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Café de Flore 12.05.2017

Non volevo morire vergine di Barbara Garlaschelli

di

non volevo morire vergine copertinaNell’immobilità è possibile percepire con esattezza tutti i movimenti del mondo. Una non azione restituisce la pienezza del suo contrario.

Non so, forse non si dovrebbe mai scrivere delle cose che si è amato, si ha sempre il timore che non ne esca nulla di buono.

Eppure questa recensione non riesco a non scriverla e quindi, proverò a spiegare come è andata.

Premetto che non sapevo chi fosse la scrittrice e che non avevo mai letto nulla di lei. Per me “La Sirena” non esisteva fino a qualche mese fa, poi il suo libro mi è finito tra le mani.

Il 3 agosto del 1981, attorno alle ore 16:00 ad Arma di Taggia, spiaggia La Fortezza, una ragazzina di quindici anni corre spensierata verso il mare mentre i suoi piedi lasciano piccole impronte sulla sabbia calda prima di entrare a contatto con l’acqua. Le gambe continuano a correre finché l’acqua del mare le arriva alla vita. Il corpo si tende, la testa s’inclina tra le braccia già distese in avanti. Dai piedi parte la spinta che si trasforma nello slancio di un corpo che si immerge.

Un banale tuffo nell’acqua bassa ed è Mare Dentro.

Un banale tuffo nell’acqua bassa ed è Crac.

La testa si schianta contro un qualcosa di duro.

Il corpo s’incendia e resta immobile. Galleggia pancia sotto.

La pelle però non smette di ricordare.

Il caldo del sole, la granulosità della sabbia, la freschezza dell’acqua.

Attorno tante voci. Anche se il viso è immerso nell’acqua e il corpo galleggia a pancia in giù, le voci si sentono. Sono cariche di paura.

Chiamano aiuto.

Il corpo galleggia immobile.

In un secondo perde i movimenti, ma non la memoria.

È così che comincia una nuova vita.

Nella memoria del corpo.

baÈ più o meno così che inizia NON VOLEVO MORIRE VERGINE di Barbara Garlaschelli. Inizia con uno schianto, il suo schianto, uno schianto che nessuno potrà mai immaginare, perché indossare le scarpe di Barbara è impossibile e questo va detto.

Devo ammettere anche che subito dopo lo schianto ho sentito una sorta di resistenza fisica e una strana voglia di fermarmi. Sì, di fermarmi e chiudere il libro.

Eppure ho continuato a girare pagina.

Perché non ho smesso?

Per tanti motivi.

Essendo un Memoires e non un romanzo in cui la scrittrice non deve nemmeno prendersi la briga di cambiare i nomi, quel che le è per così dire toccato in sorte non è una cosa molto gaia e nemmeno facile da digerire. Quel sasso, duro, inatteso e quel dolore, tutto quel maledetto dolore fisico ed esistenziale lo vedi, lo senti, mentre leggi, anche se non è e non sarà mai quello di chi lo ha esperito, molto prima di poterlo narrare.

Barbara Garlaschelli ha una scrittura generosa e giusta, ha una scrittura che mostra. Quindi, mostra anche una ragazzina di quindici anni che sta ricoverata per dieci mesi. Sebbene ci siano forse due pagine su questo, tu, lettore, vedi dieci mesi di ricovero, due buchi ai lati della testa fatti per applicare una trazione di quindici chili con quindici litri di acqua messa dentro a un secchio (siamo nel 1981). Poi, vedi altri cinque buchi fatti per una seconda trazione. Vedi due piaghe da decubito sulle spalle, una piaga sul collo. Vedi anche due cicatrici: sempre sul collo e un’altra sul fianco da dove è stato prelevato un pezzo di osseo per ricostruire C5, la quinta vertebra cervicale. In seguito ti accorgi di una ulteriore cicatrice dovuta a una frattura spontanea al collo del femore. La causa? L’osteoporosi. Aggiungici la fatica a respirare a causa della lesione midollare e l’incontinenza e l’immagine è ancora più nitida.

Voilà

E non bastasse, ti accorgi che in un istante Barbara Garlaschelli è passata dalla posizione verticale a quella orizzontale. Dopo dieci mesi in cui, per gran parte del tempo ha potuto muovere solo gli occhi, dalla posizione orizzontale è riuscita passare a quella seduta. Nel tempo, ha imparato a riprendere il controllo del collo, della testa, delle braccia e delle mani e a scrivere, senza l’utilizzo di presidi.

