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Inediti 11.05.2017

Matteo Di Giulio anteprima. Indagine al Giambellino. Un delitto di Periferia

639-thickbox_defaultIl Giambellino è un quartiere periferico di Milano, ritmato nei decenni dalle diverse immigrazioni, con vocazioni che si sono storicamente stratificate, fino a far risuonare nelle undici lettere che ne compongono il nome una sinfonia di operaismo, spaccio, resistenza antifascista, Cerutti Gino, brigate rosse, espansione urbana, Diego Abatantuono. In questa parte di città, Matteo Di Giulio ambienta il suo Indagine al Giambellino, in uscita da Frilli, e per la precisione in via Bruzzesi, zona di case popolari, da dove partono le indagini per l’omicidio del pensionato Aurelio Corona, affidate al commissario Antonio Tasca. Ma qui, al Giambellino, è difficile condurre le indagini – chi abita nelle case popolari è diffidente, non parla – per cui Tasca è costretto a chiedere aiuto a un suo ex sottoposto, ferito anni prima in un agguato e congedato, che ora gestisce un bar a poca distanza. Si chiama Michele Russolani, e di quella sparatoria conserva una pallottola in testa.

Paolo Melissi

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«Serata moscia, vero?».

Battista stava mettendo in ordine tazzine e bicchieri e Michele lavava il pavimento nella zona pranzo quando udirono il frastuono di un motore su di giri. Fu seguito da un grido: «Stronzi!».

Il cuoco allungò il collo, ma il rumore di vetri infranti lo fece sobbalzare.

«Che ca…».

Un secondo frastuono bloccò Michele sul posto.

Lui e Battista uscirono in strada. Il motorino ripartì sgommando: i due ragazzi in sella, i volti nascosti dai caschi, lanciarono insulti e mostrarono loro il dito medio.

Michele rispose con lo stesso gesto.

Quando si voltò vide Battista che stava esaminando l’insegna colpita dai sassi. Le dita, come impazzite, avevano ripreso il loro conteggio infinito. «Non è un gran danno».

«Ho preso il numero di targa».

«Se non sono degli stupidi, è un motorino rubato».

Michele scosse la testa. «Forse sono più stupidi di quel che pensi». Ricordava benissimo dove aveva già letto quel numero di targa. Alzò lo sguardo sull’insegna.

«Era un po’ che pensavamo di cambiarla, vero?».

Battista annuì. Tolse di mano la scopa a Michele e la usò per raccogliere i cocci.

«Forza, entriamo», gli disse il Russo. «Oggi possiamo chiudere prima».

Di nuovo nel locale, Michele si perse a osservare il suo bar.

Ha bisogno di una bella rinnovata, pensò. Gli era costato poco e lui aveva la liquidazione da investire: il vecchio padrone voleva andare in pensione e il suo unico interesse era trovare qualcuno che non chiudesse l’attività. Il Russo aveva solo cambiato il nome e tinteggiato le pareti. Lo aveva fatto personalmente. Per sentirsi di nuovo utile, dopo la lunga degenza in ospedale.

Per sentirsi vivo.

«Questo quartiere sta peggiorando, Battista».

Il cuoco mugugnò qualcosa in risposta.

«Sì, guarda le strade», proseguì Michele. «Sempre più sporche. Nessuno che sorride più. È diventata una città che finge di ridere di giorno, ma che piange la notte».

«A Milano non si sta così male. Lasciatelo dire da un forestiero».

«Non lo so. Io qui ci sono nato e cresciuto, però non mi ci ritrovo più come una volta».

«Va’ là, che sei solo giù di morale per quei teppistelli».

Michele sfoderò un sorriso amaro. «Forse hai ragione. Però…».

«Dimmi un po’, cosa ti rode?».

«Ci vivo da tanti anni qui», continuò Michele. «Questo quartiere era diverso. Questa non è una zona chic. Non sono mai arrivati nemmeno i supermercati. Il Giambellino è un quartiere di botteghe tramandate di padre in figlio».

«Non mi sembra che sia cambiato così tanto».

«Lo sta facendo, Battista. Solo che non ce ne rendiamo conto».

Il cuoco guardò il Russo. Attese la spiegazione.

«Pensa a come la moda e il design si stanno mangiando le nostre strade, sempre di più. Via Savona era fatta di fabbriche, partigiani e operai. E ora arrivano i locali di lusso, i bistrot alla moda. E si portano dietro la gente con i soldi, a discapito di chi non arriva a fine mese».

Michele andò dietro al bancone, aprì lo sportello del frigo e stappò due bottiglie di birra.

