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Recensioni Autore: Mauro Covacich / La Nave di Teseo / pp. / €

La Città interiore

Recensione di Anna Vallerugo
La Città interiore

Il bambino cammina sui vetri in frantumi. Finestre, bottiglie, un tappeto croccante, pieno di luce, sul quale le sue grosse scarpe avanzano a passo di marcia. Ha sette anni, regge una sedia rovesciata in testa e sorride al mondo. È quella scintilla negli occhi a essersi conquistata la prima pagina. Lo sguardo di uno scugnizzo triestino in preda all’euforia nonostante il peso della sedia e il compito da portare a termine. I fratelli hanno mandato lui. Un moccioso intenerisce, rallegra, ha più probabilità di successo. Il fotografo l’ha colto quasi alla fine del percorso – la modanatura sullo sfondo appartiene senza dubbio a un edificio del centro – ma le sue zampe tutte ginocchia sono in movimento da almeno un paio d’ore. […] Il padre era in centro ad aspettarlo nell’ufficio scritto sul foglietto. […] Sa dov’è. A sette anni si muove in città come un migratore lungo le rotte celesti. Non conosce i nomi delle vie, segue riferimenti emotivi, talvolta geometrici, i colori delle insegne, le fughe di luce verso la marina, i volumi dei pieni e dei vuoti tra i palazzi, le chiome degli alberi. Ha una bussola interna, l’infallibile magnetismo di un uccellino cresciuto per strada.

Si apre così, La Città interiore (La Nave di Teseo) di Mauro Covacich, in movimento, con un bambino e il suo qualcosa da portare a termine, in cammino, ad attraversare luoghi che conosce ora mutati dall’imponderabile, dall’ingovernabile: una guerra.

Solo qualche riga dopo, in perfetta assenza di attrito narrativo, il bambino diventa un altro, il luogo è appena diverso eppure uguale, e una sorta di guerra è anche in questo caso in atto. Con modalità differenti, figlie dei propri tempi: il primo bambino che attraversa la città tra le macerie di una guerra, scopriremo, è il padre dell’autore; il secondo, è l’autore stesso col padre, ora adulto, che lo porta nella parte alta della città da cui possono guardare, l’uno stretto alle gambe dell’altro, i fumi neri di un attentato che si sollevano da un oleodotto cui venne appiccato il fuoco nell’estate del 1972 dalla formazione terrorista Settembre Nero (tragicamente nota per la strage alle Olimpiadi di Monaco).

Attraversa la Storia e le storie, Covacich, con un romanzo che è memoir e reportage, analisi e formazione, ambientato in una Trieste non quinta, fondale, ma viva, pulsante, colta nelle infinite contraddizioni di città di frontiera, lacerata nelle anime politiche, nelle convivenze forzose di “italiani sbagliati” (nelle parole di Quarantotti Gambini) di origini austriache, tedesche, slovene e oltre, che trovano – solo lì – un fragile eppure resistente equilibrio.

La percorre sicuro Covacich, la città, nello spazio e nel tempo: e come il bimbo dell’incipit segue la sua, di mappa emozionale. Ci consegna così vicende di chi la abitò nel passato allacciandole con facilità estrema al presente, senza inciampo: se narra di Joyce e Svevo, uniti da leggendarie stima e amicizia, coinvolge in uno scarto temporale anche Coetzee, raccontando di una lettera che Joyce scrisse in dialetto allo scrittore triestino e che Covacich gira – a margine di una cena recente – all’interessato premio Nobel.

Ritroviamo nelle pagine di questo romanzo anche altre storie meno note, come di quella di Antonio Bibalo, compositore triestino divenuto famosissimo in terra scandinava e qui sconosciuto, che nel 1947 esce di casa con la più banale delle scuse «Mama, son senza sigarete, vado zo un attimo», abbandona madre e moglie e scappa verso un suo destino di gloria.

O quella di Jan Morris, scrittrice gallese autrice di impeccabili travelogue che conobbe e scrisse fitte pagine su Trieste dopo esservi giunta con il primo contingente britannico di Liberazione, quando portava ancora il nome di James Morris.

Vi ritroviamo ancora il nume tutelare Claudio Magris, dispensatore di consigli fondamentali sullo scrivere, e Saba, e Tomizza e nuovamente nel privato che si apre all’universale, la storia del partigiano e poeta croato Ivan Goran Kovacic, dalla cui vicenda viene attratto Covacich, incuriosito, per sua stessa ammissione, dall’assonanza, dallo scarto identitario, quella K iniziale del cognome così simile al suo che lo spinge a porsi sulle sue tracce in un imprescindibile peregrinaggio laico.

 

Straordinarie poi le pagine di dolcezze familiari, di affetti solidi, fondanti, con nonne piene di attenzioni piccole, i vestiti a scaldare sulla stufa prima di uscire: un’intimità accogliente, di vicinanza in stato di grazia, che porta con sé il suo opposto, un senso di inesplicabile preclusione, l’esistenza di un impenetrabile mondo di silenzi adulti che durano intere sigarette. Covacich sceglie – non senza interrogarsi apertamente in alcune pagine metanarrative – di riportare parte dei dialoghi in triestino, conservandone felicemente asperità, ironia, musicalità. E pudore, poesia, contrazione e densità perfetta di significato (El dolòr purtopo no mazza nissùn).

 

Un romanzo di fughe e di identità: trovata, persa, ritrovata, ricomposta. Di tasselli narrativi che perdono la qualità frammentaria a rimappare in Covacich il proprio e l’altrui passato, legati da una narrazione meravigliosa che scende in felice inarrestabile precipitazione, mantenendo una costante, straordinaria, lucidissima visione d’insieme sorretta da una prosa inattaccabile, dalla cui lettura diventa arduo staccarsi.

Uno dei romanzi più belli degli ultimi tempi.