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Recensioni Autore: Hasan Ali Toptaş / Del Vecchio Editore / pp. 400 / € 18

Impronte

Recensione di Margi De Filpo
Impronte

Alcuni romanzi richiedono tempo, bisogna assaporarli lentamente e non avere fretta quando la storia sembra ingannarci, i personaggi si moltiplicano e i profumi, gli scenari, le case diventano sempre più reali. Allora, le labbra di terra in cui vengono seppelliti i ricordi diventano putide perché rimaste chiuse troppo a lungo.

Leggere la storia di Ziya è doloroso, la sua angoscia, seppur antica, è pulsante e vividissima. Ziya incarna colpa e redenzione, è un uomo, un popolo, un paese, una frontiera. La sua è una storia di criminali e sventurati, di ufficiali e compagni uccisi negli scontri con i contrabbandieri; è una storia di fratellanza e miseria. Perché Ziya è soprattutto un sopravvissuto e porta su di sé questo fardello da troppi anni. Ha visto morire la sua innocenza e la sua giovinezza negli avamposti di confine turco-siriano e la sua famiglia durante un attentato in una libreria di Istanbul. Forse però a perseguitarlo ancora è il passerotto che ha ucciso da bambino, senza alcuna ragione, e il sogno premonitore che incarna il rimorso che lo tormenta.

Ziya riconsegna le chiavi del suo vecchio appartamento. Ha deciso di raggiungere la sua nuova casa, un luogo in cui poter dimenticare, protetto dal suo amico fraterno Kenan, tutto ciò che la guerra e la vita gli hanno tolto. L’affetto di Kenan, una piccola casa, un giardino, una vigna e sogni premonitori che si mescolano alla realtà, che si susseguono e si intrecciano fra loro componendo una tela. Trent’anni di ricordi che si confondono nel villaggio di Yaziköy: gli incontri, gli echi delle grida di adulti e bambini; i giochi e la miseria (Toptas è convincente e sensibile quando descrive l’animo infantile e la sua voracità) si sovrappongono ai ricordi della vita militare e alle esortazioni all’amor di patria.

La voce che Toptas concede a Ziya è ancestrale, lontanissima, sembra raccontare un’epoca mai esistita, una terra in cui passato e presente si sono stratificati in colori arsi, odori speziati e piccoli rituali che raccontano tradizioni e usanze. La parola ha in queste pagine il potere di piegare anche il tempo, di infondere, con un soffio, l’anima a ciò che è già morto, di restituire dignità e meraviglia alle piccole cose. Nelle pagine di Impronte non esiste una sola verità, non esistono vittime o carnefici, ma un segno che si nasconde nei sogni e li rende più reali della vita stessa, una parola, un urlo, un’impronta, che sta lì a ricordarci quanto noi apparteniamo alla storia e quanto la storia non appartiene a noi.