Infine ha imparato a permettersi di fare l’amore e poi ancora di farsi amare

Perché non ho smesso?

Appena ho iniziato a leggere NON VOLEVO MORIRE VERGINE una musica ha preso a suonare dentro di me.

Il fatto è che non si trattava di una musica qualunque, ma de La Norma di Vincenzo Bellini, l’opera che forse più amo in assoluto.

La Norma è del 1831. Bellini l’ha scritta quando aveva trentun anni, Mozart era già schiattato da almeno una quarantina e Verdi sarebbe diventato famoso vent’anni più tardi. Ad ogni modo, se qualcuno di voi ha incrociato qualcosa di puro, ma di veramente puro nella vita allora avete incrociato La Norma oppure avete letto NON VOLEVO MORIRE VERGINE, o forse entrambi.

Mi sono resa conto, avendo fatto entrambe le cose, che è immensamente più bello sfangare la vita quando mi sveglio al mattino.

Questo l’ho capito velocemente, gli altri dettagli su come La Norma avesse, per me, a che fare con NON VOLEVO MORIRE VERGINE li ho realizzati passo dopo passo, ma datemi ancora un pochino di tempo

Blog_Garlaschelli_0f0b2c7f6c2a26dccc56406f0f5d4ee4Non ho smesso perché il modo che Barbara Garlaschelli ha di raccontare questa storia, la sua storia, è talmente splendente che mi riesce difficile trovare un altro libro con dentro tanta voglia di vivere, di ridere e di esseri straordinari.

Sul serio, se siete a corto di motivazioni e se svegliarvi al mattino non vi sembra l’irresistibile miracolo che è, entrate in questo libro, perché di entrare si tratta, e vi sentirete coglioni già prima di aver finito di leggere Mare Dentro la poesia di Ramòn Sanpedro. Non perché Barbara Garlaschelli vive su una carrozzina, solo perché lei è uno di quei rari esseri umani capaci di acrobazie da sciancarti il cervello

Per scrivere un Memoires così ci vuole tanto talento, perché va bene aprire la diga, ma poi si ha da essere un ingegnere idraulico, un maestro di argini, per ottenere qualcosa che si possa definire un libro, figuriamoci un gran bel libro.

Ed è anche in questo che Barbara Garlaschelli è straordinaria perché in questo suo narrare di sé senza filtri c’è un sacco di maestria e tonnellate di tecnica, ma la cosa davvero sorprendente è vederla sparire nel torrente del racconto e lasciarsi dietro giusto la magia di una naturalezza assoluta che per qualche misteriosa ragione scorre disciplinata e perfetta.

Non c’è tanta gente in giro a saper fare cose di questo genere.

In questo libro c’è il mare che torna e ritorna nella sua immensità, con la sua struggente bellezza, con la sua inaspettata cattiveria e poi, c’è un fiume che scorre con una certa lentezza dove a un certo punto iniziano a passare delle barche, sempre lentamente Le barche sono “gli uomini” della vita di Barbara Garlaschelli che per lo più sono omarini, come li chiamava suo padre, Renzo Garlaschelli eppure, non c’è passaggio di barca che non sia davvero memorabile. È così, per un po’, leggendo, ho aspettato il passaggio delle barche, paziente. E senza accorgermene, pagina dopo pagina, ho iniziato a capire il fiume.

È durata un pochino e alla fine è accaduto perché all’improvviso io ero in quel fiume. E allora la lentezza è diventata di più, è diventata un passo del cuore, dell’anima, irrimediabilmente perfetto.

La collezione di barche idiote il cui passaggio era memorabile si è trasformato ciò che è: il giusto censimento delle cose, il minimo che si possa concedere al miracoloso esistere del mondo e di ogni essere umano.

Da lì in poi è stato tutto facile e per me, avrebbe potuto anche non finire mai.

Così ho navigato fino alla fine in un navigare struggente, abbagliata dalla luce, dalla calma e dalla maestria con la quale Barbara Garlaschelli è capace di scomporre una sensazione, uno sguardo, un sentimento. Non conoscevo un tono di voce del genere, l’inclinazione di un certo sguardo, un certo sound dell’essere.

