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Inediti 29.03.2017

Matteo Marchesini anteprima. False coscienze. Tre parabole degli anni Zero

b00060Una Bologna che lascia poco spazio al trascorrere del tempo individuale è il luogo dove si “consumano” le tre storie di False coscienze. Tre parabole degli anni Zero, libro di Matteo Marchesini in uscita da Bompiani. Una sortita nel precariato esistenziale del nostro tempo, e di quella generazione divenuta adulta a cavallo tra i due secoli, che si rispecchia in velleitarismi intellettuali, piccole tragedie quotidiane, conflitti sentimentali, difficoltà famigliari. Ne L’inspiegabile ascesa di Lojacono, che proponiamo in quest’occasione, Marchesini lavora al profilo di uno stupido quanto noioso studente diventato improvvisamente scrittore di best-seller, che concorrerà a mettere in crisi gli equilibri di un cenacolo letterario diretto da Astolfo Bordiga, figura smascherata nella sua inconsistenza. E forse il denominatore comune del mondo descritto da Marchesini è proprio questa inconsistenza, una sorta di debolezza dello stare nel mondo, o meglio nella vita quotidiana, che viene fuori al cadere appena accennato delle maschere che per consuetudine si indossano.

Paolo Melissi

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Rapida ascesa di B. Lojacono

 Non riuscivo mai a capire quale fosse il vero ruolo di Lojacono nella piccola rivista letteraria che in quel periodo Franco e l’Ebreo stampavano presso un tipografo di via Stalingrado. Lui partecipava sempre, a tutte le riunioni di redazione che si svolgevano nella cucina del nostro bilocale, ma dalla camera da letto in cui mi rifugiavo per l’occasione non udivo quasi mai la sua vocetta metallica infilarsi tra quella strascicata dell’Ebreo e le grasse urla venete di Franco.

Sia detto subito che io schivavo queste riunioni mica per cattiva volontà o per una mia superbia, anzi, se mi appartavo sotto il piumone era solo per la svogliatezza estrema da cui ero purtroppo afflitto in quel periodo. Ormai Franco lo sapeva e non faceva più alcuno sforzo per trascinarmi di là in cucina. E del resto, di cosa avrei potuto parlare? Io in quei primi anni di università conoscevo praticamente soltanto gli scrittori più famosi del decadentismo e dell’esistenzialismo, e poi li avevo letti tutti solo e soltanto in funzione di Faulkner. Trovavo Faulkner ovunque. Se leggevo delle allucinazioni di un ferroviere in Tozzi dicevo ecco questo è già L’urlo e il furore, se invece aprivo La nausea dicevo siamo ancora all’Urlo e il furore, e se annegavo nella piena verbale di Molly Bloom mi sembrava che fosse servita soltanto a preparare il terreno su cui si era poi imbozzolato il suicida Quentin. Questa ossessione m’era venuta l’ultimo anno di liceo, un pomeriggio in cui ero tornato a casa umiliato contemporaneamente dal prof di latino e dalla banda di Labo.

Chiuso a chiave in un’altra camera da letto (insieme più linda e più fetida di quella che avrei diviso in seguito con Franco) mi ostinavo a rileggere il monologo di Benjy, per cullarmi nel nonsenso e leccarmi le ferite.

Poi, a poco a poco, provai a capirci qualcosa. E quando finalmente, in mezzo a tutte quelle ombre, iniziò ad aprirmisi una luce pallida e vischiosa, mi sentii di colpo padrone di un segreto preziosissimo, come se qualcosa di organico e indelebile mi si fosse depositato nello stomaco.

In realtà era solo la gioia del possesso, la felicità piccola e borghese di avere arato un campo per molti coetanei ancora sconosciuto, insomma una cosetta meschina che avevo immediatamente eretto a vendicativa Weltanschauung.

Così di tutto quello che leggevo non capivo niente, ero come quei filosofi che fanno gli opinionisti sui giornali e quando gli chiedono dell’aborto citano l’Uno di Parmenide, e quando li incalzano sulla crisi della coppia riattaccano con l’Uno di Parmenide, e quando li implorano di confessare cosa pensino sul cosiddetto pensiero unico ripetono che non c’è niente di nuovo sotto il sole dai tempi di Parmenide.

