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Bookshock 28.10.2014

Nicola Lagioia, anatomia di un Radical Flop – 2

di

Ombra di salice, h. 16-17

 

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani. Si tratta di una scelta narrativa come tante altre. Il problema è la stucchevolezza del reiterare. E si può anche comprendere l’ambizione di sfondare il tetto delle 400 pagine, non foss’altro che per appagare la libidine tattile di soppesare il proprio volumazzo e farne vibrare la pinguedine fra le mani. Trasformare un libro in una libbra è malattia infantile d’ogni autore, un peccato veniale. Che però diventa mortale quando la smania di produrre peso e pagine dà via libera a ripetizioni e stucchevolezze assortite, intanto che la storia non riesce a scrollarsi dal mero arrotolamento su se stessa. E fra tutte le stucchevoli ripetizioni la più micidale è proprio questo passare in rassegna ciò che succede sopra la testa e sotto i piedi dei personaggi. Un insistere che con lo scorrere delle pagine si fa sempre più imbarazzante.

In molti passaggi pare d’essere scaraventati dentro Microcosmos. Già all’inizio (pagine 5-6) viene piazzata una lunga descrizione ch’è un preannuncio di tutto il superfluo cui il lettore non avrà modo di sottrarsi:

Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati a morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, uan flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.

Si è soltanto iniziato, ma già l’interrogativo affiora: perché mi ammannisci ‘ste descrizioni inutili, Nicolino? Ti hanno regalato la scatola del Piccolo Entomologo, o cos’altro? E me la vuoi raccontare una storia, o hai deciso d’intrattenermi sui riti riproduttivi del lepidottero del bosso? Purtroppo la risposta all’interrogativo arriva man mano che si procede nella lettura, infarcita di passaggi come quello appena riportato. Si parlerà tanto d’insetti. Anche perché c’è da stilare un syllabus entomologico il più esaustivo possibile. E in nostro Nicolino, armato di cappello con visiera e retina da farfalle, assolve la missione con mirabile costanza. A pagina 31 è il turno della coccinella. Cioè, in termini scientifici, Coccinellidae: ordine dei Coleotteri, sottordine Polyphaga, infraordine Cucujiformia, superfamiglia Cucujoidea. Ci si dovrà sintonizzare con l’autore, no? Dunque, a pagina 31 si legge:

 

Dalla finestra aperta entrò una coccinella. Un anonimo chicco nero si trasformò in un guscio vermiglio venendo fuori dal buio della notte. Il volo, lento e tremolante, si sarebbe potuto spegnere con un battito di mani. L’aspetto piacevole rendeva per gli uomini piuttosto rara l’evenienza. Gli uccelli venivano ingannati per il motivo opposto – associavano quel rosso punteggiato alla velenosità di funghi e bacche. In questo modo le piccole coccinelle potevano meglio interpretare il ruolo che la natura aveva affidato loro: arrivavano a divorare anche cento afidi al giorno, e lo facevano con una voracità, una rapidità, un freddo convulsivo movimento mascellare che in scala grande sarebbe risultato insostenibile per gli uomini.

 

C’è tutto un feroce brulicar d’insetti che si muove in parallelo al movimento degli umani, in quel libro. Come si legge a pagina 131

Ruggero si guardava intorno. La città gli passava davanti come da un’altra dimensione. Una grande casa silenziosa immersa nel verde. Una tavola di legno tra le erbacce. Sotto si muoveva un mondo oscuro e senza forma, radici contorte, piccoli insetti ciechi, la presenza fosforescente di sua sorella Clara.

 

La vita degli insetti continua a intrecciarsi con le vicende degli umani. E quale sia il nesso fra le due cose rimane un mistero che Nicolino non chiarisce. Troppo preso dall’intreccio fra Natura e Cultura si scorda di dire perché mai sia necessario dilungarsi in modo così maniacale su quell’intreccio. Meglio star lì a piazzare i colpi a effetto, come per esempio lo scarafone che sbuca e attraversa la scena. Succede a pagina 156:

Passeggiarono fra i cespugli, al centro degli eucalipti, vicino alla fontana di pietra con le verdi strisce percorse dai rigagnoli d’acqua. Si inoltrarono oltre il gazebo e l’altalena, verso le siepi che trasformavano il giardino in una vasta zona d’ombra. La vite canadese emanava la sua forza rossastra. Scesero gli scalini di pietra viva. Una piccola blatta fuggì prima che potessero calpestarla.