C’è dell’altro: raramente mi è capitato di percepire una sensualità così potente in una donna, non in una donna in carrozzina, in una donna.

Perché non ho smesso?

Ci sono invisibili sfumature dell’esistere, del semplice esistere che Barbara Garlaschelli ha saputo pronunciare. È stato qui che ho capito il perché de La Norma di Vincenzo Bellini.

La Norma è ambientata in Gallia durante l’occupazione romana. Ritrovarsi a piangere per la bellezza avendo di fronte l’immagine degli elmi cornuti stile Asterix è una cosa impensabile eppure accade e si tratta di lacrime bellissime, morbide, limpide.

Perché ne La Norma di Bellini non ci sono solo gli elmetti con le corna, c’è anche Norma ed è lei che fa piangere, ridere, sorridere. Ci sono anche gli omarini, uomini senza palle, senza spina dorsale, molluschi. Norma è la sacerdotessa gallica, è il capo, è colei che parla direttamente con dio ed è a lei che i Galli si affidano per decidere cosa fare o cosa non fare, se continuare a vivere a testa china, oppure alzarla e spaccare tutto, rompere schemi, catene, dighe per creare nuovi mondi e nove possibilità.

Tuttavia, come sempre accade nell’opera, c’è un problema: Norma è segretamente innamorata di un romano, o meglio del capo dei romani: Pollione. Nemmeno si potrebbe dire che solamente lo ami, lei ci fa due figli.

Norma, Sacerdotessa e vergine per mestiere.

Di più ancora accade che un giorno Adalgisa, una giovane sacerdotessa, si reca da Norma e le confessa qualcosa di inconfessabile, ovvero di essersi innamorata di un romano. Norma la ascolta e si commuove. Le due danno vita a un duetto assolutamente sublime. Nella giovane Norma vede il proprio errore e la propria felicità. La commozione finisce quando chiede ad Adalgisa il nome del romano. Il nome è Pollione.

Pollione, il suo amato, il padre dei suoi figli.

Norma si trasforma dall’eterea sacerdotessa in una donna pazzesca che prende per le palle il mondo intero lo strattona, lo fa roteare su sé stesso, lo scaglia dalle scale dei propri sentimenti.

E sono davvero tutti i sentimenti in Norma: dal senso di impotenza, allo sgomento, alla tristezza più pazzesca, al furore, alla passione, all’amore, allo smarrimento, alla nostalgia, al dolore, alla stanchezza. Norma è capace di ogni passione e non è che ce ne siano tante di donne così al mondo.

Arriva a un pelo da uccidere i figli, a un pelo da ammazzare Pollione fino a fare la piazzata pubblica in cui decide di far fuori Adalgisa.

Norma grida al suo popolo di accendere un rogo perché la sacerdotessa ha infranto i suoi voti amando un romano.

E che quando i Galli chiedono chi è questa donna, lei risponde con queste parole:

- Son io, Norma

Chapeau

Lei e Pollione bruciano nel rogo, e Pollione che fino a quell’istante sembra un maschio deficiente, un omarino imbrocca due versi, solo due, gli ultimi:

- Troppo tardi t’ho conosciuta/sublime donna io t’ho perduta.

Va detto anche che, io, chissà perché, da sempre mi sono fatta l’idea o meglio la certezza che Norma non sia morta, ma che in virtù di questa sua dignità pazzesca sia rinata dalle sue ceneri come una Fenice.

Barbara Garlaschelli, la stessa purezza della musica di Vincenzo Bellini.

Barbara Garlaschelli come Norma, eterea Sacerdotessa definita vergine per mestiere da una società che non immagina la sessualità figuriamoci l’amore per un disabile e alla quale una gran fetta di mondo avrebbe chiesto chiederebbe anche oggi di cantare Casta Diva in eterno.

Ancora Barbara Garlaschelli che di fronte al tradimento della vita, duro come un sasso, incomprensibile per una quindicenne, oltre che per chiunque altro essere umano, si trasforma in una donna divina che prende per le palle il mondo, la vita, la fa roteare su se stessa e si erige in piedi con una dignità che la maggior parte dei bipedi non possiedono.

Sì, perché in NON VOLEVO MORIRE VERGINE sceglie di mordere la vita, di assaporarla, di gustarla, di goderla. Sceglie di mettersi in gioco in uno spazio sempre meno protetto fino a rompere gli argini di una diga.

