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Bookshock 23.10.2014

Nicola Lagioia, anatomia di un Radical Flop – 1

di

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuzione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Walter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando leggo devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Ciò che invece succede leggendo i libri di Nicola Lagioia. Tutti- l’ultimo compreso- in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamenti dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scrittura è mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione tra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione tra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove” (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe), o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta” (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi); e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofilia: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo. Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendando a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con 'sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima delle tre puntate del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

 

Pippo Russo

@pippoevai