Comunque, per farla breve, io non partecipavo quasi mai alle riunioni anche perché sentivo oscuramente che questa mia ossessione da bottegaio della letteratura, che tiene strette le sue poche fiches circondato da un mare di misera ignoranza, aveva davvero qualcosa di sbagliato, sebbene in molte cene alle osterie del Pratello si rivelasse troppo utile per rinunciarci.

Ma allo stesso tempo, e ripeto senza spocchia alcuna, sentivo che anche i discorsi che

Franco e l’Ebreo lasciavano vibrare contro le birre sparse sul tavolo della cucina, anche questi discorsi avevano in sé qualche cosa di poco convincente.

Ecco perché m’incuriosiva il silenzio di Lojacono: perché rispondeva al mio silenzio in un modo misterioso e forse speculare. Non era infatti il silenzio dell’assenza, del fuoricampo, e neanche quello del giudice o del convitato di pietra: piuttosto il silenzio insieme inerte e ostinato, compatto e irremovibile degli specchi – e di tutti gli oggetti inanimati.

Bisogna anche dire che già allora Lojacono sembrava più vecchio della sua età; ma di quel vecchio che poi verso i trentacinque anni si stabilizza e che mentre gli altri attorno si consumano con angosciosa lentezza comincia a risplendere di una gioventù che non ha mai avuto: una gioventù globosa, tiroidea, con qualcosa di glabro e bambinesco che si stampa sul viso paffuto, ancora perfettamente liscio, e sulle mani grigiobianche come i ventri di due orate sul bancone del pescivendolo – mani inodori e ripugnanti da diaconi, dove ogni ruga ogni peluzzo ogni linea è al suo posto giusto e ha la sua giusta intensità.

Ma insomma Lojacono aveva allora solo ventidue anni e già ne dimostrava trentacinque. Cercava di distribuire equamente i capelli rimasti, pochi ma splendenti e vivi, su una pelata lucida e oleosa.

E poi, c’è da dire che si vestiva in un modo peggio che goffo, indisponente: era capace di mettersi una camicia di flanella sotto una felpa sportiva, di portare i calzini lunghi eleganti sotto gli scaldamuscoli o altra roba del genere. Quindi, in un contesto un po’ fricchettone dove l’influenza si misurava a dettagli, ad armonie impercettibili, a timbri vocali stilizzati, sembrava dover subito soccombere. E invece no.

Invece Lojacono era sempre Lojacono, sempre lì, in casa nostra o anche alle feste dell’Ebreo e di Strofinacci, a comunicarci con la sua sola compatta presenza un imperativo morale vuoto e assoluto come quello kantiano.

Si sarebbe detto, in certi momenti, che somigliava a quei coriacei pezzi di mobilia che si lasciano per pigrizia al loro posto anche dopo che si è deciso di rimodernare casa. Eppure nessuno lo spiava con beffarda sufficienza, e stranamente su di lui non si facevano neanche le solite battute che si fanno su tutti; si taceva perfino le rare volte che era assente.

Totem e tabù, Lojacono irradiava intorno a sé un’atmosfera perturbante. Il fatto è, almeno io la vedo così, che dietro quella sua ostinata partecipazione alla rivista e agli eventi conviviali messi in piedi dal gruppetto di fuorisede che si era trovato a seguire le lezioni di Astolfo Bordiga nell’aula sei di Lettere (gruppetto che si è poi espanso a poco a poco per la naturale tendenza dei clan veneti, salentini e abruzzesi a riunire i loro disiecta membra in cenacoli straripanti di rustelle, orecchiette e valpolicella), il fatto, dicevo, è che dietro tutto questo molti di noi percepivano un insondabile eppure radicato fanatismo. Un fanatismo senza aggettivi, intendo: senza oggetto; del quale sentivamo intorno a lui la mansueta ma paurosa presenza al modo in cui le future prede percepiscono l’odore acre di una belva ancora nascosta tra i cespugli.