 

La magia della blatta che appare e scampa al calpestamento da parte d’un piede femminile è un tocco d’assoluto. Non state a chiedervi perché mai abbia menzionato quel dettaglio, e perché giusto quello fra i tanti che punteggiano la scena immaginaria: il passamano della scala in pietra, il mix di colori delle carrozzerie d’auto parcheggiate intorno, le cartacce per terra e i bidoni della spazzatura divisi per categoria di riciclo, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Tutti oggetti che avrebbero avuto diritto e dignità in egual misura della blatta, per esser citati in quel passaggio, perché al pari della blatta possiedono un connotato: sono del tutto superflui ai fini della narrazione e dello specifico di quella scena che viene descritta. Cosa cambia col passaggio di quella blatta che rischia d’essere spiaccicata? E cosa sarebbe cambiato se non ne fosse stata fatta menzione? Nada de nada. Però magari tutto questo superfluo illustrato una funzione narrativa ce l’ha. Perché la storia continua a latitare, ma almeno il lettore crede di percepire la voce rassicurante di Piero Angela durante una puntata di Superquark. Intanto la lotta per la sopravvivenza fra insetti si svolge in parallelo alle tristi vicende umane:

 

Nel vaso dei ciclamini, ai loro piedi, due insetti lottavano selvaggiamente. (p. 302)

 

- Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane sulla veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome coi suoi dentini aguzzi, fino a infilarci dentro le potenti appendici saldte a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sa forza, e tanto bastava. (p. 304

Bei tempi quelli in cui negli intrecci narrativi il geometra Ranieri avrebbe potuto trasformarsi in uno scarafone, e nella schifidezza della sua mutata condizione assumersi le colpe di tutto ciò che non andava in famiglia e nel mondo intero. Ma Kafka è già passato, e rimangono solo acari senz’arte né parte al di là della mera lotta per la sopravvivenza, forse rimasti impigliati nelle pagine d’un libro come fossero carta moschicida.

E badate che non ci sono mica soltanto gli insetti a punteggiare la vena naturalistica di Nicolino. Ci sono anche gli elementi celesti, a cominciare dalla luna che viene scaraventata addosso al lettore a ogni minima occasione. Eccone soltanto alcuni esempi, perché a citarli tutti si rischierebbe di stilare un articolo da 411 pagine, tante quante quelle de “La ferocia”:

La carreggiata saliva in modo che i vitigni si mostrassero a perdita d’occhio. La luna sarebbe stata piena da lì a un paio di giorni e adesso dava l’illusione di poter crescere a oltranza. (p. 15)

 

Più avanti, oltre la porta spalancata del bagno, lo specchio ingranditore fissato alla parete era invaso dalla luna. Ridotta alla metà su in cielo, nella concavità della superficie riflettente risultava ancora piena – un’argentea pozza proveniente dal passato (…). (p. 20)

Spalancò le ante della finestra. Ricevette la fresca carezza della notte primaverile. Il cielo rischiarato dalla luna gli diede la sensazione di poter leggere per paradosso le lontananze terrene, come se al posto del nulla siderale ci fossero il Brasile, gli Stati Uniti, la Cina… (pp. 30-1)

 

Videro la luna che si specchiava nel palazzo a vetri della Banca di Credito Pugliese. (p. 80)

 

La luna era piena e pallida. Sciami di moscerini vorticavano intorno ai far dell’ingresso. (p. 265)

 

Come non rimanere ammirati davanti a un autore così vario e pieno d’inventiva? Pare quasi che gli abbiano messo a disposizione un kit di immagini con non più di tre-quattro oggetti, e con ordine tassativo di non derogare da quelli. Altra immagine del kit: la luce di sfondo. Eccovene una breve rassegna:

 

L’alba accendeva la zona tutt’intorno. Il sole tingeva di rosa le gru e le scavatrici, arroventava in lontananza vetrerie e stabilimenti tipografici. (p. 51)

 

La luce di fine agosto crollava sulla vite americana. Il patio allora si riaccese di un rosso più vivo. (p. 103)

La luce del tramonto faceva vibrare il mirto e l’erba alta, trasformava gli intrichi dell’alloro in un vortice di luci e ombre che le veniva incontro mentre le palpebre diventavano pesanti. (pp. 167-8)

Quattro macchie di luce. Scorrevano sul bordo della fontana, salirono sulle foglie. Scomparse. Le cinque di pomeriggio. (p. 219)

A forza di insistere con le immagini poetiche sul tema, Lagioia non s’accorge d’essere vicinissimo a ripetersi:

Alle otto meno un quarto, visto dalla finestra, il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino. (p. 238)

Gli ultimi bagliori del cielo, sottili strisce insanguinate. (p. 278)

 

E già, il rosso del vino e del sangue. Memorie da chierichetti che sfuggono incontrollabili al pari di altre immagini per lo meno discutibili.

Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua (p. 160)

I piatti disposti a tavola come un fiore che metta i petali dal nulla (p. 239)

Nicolino ci prova, e va detto che lo sforzo è lodevole. Azzarda anche l’istinto poetico a pagina 239. Ma purtroppo il risultato è quello che è:

Le nuvole correvano sul lungomare e mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale.

D’indecifrabile come il sorriso di un fratello c’è molto altro, in quelle pagine. Ma soprattutto ci sono passaggi d’eccezionale carica comica involontaria. Come quello a pagina 82:

Il giorno prima Clara lo aveva raggiunto sotto il salice che, sporgendo dall’inferriata, formava una chiazza d’ombra tra le tre e le quattro del pomeriggio.

