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L'intervista 07.03.2016

L’ultima menzogna. Intervista a Giovanni Pannacci

di

DSC01031La letteratura come inganno. È il tema su cui si arrovella, senza averne consapevolezza, il protagonista dell’ultimo romanzo di Giovanni Pannacci, “L’ultima menzogna” (Fernandel, pp. 164, euro 13).

Nikel è originario dell’est, ha trent’anni e vive in Italia da quando ne aveva dieci. Trascorre l’adolescenza in un piccolo paese della Puglia, insieme alla madre e al suo compagno Bruno. Anche se impara presto a comprendere la nuova lingua, si rifiuta di parlarla, confinandosi in un mutismo dal quale uscirà dopo qualche anno, dicendo una menzogna alla madre. Rimasto orfano, vive con Bruno che diventa il suo unico punto di riferimento ma quando perde anche lui e la casa dove abita, lascia la Puglia e si trasferisce a Rimini. Un’esistenza quella di Nikel vissuta aggrappandosi alle parole nuove, esplorando una lingua che spera gli renda meno estraneo il mondo circostante.

Nikel non ha amici, né una relazione stabile. Non ha un conto in banca, è Proust la sua cassaforte («Tutti i miei soldi erano custoditi fra le pagine dei sette volumi della Recherce. Non avevo mai avuto un conto corrente, né un bancomat, non sapevo che farmene»).

La biblioteca è l’unico luogo che Nikel frequenta con regolarità. Ed è Attilio, l’anziano bibliotecario, l’unica persona di cui si fida, l’unico a non averlo mai trattato con diffidenza e che si è offerto di dargli lezioni di italiano senza chiedere nulla in cambio. Grazie a lui, Nikel migliora moltissimo la sua conoscenza della lingua e diventa anche un instancabile lettore. Un giorno Attilio gli consiglia di leggere La magra indole, il romanzo di una scrittrice che Nikel non aveva mai sentito nominare. Saranno proprio la presentazione del libro e la conoscenza di Olga Kersten a stravolgere la sua vita. La relazione che nasce tra i due sembra essere finalmente il riscatto per entrambi da un passato burrascoso, ma l’incursione di Lyubim sconvolgerà la coppia e le vite di tutti e tre.

Pannacci racconta l’estraneità e l’inganno spingendosi fino al tema dell’artificio in letteratura, intessendo la trama di spunti e rimandi letterari che rasentano la meta-narrazione. Nikel è affascinato da Olga e le chiede continuamente del suo lavoro di scrittrice («Voglio capire come fate voi scrittori a far combaciare la vita e l’immaginazione, a levigare così bene le giunture tra vero e falso, tra presente e passato, che alla fine chi legge non capisce più cosa comincia e cosa finisce e dove») ma Olga non sempre gli dà risposte che lo soddisfano («La letteratura non è tenuta a dire la verità. Quando leggi un romanzo, non vai in cerca della verità, nessuno lo fa. In un libro cerchi conferme a idee che hai già pensato o similitudini con esperienze che hai vissuto. Un romanzo ti colpisce quando fa risuonare da qualche parte sensazioni che sono già dentro di te, risvegliandole, in qualche strano modo»). I due parlano spesso de La magra indole e Nikel tenta di rintracciare gli elementi presenti nel romanzo – che Olga dice essere autobiografico – nella vita reale e, quando non li trova, si scontra con quella finzione letteraria che lui ritiene un inganno e per il quale si sente offeso, tradito, aggirato. Il romanzo di Giovanni Pannacci ricorda, seppure con altri presupposti teorici e muovendosi lungo traiettorie differenti, una questione cara a Giorgio Manganelli – la letteratura come menzogna – diventata poi il titolo di una raccolta di saggi cui Manganelli tenne moltissimo a suo tempo (La letteratura come menzogna, Adelphi, 1967). E se la letteratura per Manganelli è provocazione, per Pannacci è «espressione»; se per il noto critico è sempre un gesto di disubbidienza, per il nostro autore sembra essere invece un continuo compromesso volto alla fascinazione della scrittura. Alterna narrativa e artificio retorico, a favore di una voce che non assume mai un tono cattedratico e che mantiene invece viva l’arte del racconto. Un esperimento editoriale ambizioso quello di Pannacci che prende le mosse da un intento narrativo e procede fondendo una trama avvincente con un sublime gioco di rimandi letterari, fino all’ultima menzogna.