Ma in effetti non c’era solo questo. Perché le rare volte che Lojacono parlava, ad esempio nelle riunioni, le sue frasi metalliche e apparentemente insignificanti sembravano imprimere un adeguato peso specifico alle parole altrimenti poco convincenti che Franco e l’Ebreo avevano appena sparato come cartucce a salve contro i muri della nostra cucina.

In fondo Lojacono non faceva che ripeterle, parafrasarle, rigirarsele sotto il palato come ci si rigira una moneta nella mano: magari lustrandole o scheggiandole appena con un dubbio, con un cenno perentorio alla più piatta attualità domestica o mondiale, e più spesso ancora con l’estrazione di un predicato già analiticamente contenuto nel discorso degli altri. Eppure, non c’è che dire, la tecnica funzionava: era come una passata di fissante sul colore fresco. Se per esempio Franco tirava fuori il nome di un quartiere berlinese che sembrava letterariamente in gran fermento (e “fermento”, specie dopo la quinta birra, era senza dubbio una delle sue parole preferite), se si sbracciava come un guitto a dire che bisognava dedicargli un numero monografico, e insomma trovare i soldi per farci un viaggetto e inventare poi il format giusto per raccontarlo (“format”, invece, era il suo cavallo di battaglia quando alle riunioni partecipava l’indimenticata Martinez, un’oriunda messicana così magra e ieratica da apparire un geroglifico bidimensionale sotto qualunque prospettiva), allora Lojacono era capace di rompere il solido nulla del suo silenzio scandendo che “descrivere l’ultima generazione di scrittori berlinesi, quelli che si ricordano della caduta del muro come di un mito dell’infanzia, è oggi effettivamente imprescindibile”. Proprio così diceva, lo giuro: “effettivamente imprescindibile”.

Ed ecco che quell’avverbio muscoloso, quell’aggettivo stringente tipo camicia di forza si stampavano come un riposante quadro astratto nell’aria della cucina.

A quel punto, spesso, Franco e l’Ebreo tacevano incantati, come due cestisti che abbiano guardato oscillare a lungo sul ferro il pallone lanciato a canestro oltre la linea dei tre punti, e che a un tratto, grazie alla invisibile mano del destino, lo vedano finalmente precipitare nella reticella con un soffio perfetto.

Tuttavia il silenzio durava poco, perché l’Ebreo ricominciava presto ad agitare il suo pancione sformato sulla sedia e a implorare che il numero monografico non sfrattasse le pagine delle recensioni da lui curate. L’Ebreo, infatti, era ossessionato dal genere letterario della recensione: genere che rifiutava di applicare soltanto ai prodotti poetici o latamente artistici, e che tentava ogni volta di estendere ai ristoranti, agli autobus, ai professori, perfino alle ragazze o alle nostre facce. “La recensione, dobbiamo resuscitare la recensione, i piccoli resoconti ben fatti, proprio perché adesso tutti li snobbano e dicono che sono inutili: ebbene, noi ci prenderemo il compito da formiche di recensire la vita da cima a fondo, anche partendo dalle piccole cose, dai dettagli… cosa ne dite, eh, cosa ne dite? Ho ragione sì o no, Franco, ho ragione?”

In genere Franco non diceva niente, perché ormai quella tiritera l’aveva sentita un milione di volte e lui si entusiasmava solo per le novità, mica per gli affondi teorici. Però, quando alle riunioni veniva anche Strofinacci, allora lui sì lo sentivo saltar su impaziente, buttando fuori le sillabe a scoppi come una cascata che non trovi un buco abbastanza largo per far sgorgare l’acqua: “La recensione, la recensione…” balbettava con sprezzo.

Il commento, vorrai dire!… La glossa, la…! La parafrasi a margine!… Questo è il vero genere che può redimere i dettagli…”

E qui partiva in un lungo comizio sulla redenzione, che metteva in tutti il sospetto che lui avesse partecipato alla riunione soltanto per trovare un appiglio da cui prendere il largo con le sue fantasie talmudiche.

