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Recensioni Autore: Francesco D’Isa / Tunué / pp. 116 / € 12

La stanza di Therese

Recensione di Margi De Filpo
La stanza di Therese

Una mela, due mele, tre mele. Dopo averne allineate sul tavolo sette, il padre di Therese le dice di contarle e poi di ripetere l’esercizio, questa volta senza mele. Quindi Therese, una volta capito come si compongono i numeri, domanda fin dove si possa arrivare. “All’infinito”, risponde suo padre. Therese ha quattro anni, si è chiusa nello sgabuzzino e conta, conta, conta. Sembra il gioco innocuo di una bambina, invece è solo l’inizio.

È passato molto tempo da allora, Therese è diventata una donna, ma la prima domanda continua a tormentarla. “Se il tempo fosse eterno si potrebbe incontrare un immortale che ha contato tutti i numeri naturali”?

Senza il linguaggio non esiste astrazione, non esiste identità, conoscenza, non esiste etica, non esiste il bene e il male e quindi neanche il peccato. A questo pensavo leggendo il pamphlet filosofico di Francesco D’Isa, che è il linguaggio a formarci, a renderci esseri umani e poi ancora a differenziarci, a creare popoli e culture. Therese la pensa più o meno così, crede solo nella logica, è convinta che la realtà sia come un rebus e che si debba in qualche modo risolvere. Quindi ha preso tempo, un anno in giro per il mondo, o almeno questo ha raccontato ai suoi amici e alla sua famiglia. In verità ha scelto un hotel confortevole ed economico e portato con sé tutto ciò che sarebbe servito alla sua permanenza. Prodotti per l’igiene, medicine, trucchi, vestiti, e poi “sei lapis, otto penne, una piccola stampante con dieci cartucce, otto risme di carta, moltissimi libri e il computer.”

È decisa a non uscire dalla stanza, né comunicare con l’esterno, finché non avrà risolto l’enigma che la assilla. E il suo rifiuto dell’immanente, la sua ossessione per il trascendente, si trasforma in metaletteratura, diventa una lunga lettera pregna di solitudine, ironia e significati nascosti. Ritagli di giornale, macchie di caffè, diagrammi, fotografie, disegni, appunti, riferimenti geografici, planimetrie, procedimenti logici induttivi e qualcosa di più intimo che si affaccia fra le righe. Una lettera appassionata, spesso pretenziosa, a tratti ossessiva, che sua sorella le rispedisce indietro di volta in volta commentata. La causa della tua “filosofia” non è l’infinito, ma una propensione a produrre poca serotonina che hai ereditato dalla mamma, scrive a Therese, e non le nasconde quasi mai la sua preoccupazione.

Alcuni libri sono narcisisti, e in questo folle monologo il linguaggio supera il contenuto. Non esistono nomi propri nella stanza di Therese, vengono prontamente cancellati dalle pagine tutti i riferimenti a luoghi e persone, non esiste neanche il tempo. È tutto sottosopra, come nel mondo di Alice. Eppure credo valga la pena mettere da parte le remore e affidarsi alle elucubrazioni della protagonista, anche quando sembrano ridondanti, perché La stanza di Therese è un esperimento di letteratura sensoriale, di narrativa multitasking, è il racconto della solitudine, l’esaltazione e la condanna del solipsismo, ma è anche, soprattutto, un composto grido di aiuto. “Se continuo a riempirti di paradossi è nella speranza che almeno sul piano dell’astrazione intellettuale tu riesca ad ascoltarmi”, scrive Therese a sua sorella, l’unica persona al mondo che sia in grado di comprenderla.

Ma sul piano dell’astrazione intellettuale il linguaggio diventa il fine, allora le parole distruggono ponti, dighe e canali e condannano ad un intimo e inesorabile isolamento. “Com’è essere un insetto, o un muro? Cerco quel che sono per il tavolo che sfioro con le dita: una mano, un’unghia, un ammasso di cellule, un solido, nulla. Mentre oscillo tra gioia e dolore, spinta da un desiderio inesauribile cui non voglio arrendermi, i sassi hanno già quel che cerco”. Questo Therese ha sempre cercato, in una camera d’albergo o in uno sgabuzzino, diventare parte di quel tutto che coincide con l’Infinito, quell’essere immortale capace di contare in eterno che sua sorella si ostina a chiamare Dio.