Elisa Giacalone

 

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Non sei un esordiente, hai già pubblicato un paio di libri editi da Giulio Perrone (Siamo tutte delle gran bugiarde. Conversazione con Paolo Poli e il romanzo La canzone del bambino scomparso). Che cosa distingue L’ultima menzogna dalle prime due esperienze editoriali?

Il libro su Paolo Poli è di stampo prettamente giornalistico ed è nato dall’ammirazione che nutro per lui come uomo di teatro e come persona. Averlo potuto incontrare, seppure solo quattro o cinque volte, è stato un privilegio, oltre che uno spasso.

La canzone del bambino scomparso – il mio primo romanzo – conteneva elementi di autobiografismo che sono totalmente assenti in questo ultimo libro, dove – per la prima volta – mi sono cimentato con l’invenzione della narrativa pura.

 

Come sei arrivato al contatto con Fernandel? Avevi proposto il romanzo ad altre case editrici?

L’ho cercato io e per ragioni precise. Seguo Fernandel da quando era soltanto una rivista letteraria. Negli anni ho apprezzato, oltre alla linea editoriale e al lavoro di ricerca, la cura con cui la casa editrice si occupa dei propri autori. Avevo voglia di una dimensione più “artigianale” nel fare libri, cercavo un rapporto di maggiore intesa e complicità con l’editore. Sono stato fortunato: Giorgio Pozzi mi ha chiamato due settimane dopo aver ricevuto il manoscritto. Abbiamo cominciato a lavorarci subito. Con lui e con Francesca Comandini, che si occupa dell’ufficio stampa, s’è creato un team di cui sono molto contento.

 

La prima parte del romanzo è disseminata di titoli celebri (Il compagno segreto di Joseph Conrad, Alla ricerca del tempo perduto di Proust, Lo scrittore fantasma di Philip Roth…) e di citazioni talvolta esplicite, talvolta ben mimetizzate nel tessuto del testo. Quanto è importante che fossero presenti? Qual è la riflessione alla base dei titoli scelti?

Questo romanzo è abitato da personaggi che, in modi e per ragioni diverse, sono molto coinvolti dai libri, dalla letteratura, tanto che – alla fine – realtà vissuta e realtà narrata finiscono per fondersi l’una nell’altra. Per questo ho voluto che i libri fossero così presenti nel testo, i libri che amo, libri come segnali segreti, rimandi, tracce nascoste ma riconducibili alle vite dei protagonisti del romanzo. Accorgersene non è determinante, non voglio “sfidare” i lettori, ma dare suggestioni, giocare anch’io con gli autori che più ho amato. Nikel, seduto su una panchina ad Amsterdam che si rigira tra le mani il libro di Olga, fa esattamente quello che fa Amy, giovane protagonista del libro di Philip Roth Lo scrittore fantasma, su una panchina di Boston, dopo aver ricevuto il libro dal suo editore di Amsterdam. Ne ho inseriti diversi, nel libro, di giochetti così.

 

Nel romanzo si succedono varie menzogne. L’idea del titolo – L’ultima menzogna – è stata tua o dell’editore?

Il titolo di lavoro era L’arte di credere alle menzogne, ripreso dalla frase di Pavese che ho messo in esergo: “L’arte di vivere è l’arte di credere alle menzogne”, ma l’editore non era troppo convinto di questo titolo, così abbiamo scelto insieme L’ultima menzogna che, fra l’altro, è la frase conclusiva del romanzo.

 

Il concetto di menzogna nella letteratura è un tema caro a Giorgio Manganelli che, nel ’67, intitola proprio La letteratura come menzogna una sua raccolta di saggi, dove discute di Carroll e di Stevenson, di Firbank e di Nabokov, di Dickens e di Peacock, di Dumas e di Rolfe.