Bisogna infatti precisare che Strofinacci viveva nella costante attesa di poter vomitare su qualcuno le centinaia di pagine mitteleuropee divorate ogni giorno; così che riusciva ad ascoltare il resto dei discorsi (cioè quasi tutti) solo saltando frenetico sulla sedia o accendendosi sigarette a ripetizione e strizzando l’occhio in un tic coordinato stranamente al tremolio degli indici. In più, va anche detto che questo suo atteggiamento toccava il parossismo davanti all’Ebreo. Lo irritava, credo, il fatto che uno che aveva la fortuna di appartenere per nascita alla cultura labirintica di cui Strofinacci venerava ogni minimo lacerto, non si curasse affatto del proprio privilegio, e anzi badasse a recensire quel che gli capitava sottomano con l’ottimismo di chi il messia lo vede arrivare tutti i giorni.

Insomma Strofinacci, che sui muri dello sgabuzzino di via Begatto dove s’era sistemato con branda e libreria aveva affisso le gigantografie sgranate di Benjamin, Kafka e Celan, avrebbe voluto averlo lui un cognome come Peled, e una nonna che negli ultimi bagliori dell’Alzheimer biascicava gli incipit di barzellette yiddish di cui poi non ricordava la battuta finale.

Avrebbe voluto averli, quel cognome e quella nonna, perché gli pareva che sarebbe stato in grado di onorarli in ben altro modo che l’Ebreo.

Ma l’oscura influenza magnetica di quel monolito sudaticcio che Franco presentava a tutti come B. Lojacono (il nome di battesimo credo fosse Bettino, anche se poi decise di firmarsi Bernardo) toccava il suo vero culmine e otteneva la vera ratifica (ratifica che ricadeva retroattivamente sulle poche frasi pronunciate in precedenza) quando dal gorgo dostoevskiano delle scale attraverso cui ci s’arrampicava al nostro bilocale-abbaino in via del Riccio faceva capolino la testa di Astolfo Bordiga. Era una testa ossuta, aerodinamica, da uccello; come del resto tutto il suo corpo di burattino. Probabilmente fin dalla giovinezza, Bordiga aveva imparato a sfruttare a suo vantaggio la similitudine che, guardandolo, irresistibilmente affiorava nel cervello dei suoi interlocutori: e ogni suo gesto spigoloso, ogni suo passo scoordinato sembravano un’ironica mise en abîme della marionetta, un modo beffardo di costringere alla leggerezza della danza quella sua figura segaligna e mal rappezzata. Spesso entrava con uno sguardo compiaciutamente malinconico; ma io l’avevo visto più volte indossare questo sguardo nel momento esatto in cui incrociava per strada uno di noi – indossarlo, dico, sopra un sorriso crudele, allegro, anche vorace. Di solito ostentava di volersi fermare soltanto per un po’, a sentire “cosa si dice di bello”, a bere una birretta. Ma poi s’allungava indolente sul bordo del divano, torturando cogli artigli giallastri una molla uscita dalla fodera e spenzolando le gambe al centro della cucina come due ali di pipistrello.

A quel punto, ognuno dei partecipanti alla riunione tentava di mettersi in mostra e al tempo stesso di imitarlo: cioè di primeggiare restando sottotono, buttando lì con finta noia qualche constatazione sulla fatuità della rivista, sul bisogno di “semplificare”, o su un paesaggio padano esplorato di recente a bordo di una vecchia Fiesta priva di fanali antinebbia. Però si trattava di tentativi goffi, perché nell’eloquio dei miei compagni tutte quelle parole ostentatamente semplici, infantili e succose per le quali soltanto Bordiga mostrava di avere orecchie, sia con noi sia nelle definizioni della sua poetica (parole come “bello”, appunto, come “naturale”, “aereo”, “leggero”, “impaluga”, “botta”, “puzzolente”, “rocambolesco”, “scoreggia”, “roba” eccetera), si affiancavano all’aggettivazione roboante, alla compulsività avverbiale tipica di ogni noviziato teorico senza cancellarle affatto, ma sottolineandole anzi come con una matita rossa. E lo stesso succedeva con gli anacoluti, pronunciati tentando invano di mimare la mise en abîme umoristica che lui comunicava a gesti.

