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Recensioni Autore: Kent Haruf / NN Editore / pp. / €

Le nostre anime di notte

Recensione di Anna Vallerugo
Le nostre anime di notte

Ci ha lasciati con un dono prezioso, Kent Haruf. E’ questa la sensazione che resta netta al termine della lettura de Le nostre anime di notte (NNEditore, traduzione di Fabio Cremonesi), luminoso romanzo breve sull’amore, sull’importanza di sfrondare l’inutile, di riconoscere e coltivare affetti sinceri e accantonare il resto, tutto ciò che avvelena, corrode e amareggia.

Trovano rifugio perfetto nell’essenzialità della vicinanza dei corpi e delle anime i due protagonisti, Addie e Louis, settantenni vicini di casa nella straordinaria cittadina di Holt: è la storia di un amore voluto, è lei che prenderà in mano la situazione chiedendogli con semplicità, con purezza di intenti fuori tempo, di dormirle accanto: mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me, la notte. E parlare. […] Se ci fosse qualcuno a letto con me, credo che ricomincerei a dormire bene. Una persona carina, un senso di intimità. Parlare di notte, al buio”.

Ne nasce una forma di rapporto salvifico e forte, una grazia tardiva, la possibilità di una felicità piena nell’approssimarsi della fine del tempo (innegabile il riferimento alla vicenda stessa dell’autore, scomparso poco prima della pubblicazione del libro): eppure anche nella contea ideale di Holt, luogo amatissimo dai lettori, presente nella mappa emozionale di chi ha letto Haruf ma fuori da quelle fisiche – anche se un tentativo di pianta tracciata c’è e si trova proprio nelle ultime pagine di questo volume, per chi volesse comprendere con quale prossimità con le altre storie della magnifica trilogia si muovano i protagonisti di questa -, c’è chi gli si opporrà, parenti e qualche conoscente dallo scandalo facile. Perché Addie e Louis non vogliono celarlo questo rapporto, sincero e legittimo. E dall’intimità dell’”attraversare le notti insieme”, mano nella mano, passeranno gradatamente all’uscire a pranzo in Main Street, scegliendo, lui, perfino di indossare “una camicia rossa”.

All’ottusità e all’invidia di qualche benpensante, emblematicamente, Haruf opporrà la presenza di un bimbo, il nipote di lei, e del suo cane: esseri puri, cui è concessa la grazia del non giudicare. E che tutto comprenderanno anche in assenza di spiegazione.

Come e se resisterà il rapporto fatto di confidenze notturne a ricostruire due vite intere – dolori profondissimi, lutti familiari, tradimenti, senza risparmio di racconto compresi – e attenzioni gentili, non si intende qui dire.

Ciò che è certo è che anche in questo libro uscito poco dopo la sua scomparsa e scritto – è percepibile – in condizione di urgenza, ritroviamo tutto il respiro straordinario, ampio, potente di Haruf, padre di una forma di scrittura pulita e limata all’essenziale, un nitore moderno e delicato.

È  la straordinaria epica del semplice nelle forme, che si modellano poi perfette intorno ai contenuti. E anche in questo ultimo romanzo, uscito postumo, ritroviamo felicemente, il passo essenziale della prosa incantevole di Haruf, perfettamente scevra da facili sentimentalismo e retorica.

A qualcuno dei lettori spiacerà non ritrovarvi Harold e Raymond McPheron, i due anziani allevatori che avevano accolto con sé la piccola Victoria Roubideaux, e ancora Dj e tutti gli altri personaggi amatissimi le cui vite si erano intersecate negli altri libri. In realtà, più che assenti questi rimangono sullo sfondo di una Holt che c’è tutta, nei luoghi, nella civiltà dei costumi, stavolta anche nella grettezza di alcune persone povere di spirito: parte della vita, in fondo, a perfetto emblematico micro/macrocosmo.

Ad ogni modo, se non direttamente partecipi della vicenda di Addie e Louis, un richiamo agli abitanti della cittadina c’è, ed è una vera sorpresa quella che Haruf ci riserva quasi alla fine: una pagina di inatteso gioco metaletterario, con Addie e Louis che si interrogano su un tale che avrebbe scelto la loro cittadina come luogo elettivo per ambientarvi i propri romanzi:

Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall’ultimo di quei libri sulla contea di Holt […] Gli altri li hai visti? Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa una ragazza incinta.[…] I dettagli li ha presi da Holt, i nomi della strade e le descrizioni della campagna e la posizione dei luoghi, però quella non è Holt. Si è inventato tutto. […]

Potrebbe scrivere un libro su di noi, ti piacerebbe?

Non mi va di finire in un libro”...

Un dialogo, l’ennesimo tra i due: a differenza dagli altri romanzi, costruiti sul parlarsi a gesti carezzevoli, su reticenze e pudori, sul non detto, ne Le nostre anime di notte Haruf approda alla parola: ancora una volta limata, essenziale, quanto più vicino all’osso che potevo”, come aveva dichiarato in un’intervista, ma sempre piena di grazia e densa di senso.

E con questo inaspettato, finale, interloquire tra i personaggi che chiamano in causa se stesso, ci lascia a domandarci chissà cos’altro avrebbe potuto riservarci in un futuro che purtroppo non ci sarà, Kent Haruf: quel che ci resta, certo, e ci riempie di gratitudine, è il dono della sua grande, grande scrittura.