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Recensioni Autore: Michel Houellebecq / La Nave di Teseo / pp. / €

In presenza di Schopenhauer

Recensione di Alessandro Vergari
In presenza di Schopenhauer

Michel Houellebecq approda, dopo molti anni di casa editrice Bompiani, a La nave di Teseo. L’occasione è la pubblicazione italiana di En présence de Schopenhauer, un lavoro di commento ad alcuni brani tratti da due opere del grande filosofo tedesco: Il mondo come volontà e rappresentazione e Aforismi sulla saggezza nella vita. Houellebecq ha tradotto egli stesso in francese i passaggi selezionati, in omaggio ad un pensatore che, postulando nella natura l’eterno fluire di una volontà «senza tregua né scopo», ha inquadrato l’essenza tragica dell’esistenza.

In presenza di Schopenhauer nasce dall’incontro tra un autore celebrato e controverso, per molti il più grande scrittore vivente, ed un filosofo scomodo per la cultura occidentale, nemico dei dogmatismi, decisivo per Nietzsche e per l’irrazionalismo successivo. Come messo in evidenza dalla curatrice della prefazione, Agathe Novak-Lechevalier, i lettori di Houellebecq non fanno fatica a riconoscere l’impronta di Schopenhauer in tutto il corpus della sua opera, a partire dal saggio giovanile su Lovecraft, che reca il titolo Contro il mondo, contro la vita. Di recente, Michel Onfray ha sostenuto la coincidenza tra i due pessimismi radicali, quasi si potesse filtrare ogni romanzo o poesia di Houellebecq attraverso le categorie filosofiche schopenhaueriane.

Il libro prende forma nel 2005, quando Houellebecq, già parzialmente convertito al positivismo di Comte, ha appena finito di scrivere La possibilità di un’isola. Lo scrittore francese conosce Schopenhauer, quasi per caso, a metà anni Ottanta. Sullo scaffale di una biblioteca municipale scova gli Aforismi: è una scoperta che gli cambierà la vita. In preda all’eccitazione, si getta alla ricerca di una copia de Il mondo come volontà e rappresentazione. Ne troverà solo una di seconda mano in una libreria di boulevard Saint-Michel, dopo due settimane di peregrinazioni da un capo all’altro della capitale francese. Annota, con stupore, l’indifferenza dei librai parigini verso quello che definisce «il libro più importante del mondo».

Innanzitutto, Houellebecq sottolinea la completezza del sistema schopenaueriano, ambizioso al punto di voler rispondere a tutte le domande, etiche, estetiche e metafisiche, poste dalla filosofia fin dalle origini. Rappresentazione ed oggetto, in Schopenhauer, sono la stessa cosa. La realtà empirica di una rappresentazione è data dalla legge di causalità, che a sua volta ha l’intelletto umano quale condizione. Come un secolo più tardi in Wittgenstein, scrive Houellebecq, il mondo «è tutto ciò che accade». Schopenhauer, però, a differenza dell’autore del Tractatus, «parlerà di ciò di cui non si può parlare». Diventerà il filosofo del dolore e della volontà, e lo farà «con qualche brivido, poiché l’universo delle passioni umane è un universo disgustoso, spesso atroce».

Più avanti, approfondendo le concezioni estetiche sviluppate ne Il mondo come volontà e rappresentazione, Houellebecq affronta il tema a lui molto caro della scomparsa dell’individuo nell’esperienza artistica. Nel momento stesso in cui contempla l’Idea, l’individuo diventa «il soggetto puro della conoscenza, liberato dalla volontà, dal dolore e dal tempo». La dote essenziale per l’artista è conservare la capacità di percezione pura, tipica dei folli o dei sognatori. Un soggetto assolutamente immerso nella contemplazione del sublime rinuncia al ripugnante, all’allettante, ovvero a qualunque sollecitazione sensoriale che lo riporti sotto il dominio della volontà e del desiderio. Un’estetica ben nota ai greci, i quali, nella tragedia, escludevano la rappresentazione di atrocità, perché la pietà non venisse offuscata da «una partecipazione sensoriale troppo violenta». Anche la pornografia, se oggetto di pura contemplazione, per Houellebecq potrebbe essere arte.