Alza la testa Barbara, impara a non aver paura di piangere, impara ad amare la sua fragilità quanto la sua forza, ad amare il suo corpo che pulsa, che duole, che vive nonostante il Crac.

Barbara Garlaschelli, mentre leggevo NON VOLEVO MORIRE VERGINE io l’ho sentita ridere e l’ho vista sorridere, di un sorriso di rara e disarmante bellezza.

C’è di più.

Non era solo La Norma di Vincenzo Bellini quella che ho sentito suonare mentre leggevo NON VOLEVO MORIRE VERGINE, era una Norma insuperabile, quella interpretata da Cecilia Bartoli.

Cecilia Bartoli, mezzo soprano, non avrebbe una voce proprio potente per definizione, ma forse questa bellezza ineguagliabile nasce proprio da questa sorta di irregolarità rispetto a un canone.

Per una questione di registro e di potenza vocale, una fetta di mondo avrebbe detto che non faceva per lei. Eppure c’è stato un uomo, non un omarino, un genio della musica Barocca, Giovanni Antonini che ci ha visto proprio bene e ha creduto in qualcosa di diverso.

Giovanni Antonini come Renzo Garlaschelli e come Giampaolo Poli.

Cecilia Bartoli di suo, ha fatto molto di più. Ha creduto che se solo fossero stati capaci di riportare La Norma a ciò che in origine era stata, per come Bellini l’aveva scritta e intesa, lei sarebbe stata la più bella Norma di tutti i tempi.

Si trattava solo di ritornare a prima del pomposo gusto verdiano.

Nel 1831 gli strumenti erano diversi, l’orchestra era piccola, i timbri degli ottoni molto più morbidi, le percussioni più secche, gli archi meno sonori. Anche i tempi, la velocità del canto e del suono erano diversi.

Cecilia Bartoli giovane mezzo soprano e Giovanni Antonini, con i sui capelli grigi e spettinati, il suo sguardo irriverente, la maglietta grigio chiaro da jogging che indossa quando lavora, sono tornati lì, distruggendo la diga che il gusto verdiano aveva eretto.

La Norma di Bellini con Antonini è più lenta, per niente militare, è un fiume che si getta dolcemente nel mare, è morbida e sensuale.

La prima volta che è andata in scena, forse era il 2015. Hanno usato una piccola orchestra di strumenti d’epoca con tempi lenti e una pasta sonora inimmaginabile, perché il rumore non serve, stordisce.

La guerra è diventata uno scenario lontano, mentre gli umani sono stati mostrati da vicino.

E’ così che La Norma è passata da essere emozionante a essere qualcosa di struggente e indimenticabile.

Per la prima volta mi è accaduto di pensare che potevo amare Norma da una vita, ma che solo in quel momento avevo la pura e precisa sensazione che Vincenzo Bellini già sapesse qualcosa di noi, di noi umani del XXI secolo.

Antonini ha quasi nascosto l’orchestra permettendo che ci fossero le sole voci che contano, quelle di alcuni esseri umani, appoggiate a qualcosa che sembrava un sospiro dando l’idea che quell’opera ognuno di noi potesse sentirla sul palmo della tua mano, togliendo quella caratteristica che talvolta ha l’opera, o la vita, o le barriere architettoniche insuperabili, o quelle mentali, ovvero di stringerti al collo quasi con l’intento di soffocarti.

Leggete NON VOLEVO MORIRE VERGINE, ha a che fare con la vita, con la sensualità con l’amore, quello vero. Ha a che fare con gli umani veri che brillano di luce propria.

Li potete scorgere anche al buio.

In NON VOLEVO MORIRE VERGINE c’è qualcosa che ormai si legge raramente e che ha a che fare con l’onestà, con il metterci il culo e la faccia davvero, tanto per non usare mezzi termini.

Perché il tipo di onestà che permea la scrittura di Barbara Garlaschelli oggi è quasi scomparsa, o forse per lo più è solo sfumata come uno stabilimento balneare nei primi giorni di ottobre: ci puoi trovare ancora qualche vecchio bagnino di classe che continua, ostinato, a presidiare la spiaggia deserta, inondata dal mare, spazzata dal vento e da stinti cartelloni di gelati Algida.

Buona Lettura e Buona Vita.