Ogni tanto, mi sembrava che Franco si esercitasse a parlare così anche quando eravamo da soli. Il fatto è che, nonostante le mie assenze alle riunioni, da quando avevano scoperto che provenivo dallo stesso paesino ferrarese in cui era cresciuto Bordiga, partecipavo ai loro occhi del prestigio immeritato di cui godettero un Max Brod o un Antonio Ranieri, o anche soltanto Yoko Ono o Ninetto Davoli.

Questo prestigio acquisito di riflesso mi ripagava in parte dello speculare handicap di cui pativo, nel nostro gruppuscolo, per il fatto di non essere un vero fuorisede – cioè un quasi migrante che s’è scavato la tana a centinaia di chilometri da casa – bensì un doppiogiochista al quale bastava sobbarcarsi un’oretta di treno per rivedere il natio borgo sul delta.

In ogni caso, tornando a Lojacono, la cosa che stupiva e faceva rodere dentro un po’ tutti era che Bordiga, mentre restava quasi indifferente davanti ai più raffinati tentativi di mimare quel suo stile sobrio fino al bamboleggiamento e appena increspato da un impalpabile acume, sembrava letteralmente incantato dal linguaggio tra burocratico e pomposo (“effettivamente

imprescindibile”) che dopo lunghi intervalli di silenzio le labbra di Lojacono irradiavano con un filino di bianchiccia bava ecclesiale.

Bastava che il monolito si schiarisse l’ugola, ed ecco che Astolfo s’era già sollevato dal divano proteggendo la più vicina delle sue orecchie a sventola col palmo a cucchiaio (Bordiga non compiva azioni, ma le esibiva teatralmente: non ascoltava, recitava l’ascolto).

Quindi, assorbita con aria di estremo e serioso interesse la frase del suo studente, composta di quelle stesse formule che a lezione era solito irridere con ferocia quando commentava testi e discorsi di qualche suo collega accademico o scrittore, si accingeva subito a interrogarlo – a chiedergli chiarimenti, precisazioni, chiose, sempre come se da quell’autoesegesi di Lojacono dovesse dipendere un futuro e decisivo piano d’azione.

Ognuno dei membri del cenacolo, chi più e chi meno, provava disperatamente a scoprire in questa posa di Bordiga un sottotesto canzonatorio per l’ineffabile compagno: ma se sornioneria c’era, appariva ormai così impalpabile e duratura da mettere in serio pericolo il loro apostolato.

Comunque, tutto questo non poteva durare a lungo. La maggior parte di noi stava giusto scollinando oltre la metà dei venti, l’ansia da precari e dottorandi incombeva oramai sulle riunioni, e il maestro non aveva ancora pronunciato nessuna parola chiara sul nostro destino.

Ora, se questa attesa s’adattava in qualche modo all’ideologia messianica di Strofinacci (il cui fisico inclinava tuttavia alle più impazienti convulsioni), né Franco né l’Ebreo avevano alcun motivo per accettare di stagnarci dentro.

E d’altra parte, il sadismo pedagogico di Astolfo non era di quelli esibiti, tronfi, tribunizi, ma anzi si nascondeva sotto il suo contrario, fingendosi una complicità tra pari, così che diventava davvero difficile inchiodarlo alle labili tracce delle promesse disseminate nel corso di assemblee e riunioni.

Tra le mani ambiziose dei suoi discepoli,

Bordiga sgusciava con l’agilità di un’anguilla ferrarese; e l’unico a non farci caso, di nuovo, sembrava Lojacono: allievo in apparenza privo di pensieri e desideri, e interamente occupato dalla facoltà umana del Volere, o meglio da una resistenza insana e passiva che ogni tanto mi veniva da paragonare a quella del reduce-lemure della Paga del soldato.

Ma come dicevo, questa situazione non poteva durare. Precipitò, se ben ricordo, in un’afosa sera di luglio, sulle tovaglie a quadretti della trattoria Fantoni.

 

(…)