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Recensioni Autore: Donatella Di Pietrantonio / Einaudi / pp. 163 / € 17

L’Arminuta

Recensione di Enzo Baranelli
L’Arminuta

Una quieta tempesta percorre questo romanzo dove nella limpida bellezza della prosa è inguainata la cadenza del dialetto d’Abruzzo, un luogo dove il mio ultimo vero legame di sangue è morto da tempo, aveva novantotto anni. “L’Arminuta” – chi è ritornata – è la voce narrante di un storia che si scioglie con una dolce asprezza sul palato dove rotolano il linguaggio e lo stile unici di Donatella Di Pietrantonio. Cresciuta da lontani parenti da quando era neonata, ritorna, la protagonista, alla sua vera famiglia che abita non a un passo dalla spiaggia, ma sulle colline interne dell’Abruzzo, dove l’erba cresce ancora intorno al casolare di mio nonno. Sento quindi un legame profondo con questo romanzo avvolto da un nostalgico splendore. I fatti sono raccontati a vent’anni di distanza e l’io narrante guarda se stessa bambina quattordicenne, o quasi, che muove i suoi primi passi in un mondo agricolo e di paese nella seconda metà degli anni Settanta. Non conosce incertezze l’autrice, ma solo una mano ferma impegnata a cogliere l’essenziale come dimostrano i capitoli spesso brevi di quest’opera, antica e insieme modernissima, che riesce a coniugare il ricordo alla vita presente in un continuo gioco di rimandi e rincorse.

 

Nel tempo ho perso anche l’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E’ un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.”

 

Le emozioni continuano a risuonare ogni volta che si chiude il libro – anche se per poco, perché le pagine vengono divorate, come un pasto da un affamato: sono forse questi i romanzi che dovrebbero vincere premi o salire alla ribalta delle classifiche, ma siamo in un paese che pare avere dimenticato cosa sia la feroce bellezza della prosa e che della poesia sa solo rimandare l’eco di volumi Adelphi, per la serie cita la Szymborska e vai sul sicuro, oppure Brodskij. “L’Arminuta” è solo uno dei tanti capolavori nascosti dagli imbrattacarte, gli scribacchini di corte, e gli scrittori a tempo – ora traduco, ora sono un giornalista, e ora pubblico un libro; no, non funziona così. Questo paese ha bisogno di silenzio e di libri come questo. Sarebbe già tanto per ricominciare a costruire dopo il terremoto di cattiva letteratura e di centri storici abbattuti (la cattiva letteratura distrugge invece la memoria della vera scrittura); sarebbe tanto, ma forse non ancora abbastanza. Iniziate a salvarvi, leggete questo romanzo.