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Inediti 24 febbraio 2012
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Leslie P. Hartley inedito. Il passato è una terra straniera.

“Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso laggiù.” Con questa frase fulminante esordisce ‘Messaggero d’amore’ (The Go-between) meraviglioso e malinconico romanzo di Leslie P. Hartley (1895-1972). Pubblicato in Inghilterra nel 1953, e in Italia nel 1955 col titolo ‘L’età incerta”, viene riproposto da ‘Nutrimenti’ nella nuova traduzione di Marilena Renda. Nel 1971 Joseph Losey ne trasse una splendida versione cinematografica, interpretata da Julie Christie e Alan Bates, che vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Romanzo potentissimo, giocato sul tema della memoria e della passione e sul duplice disvelamento di memoria e passione, ‘Messaggero d’amore’ è un unicum non solo nella produzione di Hartley, ma anche nella narrativa del secondo dopoguerra. E’ una struggente lettera d’amore del romanzo ottocentesco che chiude una stagione letteraria. Il libro potrebbe apparire eccentrico rispetto agli altri titoli della collana ‘Tusitala’ ma l’immersione nella memoria che il protagonista compie ricordando la lontana estate del 1900 è anch’essa un’avventura estrema. Ne anticipiamo un brano. Il giovane Leo Colston, ospite estivo della famiglia Maudsley, è inconsapevole latore di biglietti d’amore tra Marian Maudsley e il fittavolo Ted Burgess. In questo dialogo, in cambio dei suoi servigi, chiede spiegazioni sull’amore a Ted.

Filippo Tuena, curatore della collana ‘Tusitala’.
“Ti ringrazio molto”, dissi, “ma hai detto che mi avresti detto come si fa l’amore”.
“È vero, è vero”, ripeté, sistemando i piatti sulla tavola con le sue dita goffe. “Ma adesso non so se voglio farlo”.
“Perché no?”, chiesi.
“Non vorrei rovinarti questo piacere”.
Ci pensai su. La mia mente era esausta e arrabbiata.
“Ma avevi promesso!”, esclamai.
“Lo so”, disse, “ma è un lavoro che dovrebbe fare tuo padre, credimi. È l’unico che può farlo”.
“Mio padre è morto”, dissi, “e poi” (improvvisamente provai un’ondata di disprezzo per questo stupido passatempo) “sono sicuro che lui non ha mai amoreggiato!”.
“Se non l’avesse fatto non saresti nato”, disse Ted in tono serio. “E poi credo che tu ne sappia più di quanto dici”.
“No, no”, gridai appassionatamente, “e tu avevi promesso di spiegarmelo”.
Mi guardò con aria indecisa e disse: “Beh, significa abbracciare una ragazza e baciarla. Ecco cosa vuol dire amoreggiare”.
“Questo lo so”, esclamai, agitandomi sulla sedia. Ero oltraggiato dalla sua perfidia. “Questo c’è su tutte le cartoline. Ma c’è qualcos’altro. Ti fa sentire qualcosa”.
“Beh”, disse con aria grave, “ti senti in cima al mondo, se sai quello che significa”.
Lo sapevo: era quello che avevo provato la notte precedente e quella stessa mattina. Ma non pensavo che, ad amoreggiare, si provasse la stessa cosa, e glielo dissi.
“Cos’è che ti piace fare di più?”, mi chiese all’improvviso.
Ci dovetti pensare: era una domanda lecita, ed ero seccato con me stesso per non essere in grado di rispondere.
“Beh, le cose che succedono nei sogni, come volare, galleggiare, o…”.
“O cosa?”, disse.
“O svegliarsi e scoprire che la persona che hai sognato morta invece è viva”. Avevo fatto diverse volte questo sogno su mia madre.
“Non ho mai fatto questo sogno”, disse, “ma comunque rende l’idea. Pensa a quel sogno, aggiungi qualcosa e saprai a cosa assomiglia l’amore”.
“Sì, però…”, cominciai. Ma la mia protesta fu soffocata da una serie di fischi, tintinnii e gorgoglii nel retro della cucina.
“È il bollitore”, esclamò Ted alzandosi. Tornò con la teiera in una mano e nell’altra un plum-cake su un piatto. Mi venne l’acquolina in bocca: sarei rimasto, ma solo a una condizione…
“Non mi hai detto veramente”, dissi, “cosa vuol dire fare l’amore”.
Posò con cura la teiera e il piatto, e disse pazientemente: “Sì, te l’ho detto: è come volare, o galleggiare, o svegliarsi e scoprire che qualcuno che pensavi fosse morto è ancora vivo. È come la cosa che ti piace di più fare, con qualcosa in più”.
Ero troppo esasperato per notare quanto fosse esasperato lui.
“Sì, ma cos’è questo di più”, gridai. “Lo so che tu lo sai, e non porterò più nessun messaggio se non me lo dici”.
Un istinto primitivo mi suggerì che lo avevo messo all’angolo; mi suggerì anche che avevo tirato troppo la corda. Lo vidi all’improvviso sopra di me, duro, diritto e pericoloso come il suo fucile. Vidi l’ira nei suoi occhi, come quando mi aveva scoperto a scivolare sul suo pagliaio. Armato della sua nudità, fece qualche passo verso di me.
“Togliti subito di mezzo”, disse, “o te ne pentirai”.