Ricordiamo l’amico Lucio Dalla. Dalla è stato il primo artista ad inaugurare “Letture a 45 giri”, la rubrica in cui i cantautori per un giorno diventano critici letterari. Lucio Dalla scrisse sul numero 2 di Satisfiction in una rubrica dove nel tempo si sono alternati i maggiori artisti non solo italiani: Vasco Rossi, Lorenzo Cherubini, Brian Eno, Franco Battiato. Lucio Dalla scrisse un’entusiasta recensione del romanzo d’esordio di Vladimir Di Prima. Non ringrazieremo mai abbastanza Lucio Dalla per essere stato, anche in questo caso, un anticipatore.
Mi chiedo: si può raccontare il nostro tempo, il nostro mondo, tracciandone l’identikit in una dozzina e mezza di blocchi omogenei di scrittura, a mo’ di altrettanti capitoli d’un avvincente romanzo? È la scommessa di questo giovane scrittore etneo, Vladimir Di Prima, attuata all’insegna d’un titolometafora: Facciamo silenzio.
L’originalità di questo romanzo è sostenuta da un concerto di vere raffinatezze letterarie: una scrittura innovativa percorsa da chimismi linguistici che senza ricorrere a idioletti o spunti gergali, piegano la modulazione alle esigenze espressive dell’artista fino a renderla onomatopeica al variare dei contenuti e degli scenari. Una trama che inanella momenti ludici ed esilaranti a inedite provocazioni orrifiche, a incursioni biografiche ricamate con stile da diario della memoria adolescenziale. Un coerente rimpiattino di personaggi-protagonisti che sfuggono a qualsiasi classificazione e si distinguono per identità anagrafiche del fiabesco e quindi onomastiche del bizzarro e persino del simbolo-numero, ricorrendo al pretesto della sapienza tecnologicocibernetica, pretesto invero mai ammesso esplicitamente ma giocosamente paludato dal paravento retorico del surreale. Surreale, mai visionario.
Smontare tale paravento sarebbe arduo e darebbe filo da torcere a qualsiasi lettore se questi non tenesse conto, per esempio, dei segnali aforistici sparsi lungo il dipanarsi delle allegorie, delle metafore, del fiabesco, delle costellazioni di sineddoche, sul piano retorico. L’aforistica vanifica l’ipotesi della visionarietà spostando tutto sul terreno della fiaba grottesca come trasfigurazione del reale più reale. L’aforistica dimostra la sottesa tensione d’un impegno civile; cito qualche esempio: “Quei referendum con i quali i potenti scherniscono il popolo”; “Sono le piccole crisi quelle che rovinano perché di quelle grandi il mondo neanche se ne accorge”; “In cantina non c’è nessun topo. Ormai pure quelli si sono fatti ingegneri” etc. Perché questo romanzo non è altro che la fotografia di un’Italia che piange di sottecchi, che conta le molliche all’amore sviluppandone la sete, nascosta com’è fra le improponibili macerie di una modernità autistica, lì dove il fabbisogno vitale si traduce in un malaugurato pensiero di morte-ribellione. Ci sono i vampiri ad aprire le danze alle ombre, governando il silenzio, quella micidiale afonia scandita dal colore dei giorni.
Il romanzo procede, insomma, sul filo continuo della trasfigurazione del reale, operazione da sempre praticata da questo scrittore, fin dall’esordio con Gli ansiatici, edito da Prova d’Autore nel 2002. Uno scrittore capace di ironie corrosive e aristofanesche attraverso le quali ridisegna e raffigura il vero ora sbrecciandone la facciata più esposta, ora goticizzandone linee o incorporandovi pinnacoli di horror a rispecchiare fosche costanti delle cronache quotidiane. Ed ecco l’abilità, in definitiva, al momento di mantenere in chiave di apparente visionarietà la più efficace trasfigurazione del reale, sia che si tratti del resoconto d’un convegno erotico, sia nel fluttuare ossessivo di previsioni e attese d’un sms di riscontro a una salvifica lettera alla ragazza agognata, idealizzata, inseguita. Sia che il confronto si sposti al dialogo e al “vissuto” d’un autistico, vero e scuotente modello d’una umanità che solo la letteratura può raffigurare. Scopriamo pagina dopo pagina che il resoconto dello scrittore-artista è ben altro che immaginifica evocazione di vampiri e fantasmi. È infatti un romanzo come geniale trasfigurazione di vita vissuta, osservata, sofferta in tanti casi. Il lettore di Facciamo silenzio non sa staccarsi dal fascino e dal piacere che procura questo racconto di Vladimir Di Prima, originale, ricco di forti provocazioni, personalizzato da maestria del narrare con disinvolta bravura. Da ciò sostengo: esiste un patto profondo che lega la Sicilia ai siciliani.
Un patto ombelicale, di gestazione irrisolta; un patto per cui questa madre, stuprata nel tempo, è poi in grado di figliare anime affette dal sublime dono della sensibilità e dell’ingegno. In conclusione posso liberamente affermare che Vladimir Di Prima appartiene a questa prole e il suo romanzo è fuori dal coro dell’omologazione dei canoni.
Lucio Dalla