Bevve un lungo sorso prima di continuare il suo sfogo: «Già stanno tirando giù i vecchi palazzi per costruirne di nuovi, da rivendere al doppio o al triplo. Poi si prenderanno i negozi che stanno chiudendo e li trasformeranno in boutique. Venderanno vestiti vintage e birre artigianali. Senza fare nulla per il quartiere».

«Sei troppo pessimista», disse Battista, prendendo la sua birra. «E stiamo parlando come due vecchi borbottoni, sai?».

«Guarda il quartiere Isola. Si stava bene pure lì. Finché non è diventato il bersaglio degli speculatori. Avvoltoi. Si sono presi le case, le strade. Le hanno cambiate. E poi hanno cambiato chi viveva lì. Ora ci sono solo studenti figli di papà e architetti. È in posti come quelli che girano i soldi della mafia».

«Chiamami matusa, ma io penso che finché possiamo dobbiamo goderci queste strade. Sono ancora nostre. Il panettiere all’angolo resiste da trent’anni, così come il calzolaio e il meccanico al civico 32».

«Fino a quando?».

«Fino a quando gente come noi tiene duro, amico mio».

Michele sospirò, ma doveva riconoscere che Battista non aveva tutti i torti. Non sapeva di preciso quanti anni avesse, ma di sicuro la vita gli aveva trasmesso la pazienza e la saggezza che a lui ancora mancavano.

«Senti cosa ti propongo…», disse il Russo, «ancora un mese, poi chiudiamo due settimane e sistemiamo un po’ il locale. Tu e io… e Nina, se vuole darci una mano».

Il cuoco gli sorrise. «Puoi contare su di me. E mettiamo su una bella insegna nuova».

Michele scolò il fondo della bottiglia. La lanciò nella pattumiera, ma mancò il bersaglio. Va tutto storto, pensò; anche se dentro di sé nutriva la speranza che risolvere quell’omicidio gli avrebbe permesso di risollevarsi.

«Per oggi basta piagnistei», disse Battista. «Meglio se ce ne andiamo a dormire».

Il quartiere, quando uscirono dal bar, li accolse con l’abbraccio freddo di un cadavere.

 

* * *

 

Poco distante, Valentina Reverberi usciva dal suo ufficio e saliva sul taxi che la attendeva già da qualche minuto. Lei guardò il tassametro, quindi diede l’indirizzo e si perse a pensare al padre.

«Senta», disse al tassista, «ho cambiato idea. Mi porti in via Bruzzesi».

L’autista fece scattare la freccia. La macchina prese un percorso lungo e tortuoso. L’uomo non tentò mai di fare conversazione con Valentina, né lei glielo avrebbe permesso. Mentre proseguivano incasellati nel traffico serale, la donna si perse a osservare il Castello Sforzesco, sempre con un occhio al cellulare. Superarono la stazione di piazza Cadorna e, dieci minuti dopo, il carcere di San Vittore.

«Lei conosce il Giambellino?».

Il tassista, sorpreso che quella cliente taciturna gli avesse rivolto la parola, si limitò a dire che sì, lo conosceva.

«Secondo lei è un brutto quartiere?».

«Tutti i quartieri di Milano sono brutti oramai». Scrollò le spalle. «Ma è in quelli del centro dove succedono le cose peggiori».

Valentina sorrise e tornò ai suoi pensieri. Quando passarono davanti al bar Gaber la serranda era abbassata.

 

* * *

 

Era già buio quando Battista, le mani in tasca e la testa china, s’incamminò verso casa. Dopo aver tirato giù la serranda del Gaber era andato al parco all’angolo tra via Savona e via Stendhal. Rimase così, immobile, per quasi due ore, a pensare. Quando si alzò, si accorse di aver fame. Ma era troppo tardi, ormai, per trovare un ristorante o un bar ancora aperti. Si mosse lentamente e allungò la strada di casa per passare dalla via del bar Gaber. Non abitava lontano, ma voleva fermarsi a osservare l’insegna rotta: le crepe nella plastica s’incuneavano fino al nome, come un cancro che s’insinua sottopelle.

«Questo quartiere non è così male», mormorò.

Le parole di Michele, il suo lamento sul degrado del Giambellino, della città, lo avevano ferito più del sasso lanciato da un gruppo di teppistelli contro l’insegna di un bar.

«Questo quartiere non è così male», ripeté a voce bassa, mentre camminava a capo chino, le mani in tasca, l’unico essere vivente in quella via deserta e mal illuminata.