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Inediti 30.08.2012

Mikhail Bulgakov inedito. La Diavoleide, il Maestro e Margherita.

Il racconto intitolato Diavoleide risale al 1925, quindi tre anni prima di quel 1928 che rappresenta il big bang creativo, l’apertura dell’officina dell’universalmente famoso Il maestro e Margherita. Ora il libro di Mikhail Bulgakov è riproposto da Voland con la nuova traduzione di Andrea Tarabbia (suo il recente Il demone a Beslan, Mondadori). Ed è lo stesso traduttore a voler immaginare questa Diavoleide come una prova generale in vista di un più alto risultato: un laboratorio dove Bulgakov incominciò a delineare i personaggi femminili, i profili di Berlioz e Voland, lo stesso Gran Ballo di Satana.

P.M.

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II. I prodotti della produzione

Tre giorni dopo i fatti appena descritti, la porta dell’ufficio dove lavorava Korotkov si schiuse, e la testa di una donna in lacrime disse in tono rabbioso:

— Compagno Korotkov, vada a ritirare lo stipendio.

— Come? — esclamo felice Korotkov e, fischiettando l’ouverture della Carmen, corse verso l’ufficio con la scritta “cassa”. Arrivato al tavolo del cassiere, si fermò di colpo, rimanendo a bocca aperta. Due grosse pile di pacchetti gialli arrivavano quasi al soffitto. Per evitare di rispondere a qualsiasi domanda, il cassiere, sudato e agitato, aveva attaccato alla parete con una puntina il mandato di pagamento, su cui adesso spiccava una terza scritta in inchiostro verde:

Pagare con i prodotti della produzione.

Per il compagno Bogojavlenskij, in fede Preobraženskij

Anch’io la penso cosi, in fede Kšesinskij

Korotkov se ne andò dall’ufficio del cassiere con un sorriso ampio e stupido dipinto sul volto. Teneva in mano quattro grossi pacchi gialli e cinque piccoli verdi; nelle tasche aveva tredici scatole blu di fiammiferi. Nella sua stanza, con l’orecchio teso al brusio di voci stupite che veniva dalla segreteria, impacchetto i fiammiferi in due grandi fogli di giornale e, senza dire niente a nessuno, se ne andò a casa. Appena fuori dalla MatFiam, per poco non fu investito da un’automobile, ma non riuscì a vedere chi era alla guida.

Arrivato a casa, dispose i fiammiferi sul tavolo e, fatto qualche passo indietro, si mise a rimirarli, sempre con quel sorriso stupido stampato in volto. Korotkov si scompiglio i capelli biondi e disse tra se e se:

— Be’, star qui a deprimersi non serve. Cercheremo di venderli.

Bussò alla vicina, Aleksandra Fedorovna, che lavorava al Deposito di Vini del Governatorato, o DepVinGov.

— Entri pure — una voce cupa rimbombo nella stanza.

Korotkov entrò e rimase di stucco: Aleksandra Fedorovna era tornata prima dal lavoro, e adesso, con il cappotto e il berretto ancora indosso, stava accovacciata sul pavimento. Davanti a lei c’era una fila di bottiglie con i tappi di carta di giornale, piene di un liquido di colore rosso scuro. Il viso di Aleksandra Fedorovna era rigato dalle lacrime:

— Quarantasei — disse, e si volto verso Korotkov.

— Salve, Aleksandra Fedorovna… e inchiostro? —

disse, colpito, Korotkov.

— Vino da messa — rispose con un singhiozzo la vicina.

— Ma come… anche a voi?! — esclamo Korotkov.

— Anche a voi vino da messa? — si meraviglio Aleksandra Fedorovna.

— No, a noi fiammiferi — rispose Korotkov con voce spenta, e cominciò a tormentare un bottone della giacca.

— Ma se non si accendono nemmeno! — gridò Aleksandra Fedorovna, alzandosi e scuotendosi la gonna.

— Come sarebbe, non si accendono? — esclamò spaventato Korotkov, e tornò di corsa nella sua stanza. Lì, senza perdere un minuto, afferrò una scatoletta, la aprì freneticamente e sfregò un fiammifero.

Sfrigolando, il fiammifero emise una fiamma verdognola, poi si spezzò e si spense. Korotkov, quasi soffocando per l’acre odore di zolfo, si mise penosamente a tossire e ne accese un altro. Questo prese improvvisamente fuoco, sprizzando due scintille: la prima centrò il vetro della finestra, la seconda invece finì dritta nell’occhio sinistro del compagno Korotkov.

— Ahia! — urlò Korotkov e lasciò cadere la scatoletta. Sgambettò di qua e di la come un cavallo imbizzarrito tenendosi l’occhio con il palmo della mano. Poi, terrorizzato, si guardò nello specchietto da barba, convinto di aver perso l’occhio. Ma l’occhio era al suo posto, anche se era rosso e lacrimava.

— Oh mio dio! — si disperò Korotkov, e immediatamente tirò fuori dal comò la cassetta americana del pronto soccorso, la aprì, si fascio la metà sinistra della testa e prese a somigliare a un ferito in battaglia.

Quella notte Korotkov la trascorse con la luce accesa, disteso a sfregare fiammiferi. Testò il contenuto di tre scatolette, riuscendo ad accendere ben sessantatre zolfanelli.

— Quella scema racconta balle, — brontolò Korotkov — sono dei fiammiferi magnifici.

Verso mattina, la stanza era avvolta in una cappa soffocante di zolfo. All’alba Korotkov si addormentò e fece un sogno assurdo e terribile: su un prato verde si era ritrovato davanti un’enorme palla da biliardo, viva e con due gambette. Era un incubo cosi spaventoso che Korotkov cacciò un urlo e si svegliò. Nella torbida foschia, gli sembrò ancora per cinque secondi che la palla fosse li accanto al suo letto e che puzzasse di zolfo. Ma poi tutto svanì; giratosi sul fianco, Korotkov si riaddormentò e non si sveglio più.