L’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio! Ma questo è Furio, il personaggio di Carlo Verdone! Quello che chiama l’Aci e, essendo meteropatico, chiede se “partendo tra circa 3 minuti e procedendo alla velocità di crociera di 80-85 chilometri orari, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di Parma?”. E così abbiamo l’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio. Del resto, a ciascuno la sua ombra: chi si becca quella del fico d’india fra le 11 e le 12,42 ma con l’ora legale, e chi quella sotto la pensilina del bus 49 dalle 8 alle 10,33.

Così si scrive un Romanzo Mondo. Descrivendo anche le cose che vengono pensate e poi fatte, perché descriverle soltanto fatte mica basta:

Il sostituto procuratore pensò che avrebbe messo una mano sulla spalla del signor Salvemini, e poi lo fece. (p. 120)

 

È leggendo frammenti del genere che finalmente ho capito chi sia la vera fonte d’ispirazione stilistica per Nicola Lagioia. Si tratta di Germano Bovolenta, inviato della Gazzetta dello Sport che era ospite fisso della mia rubrica Pallonate. Uno che se gli davano briglia sciolta era capace di scrivere anche un’intera edizione da 40 pagine della rosea, sciorando ogni minuscolo dettaglio di ciò che vedeva. Di Bovolenta il nostro Nicolino è il più riuscito epigono, e infatti “La ferocia” trabocca di frammenti bovolentiani. Una sequela di spunti minuscoli, di minimi fax. Per la serie: cosa non si fa per sfondare il tetto delle 400 pagine:

L’uomo accanto al guidatore scoppiò a ridere. Il guidatore rise. L’uomo accanto al medico rise. Il guidatore rise. L’uomo accanto al guidatore grugnì. Il guidatore rise. (p. 123)

 

Al medico legale sembrò di sentire dei rumori tra i cespugli. Leccò la sigaretta. Infilò la mano destra nella tasca interna della giacca. Allargò il cellophane tra pollice e medio. Vi affondò l’indice, poi lo premette contro i bordi della sigaretta. L’accese. (p. 124)

Uscì dalla sala da pranzo. Attraversò il corridoio. Gli sembrava possibile persino pensare a Clara, come se la conversazione avesse costruito tutt’intorno un guscio piombato attraverso il quale i fantasmi non potevano passare. Superò la libreria a muro, il tavolino col telefono. Entrò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Aprì il rubinetto. Andò a mettersi davanti al water. Sollevò coperchio a tavoletta. Si inginocchiò. Chiuse gli occhi e vomitò. Si rimise in piedi. Tornò a sedere sul water. Vomitò ancora. Tirò lo scarico, pulì con cura usando la carta igienica. Andò a sciacquarsi la faccia e chiuse i rubinetti. Uscì dal bagno. (p. 264)

Si arrotolò un asciugamano sulla testa. Infilò l’accappatoio. Chiuse il coperchio del water, ci si sedette sopra, allungò le gambe in avanti intrecciando le caviglie sul bidet. Accese una bella [sic!] sigaretta e compose il numero di Michele. (p. 313)

 

Allontanò l’iPhone dalla punta del naso, lo poggiò sul comodino. Finì di bere il succo di pompelmo. Poggiò sul comodino anche quello. Si alzò dal letto. Andò in bagno. Si chiuse a chiave. Fece pipì. Si tirò su i pantaloni del pigiama. Guardò lo specchio. Si trovò bella. Tornò in camera. Raccolse l’iPhone dal comodino. Contò i retweet. Erano tantissimi. (p. 335)

Bisogna essere animati da feroce voglia d’affermare un nuovo stile per scrivere ogni due per tre di scarafoni, di lune e luci che colorano il cielo, e di micropratiche descritte fino allo sfinimento. Del lettore. E poi ci sono sempre i frammenti scritti in una lingua tutta lagioiana, comprensibile solo a se stessa. Alcuni estratti ve li ho anticipati nella precedente puntata, altri troveranno spazio nella prossima, e se dovessi riportarli tutti potremmo andare avanti per una decina di articoli. Qui mi limito a riportarvene tre particolarmente significativi. A pagina 226 si legge:

 

I mesi senza Clara sono una sorta di falso incubo. Come se l’incubo lo sognasse una fotocopiatrice.

Nemmeno Federico Moccia avrebbe osato tanto. Poco oltre, pagine 226-7:

Ma tutto accade nel silenzio di una vibrazione senza la quale non resta intorno che il nudo mondo materiale.

Come al solito: cosa voleva dire? Inutile perdere tempo nel tentativo di decodificare, anche perché il frammento di sopra è addirittura acqua fresca rispetto a tanti altri. Per esempio, quello ospitato a pagina 148 grazie al quale si raggiunge l’apice dell’insensatezza:

Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di tre biglietti da cento),avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da sapere moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa.

Non ricordo d’aver mai letto qualcosa scritta peggio di questo frammento. E purtroppo non è finita qui.

(2. continua)

 

@pippoevai