Secondo Schopenhauer «il nome di volontà designa l’essere di ogni cosa al mondo». Eccoci alla radice ontologica di tutta la realtà, l’assurdo moto inarrestabile che permea di sé qualsiasi manifestazione del vivente, la forza cieca tiranna della natura, caratterizzata dall’assenza di finalità. «La vita animale non è solo assurda, è atroce», chiosa Houellebecq, dedicando agli ambientalisti, con la spietata ironia che lo contraddistingue, un brano schopenhaueriano, in cui la volontà viene dipinta in tutta la sua cupa e ferina violenza. È il bellum omnium, l’ambiente naturale così com’è, senza infingimenti, dove ogni essere è predatore e preda, vittima e cacciatore. L’oggettivazione del voler vivere è esemplificata dalla terribile rappresentazione di una distesa di tartarughe divorate da cani famelici, a loro volta sbranati da tigri. La natura è urla, sangue, membra dilaniate e crani fracassati. Una muta desolazione, un supplizio senza senso.

Alla crudeltà naturale Houellebecq accosta, con felice intuito, quella artificiale, la città moderna, «habitat immenso, anonimo, di una bellezza a volte grandiosa». Il poeta, a partire da Baudelaire, è costretto a misurarsi con questo elemento massimamente estraneo. L’alienazione reclama da ciascuno di noi una risposta di adattamento quasi disumana, e dal contrasto tra volontà e conoscenza nasce, in individui particolarmente ricettivi, il verso lirico o la creatività artistica. Nessuno, per Houellebecq, soffre quanto il poeta “urbano”, insediato nella giungla dei rapporti umani e distante, per indole, dai meccanismi del vivere quotidiano. Non vi è tragedia più grande ed oscenamente banale di quella prodotta da circostanze comuni. Il nostro tempo è segnato dalla ricorrenza di carneficine domestiche, spesso dovute alla noia, sentimento tipico delle persone mentalmente inerti, o perché troppo sazie, o perché insensibili, e quindi alla costante ricerca di sollecitazioni esterne sempre più estreme. «La vita dei nomadi, che rappresenta il grado più basso della civiltà, coincide con il grado più alto in quella che è diventata generalmente la vita del turista. La prima è determinata dal bisogno, la seconda dalla noia». Houellebecq, in questa nota a margine, sintetizza la sua critica alla “società del benessere”, ben conosciuta dai suoi lettori.

Per poter parlare di felicità, sostiene Schopenhauer negli Aforismi, dobbiamo fermarci sotto il livello metafisico del discorso e accettare, come morale provvisoria, un punto di vista convenzionale. Qui, scrive Houellebecq, si innesta quella forma di «buddhismo temperato» che tanto spaventò i contemporanei di Schopenhauer, filosofo “disertore dell’Occidente”. Le sue sono massime per vivere bene, ovvietà che non incrinano il messaggio complessivo e non modificano l’immagine cupa del grande pessimista. Se un pensatore le ritiene giuste, le banalità sono verità «poste al di sopra dell’originalità», e a chi le pronuncia va la nostra ammirazione.

Schopenhauer, secondo Houellebecq, commise un solo errore: pensare la sua filosofia come un monolite al di fuori della storia. Il consumismo ha invalidato l’ipotesi che ci si possa isolare in una contemplazione estetizzante della realtà. Tutto è inquinato da una tecnica onnipresente, che invade la nostra esperienza, manipolandone senso e prospettive. Ormai la grammatica mondiale è formulata e imposta dagli algoritmi. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, l’inattualità di Schopenhauer è ancora una sfida. Di più: è un’antitesi radicale alle utopie dell’eterna felicità digitale e all’ottimismo del pensiero unico. Nelle opere di Houellebecq, suo erede legittimo, risuona l’eco di un pessimismo che non si arrende. Un salto di lato, uno scarto, è pur sempre possibile.