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Senza categoria 02.01.2013

New India designscape

Gli oggetti possono dirci tanto di una cultura, se solo li sappiamo guardare decentrando le nostre categorie mentali e culturali ed estetiche, che ci fanno guardare alle cose come se fossero date e naturali, e non potessero essere altrimenti. Prendiamo il design indiano ad esempio, che nel dirci tanto su una cultura e sulle sue trasformazioni ci dice tanto su di noi, portandoci a decentrare il nostro sguardo su di noi mentre guardiamo gli altri. In questi giorni e fino al 14 febbraio alla Triennale di Milano è possibile visitare la mostra “New India Designscape”,  il cui catalogo, edito da Corraini edizioni, è curato da Simona Romano e Avnish Meta. Romano nella prefazione al catalogo si augura che nascano presto degli studi transculturali del design facendo ricorso all’antropologia. Secondo Romano in questi sudi prevarrebbe una logica del frammento, che legge come la cultura appare in questi oggetti, senza dirci tanto sulla cultura in toto. Ma a parte il fatto che nulla può dirci qualcosa sulla cultura in toto poiché questa muta e sfugge continuamente, più che mai ora nella sua modernità frammentata, gli oggetti di design possono comunque dirci tanto su alcune direzioni significative della cultura. Mentre da noi il design consiste in una creazione solitaria e innovativa, esaltando le singole personalità creatrici, l’innovatività, l’essenzialità delle forme, e tecnologie nuove, divenendo esso stesso un’esaltazione della civiltà industriale e tecnologica, il design indiano, come d’altra parte in molti paesi postcoloniali, è volto a un’estetica del riciclo e del recupero, a oggetti che utilizzano materiali tradizionali, come il bambù, e spesso sono rivolti non a una clientela quantomeno mediamente facoltosa, ma a un’utenza semplice e povera, a soluzioni che rendano la vita più agevole con oggetti a bassa tecnologia. lLuso dei simboli rimanda a una commistione fra tradizione e modernità pregna di sacro, che viene “traghettato” nelle immagini e nei vestiti. E spesso per la fabbricazione degli oggetti viene utilizzata manodopera e metodi artigianali. Possiamo così ammirare cesti . sedute,  lampade o grucce in bambù; vestiti tessuti al telaio con tinture naturali (Aneeth Arora), gonne stampate con immagini di divinità indù o autorisciò dell’India moderna (Manish Arora). Nei cuscini di Kangn Arora ritroviamo la vacca sacra, personificazione della Madre Terra, e nei disegni di Divyia thakur lo sterco di vacca, usato non solo come fertilizzante ma anche come cosmetico. Nelle sedute lavorate a maglia di Shilpa Tavan troviamo la tecnica Katran e il lavoro di un auto-aiuto di donne, la Laksh Foundation. Remya Jose ha concepito una lavatrice a pedali per le donne delle zone rurali, mentre Vikram Dinubai Panjal ha concepito diversi attrezzi in bambù per trasportare carichi a mano, sulla testa o sulle spalle. Lokesh Karekar produce bellissimi disegni del dio Hanuman sulle T-shirt, Padmaja Krishnan ricama tessuti con la Shakti, simbolo dell’energia sacra delle donne. Il design indiano a livello più artistico genera al tempo stesso riflessioni ironiche sulla tecnologie, come le immagini di telefonini già obsoleti, o un pc portatile in legno dello stesso Padmaja Krishnan, o ancora un ritratto delle nuove classi urbane di Kavita Singh Kale. Il musicista e artista Ranjit Makkuni lavora sul concetto di sacro,  di guarigione attraverso l’apprendimento, sui simboli che rinviano all’ecologia e al rapporto con la natura. Mira Malhotra concepisce semplici giocattoli in carta con raffigurazioni delle divinità indù. Sì, questi oggetti hanno tanto da dirci sui flussi, sulle dinamiche, sui simboli pregnanti e sulla modernità in frammenti indiana, e forse possono insegnare anche a noi modi alternativi, ecologici, collaborativi di fare design, se anche noi accettiamo di “frammentare” la nostra modernità entrando nel gioco delle correnti globali e traendone ispirazione.