una discrezione e una chiarezza che paradossalmente rendono più dissonante la musica di turbamenti delle sue visioni, e da quelle ferite sa farci sentire qualcosa che oggi alla narrativa sfugge, una radiografia che racconta non solo il lato fisico e psichico della vita, ma anche uno stato indefinibile che oscilla tra fisico, mediatizzato e metafisico, e lo fa afferrando il lettore per il collo e tirandoselo dietro frase dopo frase in un labirinto di specchi, facendogli tenere il fiato sospeso come se seguisse le vicende di un giallo: una bizzarra suspense che assomiglia alla fascinazione che ci dà la paura di sapere come andrà a finire la nostra esistenza, un’esistenza che sta al centro di terrore e angoscia, compassione e passione, economia e bellezza, un centro mai detto apertamente ma intorno al quale si costruiscono le misteriose storie di DeLillo: il tragicomico limbo messo in scena in Rumore bianco o in Underworld è semplicemente il nostro mondo, qui e ora: il potere di falsificazione dei media, la pulsione di morte del piccolo-borghese per la sua paura terrorizzata di ogni verità, e il Progresso come catastrofe in cui adagiarsi quasi si vivesse un ultimo spettacolo: i due protagonisti di Rumore bianco, ossessionati dalla paura della morte, fanno di tutto per esorcizzarla, dallo studiare lo specialista in morte Adolf Hitler, all’imbattersi in un farmaco che farà dimenticare la paura di morire: così la famigliona quasi hollywoodiana dei Gladney, con i figli ereditati da diversi matrimoni, cerca l’oblio, la rimozione di qualsiasi cosa che possa interrompere il brusìo oppiaceo in cui è immersa tra i notiziari, le rituali spedizioni ai supermercati, le chiacchiere, i battibecchi familiari, lo scoppio di una fabbrica di prodotti chimici, il delitto: tutto si mescola in una grande poltiglia-vita dove bene e male sono sospesi, e ci si agita in una terra di nessuno che sembra già di dopo la Storia: l’unico gesto di esorcismo liberatorio che esiste nel mondo di Rumore bianco è il gesto frettoloso, rimosso e avido dell’acquirente che compra per colmare un vuoto incolmabile, la sola bellezza concessa ai condannati di DeLillo è quella dei tramonti colorati come artistici technicolor dalle scorie chimiche che stanno avvelenando chi li contempla: la commedia demente di DeLillo è la sola che ci sia concessa, come la risata col sale sulle ferite che è cominciata da Bouvard e Pécuchet e non accenna a finire: la modernità assoluta di cui fantasticava Rimbaud, e che Hitler ha realizzato nella gigantesca ironia dell’Arbeit macht frei dei campi di sterminio, è questa: che si può ridere solo piangendo, e piangere solo facendo smorfie,

 

e L’incanto del lotto 49 di Pynchon, che uscì nel 1966: perché racconta la rete di connessioni tra la realtà e l’irrealtà nella quale si compie, disperdendosi in trame senza trama, l’azione dell’uomo contemporaneo, in una lingua che è la trama-rete in cui si formano da tempo le storie e le vite: una connessione che evoca ciò che sta dietro le apparenze della contemporaneità come se sulle fragili realtà del giorno premesse un incubo da fiaba notturna, con una paradossale nuova comicità che sa far ridere i neurotrasmettitori e i muscoli bruti per qualcosa che si capisce cosa sia ma che non si può afferrare: leggere L’incanto del lotto 49 a specchio del mitologico L’arcobaleno della gravità sarebbe una lezione anche su cosa non bisognerebbe fare quando si è scrittori del e nel Contemporaneo: il Pynchon dell’Incanto del lotto 49 aveva scelto una forma segreta di confronto con la realtà: presa alle spalle, colta nella sua radice irreale, ma mai evitata: là i giochi di Pynchon erano affascinanti perché dai loro labirinti si sprigionava qualcosa che non era gioco, la rivelazione di una realtà altra o di un altro modo di vedere la realtà: invece proprio a partire dal presunto capolavoro L’arcobaleno della gravità, la dialettica tra finzione e realtà si è interrotta, e la fiction è diventata padrona assoluta: a partire dall’Arcobaleno della gravità Pynchon si è messo a post-giocare con la Tradizione e il Genere, finendo con il credere che la letteratura è creazione assoluta e lo scrittore il Dio che pronuncia il mondo: allora «Il Libro», come nella mitologia di Mallarmé, ha preso il posto della Realtà: un Libro ormai collegato alla vita solo da fili sottili, contento di essere un grande giocattolo ed ebbro della propria autosufficienza: può darsi che questo sia accaduto perché la letteratura contemporanea ha dichiarato la sua impotenza di fronte alla feroce sferza economica che sotto l’aspetto di Storia sta stravolgendo tutti i rapporti umani, e che il gioco del narrare sia diventato per Pynchon metafora di una possibile salvezza fuori della Storia: ma il suo divagare, che dovrebbe portarlo fuori dal labirinto, somiglia allo svago di chi ha definitivamente accettato l’inspiegabilità del labirinto, uno svago dove la lingua con cui il prigioniero vorrebbe parlare di fuga dalla gabbia parla solo di fuga dalla realtà: il rinchiudersi nella casa dei giochi della letteratura per raccontarsi storie, non impedirà all’orrenda Storia appena fuori dalla porta di mandare all’aria tutti i possibili giochi, perché oggi i racconti di Sheherazade non possono salvare più nessuno: e per capire quanta futile acquiescenza allo stato delle cose ci sia nella narrativa tanto idolatrata di Pynchon, basterebbe leggere il delirio organizzato che pervade Le perizie e JR di Gaddis e il delirio poetico che genera musica in Prigionieri del paradiso e in Nel cuore del cuore del paese di William Gass: due autori di romanzi inutili ma grandiosi, ai quali si potrebbe accostare, in un certo senso per contrasto, il Cheever di Chiodi e martello, con la sua prosa ossessivamente lucente e oscura: scrittori che hanno nelle loro parole l’urgenza che brucia e morde, quell’urgenza che nel pieno della notte fa spalancare gli occhi sul buio dell’anima e dei tempi, e fa dire a chi legge le parole decisive: basta, non si può più vivere così, basta!,