Olga, uno dei tuoi personaggi, ha le idee chiare sul ruolo della menzogna nella letteratura. Quanto ti interessava affrontare questo argomento nel romanzo?

Direi che è il tema centrale del romanzo. Lo scrittore esercita consapevolmente l’arte di raccontare menzogne, ma tale arte funziona solo se condivisa anche dal lettore, con il quale deve esserci un tacito accordo, esattamente come fra attore e spettatore. Io mi prodigo nell’arte della simulazione ma tu, lettore, devi essere altrettanto bravo nell’arte di credermi.

L’errore che fa Nikel, il protagonista della storia, è proprio quello di ignorare questo meccanismo fondamentale. Lui non crede a Olga, in quanto scrittrice, ma in quanto persona e questo originerà un cortocircuito distruttivo.

 

Non riconoscersi in un paese, né in una lingua, non avere una famiglia sono gli elementi che accomunano i tuoi protagonisti. Tu insegni lingua italiana agli stranieri. C’è stato un caso tra tanti che ti ha suggerito l’idea di questo romanzo?

Da sedici anni trascorro cinque ore al giorno con uomini e donne provenienti da ogni parte del mondo. Facendo pochissima vita sociale, i miei studenti sono, sostanzialmente, le uniche persone che frequento con regolarità. È inevitabile che le loro storie, i loro racconti, abbiano influito sulla mia scrittura, oltre che su tante altre cose. Tuttavia non c’è stato un singolo caso che ho preso come emblema, i personaggi di Nikel e Lyubim nascono in parte dalla sovrapposizione di incontri e vite differenti che ho messo insieme e in parte dall’immaginazione. Olga, invece, è la protagonista di un romanzo scritto vari anni fa e che non ho mai pubblicato, sta con me da molto tempo.

 

Le considerazioni sul dolore, come elemento di unione fra le persone (fra Nikel e Olga così come fra Olga e Lyubim e fra Nikel e Attilio) ricordano L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki, edito da Einaudi.

Murakami è uno scrittore che mi affascina molto, proprio per la sua grande abilità di costruire universi narrativi. In generale mi piace come riesce a raccontare la solitudine. Anche i miei personaggi sono tre sradicati e senza famiglia. Nikel, come Tazaki Tsukuru, incarna una certa propensione all’invisibilità, al dissolvimento.

 

La tua scrittura è elegante e tutte le parole sembrano stare perfettamente al loro posto. Nessun sinonimo sembra più adatto della parola infine scelta. Hai lavorato molto alla revisione lessicale o il risultato dipende da un talento naturale?

Non so se sia talento ma costanza e dedizione sì. Nella vita in genere non faccio che perdere tempo e occasioni, ormai ho pure smesso di provare a vincere una certa indolenza che mi caratterizza. Solo quando arriva l’idea per un romanzo e inizio a scrivere divento produttivo e pieno di energia. Quando lavoro a un libro, scrivo tutti i giorni, ma non più di una pagina al giorno, e sto su quella pagina come uno che lavora un pezzo di legno, voglio vedere la polvere, i trucioli cadere per terra. C’è poi il lavoro di limatura e revisione, per cancellare il più possibile l’artificio, perché tutto sembri levigato e scorrevole. Il lettore non deve accorgersi dove ho messo un tassello o tappato un buco o incastrato a forza qualcosa.

 

Durante una delle tante chiacchierate, Olga dice a Nikel: “Le cose esistono perché le vediamo. Ma il modo in cui quelli come noi vedono il mondo dipende dai libri che abbiamo letto e che ci hanno influenzato”. Tu come vedi il mondo?

I mondi sono molteplici e complessi. La scrittura e la lettura rimangono per me gli strumenti migliori per tentare di fare ordine nel caos e, a volte, rischiare di rimanere folgorati dalla bellezza incomprensibile dell’esistenza che proviamo a vivere e a raccontare.