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Recensioni Autore: Emilia Bersabea Cirillo / L'Iguana Editore / pp. / €

Non smetto di avere freddo

Recensione di Anna Vallerugo
Non smetto di avere freddo

C’è la voce piccola di una bambina che racconta un debutto in vita difficile, in una famiglia men che solida:“ A casa scavavo fossi. Mi svegliavo da sola, mia madre dormiva fino a tardi e poi usciva senza dare spiegazioni. A scuola andavo quando potevo, la maestra si lamentava della mia sonnolenza, del mio grembiule stazzonato, dei miei capelli in disordine. La mamma ha un lavoro importante, esce presto al mattino e io devo fare tutto da sola, spiegai alla maestra seccata dai suoi rimproveri. Beh, era quasi la verità”. Sa di mentire a se stessa e al mondo, Angela, una delle protagoniste di Non smetto di avere freddo, ultimo romanzo della scrittrice irpina Emilia Bersabea Cirillo, e continuerà a farlo per sempre, in una sorta di estremo riparo alle offese che la vita ha preparato per lei. Si sfalda presto, questa famiglia incerta, porto di poco riparo, e nessuno vuole o può occuparsi più di lei, che viene messa in un istituto.

Qui la sua solitudine troverà compensazione in quella di un’altra piccola anima, Dorina: “La odiai subito, perché era di una bellezza inconsapevole, latte e miele. Mi si avvicinò, disse il mio nome e mi invitò a giocare. Alla conta del nascondino mi toccò cercarla. Era una cavalletta, una libellula, una lucciola che tentai di abbracciare nel buio del campanile…”.

La mancanza di ogni forma strutturata di amore va a essere supplita da forme irregolari, spurie, da legami di sangue e saliva di contatti rubati di corpi in androni, abbozzi di sentimento tenaci.

Poi per una sola delle bimbe l’adozione, il conseguente distacco.

E il ritrovarsi solo molti anni dopo, su piani esistenziali sfasati: non è stata generosa la vita con Angela, che accusata di omicidio si ritrova in carcere, lo stesso dove, scoprirà, Dorina lavora come cuoca. A quest’ultima la vita ha riservato una casa, abbracci di una sola figlia che sanno “di banana, casa, gessetti”, un marito assente e gretto, altre figure che le ruotano accanto, tutto terribilmente nella media e per questo detestabile. Lei ambirebbe a cucinare bene e Cirillo eccelle nel descrivere la preparazione dei piatti, i quaderni di cucina antichi riesumati in occasioni speciali dalle suore dell’istituto quando era bambina, densi di una carnalità che non riesce a essere imbrigliata nonostante la natura religiosa del luogo, e che l’autrice rende con accenti di particolare, spessa sensualità. Mira Dorina, in fondo, a cambiare, a inseguire un suo bello, semplice, abbordabile, “Le piace perdersi in un film di sentimenti, in cui qualcuno fa qualcosa per qualcun altro e viceversa” a riparare, insomma, la sua di solitudine.

E’ Angela a vorrei ristabilire un contatto con la sua “Madonna” che continua a desiderare di un amore ossessivo, nonostante con gli anni il suo obiettivo fosse stato spostato su un’altra persona, un uomo stavolta, colpevole anch’egli di non averla saputa amare e in qualche modo responsabile anche della piega di vita che l’ha portata in carcere (e su cui qui si preferisce tacere per non scoprire troppo della trama).

Angela dalla cella – di cella in cella si muove la sua vita, dall’istituto di Atrani al carcere- presenta le sue richieste: rivedere Dorina, ottenere alcuni sacchetti di perline per creare le sue collane con cui ristabilisce un equilibrio di bellezza in una esistenza che poca gliene ha donata, avere infine un maglione con cui riscaldare il freddo perenne che sente dentro e che giustifica il titolo del romanzo.

E’ un romanzo in doppio controcanto, questo di Emilia Bersabea Cirillo: due le voci narranti, due i tempi dei fatti, in un’alternanza che l’autrice riesce a governare con efficacia.

E’ soprattutto romanzo di puntuale introspezione del femminile (le edizioni L’Iguana si dedicano a questa tematica con passione e particolare cura), intimo, che rispetta desideri e solitudini e affonda anche nei lati più oscuri dell’animo umano senza remore.

Intimo eppur sociale: non dimentica, Cirillo, di descrivere il dramma familiare della scelta obbligata dell’ emigrazione (al Sud più che al Nord, che comunque non ne è immune), ma bene lo soppesa, dandogli un giusto spazio solo sul fondo delle vicende e portando invece in primo piano le storie delle due donne, due figure che restano, a cui Emilia Bersabea Cirillo affida un parlato piano e potente, a contrasto con il dialettale di altri personaggi. E se in alcuni – pochi- dialoghi la scrittrice pecca di inserire qualche parola di registro troppo alto, perdendo giusto per un attimo in autenticità, si fa certo perdonare nella capacità di tenere sempre viva la tensione per più di trecento pagine di lettura coinvolgente, in una corsa inarrestabile verso un finale che se da un lato è condanna dall’altro apre a una speranza, una speranza in forma possibile.