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Recensioni Autore: Eduardo Arroyo / Le Mani / pp. 250 / € 14

Panama al Brown

Recensione di Domenico Paris
Panama al Brown

Giusto un quarto di secolo fa Eduardo Arroyo, da anni stabilitosi in Francia, riusciva ad esorcizzare una sua personalissima ossessione dando alle stampe per i tipi di Grasset una corposa biografia dedicata al boxeur Alphonso Teofilo Brown, meglio conosciuto come Panama Al Brown. Per molti anni il neo-figurativo madrileno, affascinato dall’alone leggendario che ne ammantava la vicenda umana e sportiva, aveva cercato nella felicità del suo tratto e nell’esplosività dei suoi colori un modo per riconsegnare alla memoria collettiva questo incredibile personaggio del quale, al di là degli appassionati di noble art, pochi sembravano ricordarsi. Incapace di riuscirci con i “ferri” del suo mestiere più proprio, si era avventurato in una lunga e paziente opera di ricerca che lo aveva portato a spulciare le cronache giornalistiche della Parigi a cavallo tra gli anni Venti e Trenta e, soprattutto, a compiere un piccolo periplo in giro per il mondo per cercare di mettere insieme degli indizi che apparivano poco chiari.

Il risultato fu appunto questo libro, tradotto e pubblicato in Italia da Le Mani nel 1995 con il titolo “Panama Al Brown. Il ragno nero del ring” e assolutamente fuori dagli schemi: se, infatti, nelle duecentocinquanta pagine la ricostruzione storica occupa un ruolo preminente, è altresì vero che l’ispirazione assolutamente “pindarica” e la vis letteraria del suo autore, lo trasformano in un appassionante, stralunato romanzo e in un ritratto dei Roaring Twenties e dintorni da non lasciarsi sfuggire.

Ma chi era questo aracnide delle dodici corde in grado di suscitare un così grande interesse da parte del pittore?

Per l’appassionato di boxe decentemente preparato, il solo nome dovrebbe indurre una prostrata e religiosa adorazione: imbattibile campione mondiale dei pesi gallo nel corso di almeno sei lunghi anni, il panamense, dotato da madre natura di un fisico a dir poco singolare (centosettantacinque centimetri d’altezza per cinquantatré chili e rotti di peso!), in una carriera durata oltre due decenni si rivelò infatti uno delle incarnazioni più sofisticate del cosiddetto “tecnico con pugno”, un pugile, cioè, in grado di distinguersi per la raffinata capacità di stilista e, nello stesso tempo, capace di risolvere una contesa con la pesantezza delle sue sventole. Arrivato in Francia nella seconda metà degli anni Venti, Panama Al Brown si trasformò in pochi mesi in una delle vedette sportive dell’epoca non soltanto grazie alle possenti staffilate con le quali sbatteva a terra i malcapitati avversari (ai quali, molto spesso, regalava più di qualche chilo di vantaggio), ma anche e soprattutto per via di una esuberanza e un modus vivendi assolutamente al di sopra delle righe. Ed è esattamente da qui che l’appassionato di letteratura deve partire per deliziarsi con una storia (vera) che non avrebbe stonato in lavoro assai ispirato di Francis Scott Fitzgerald.

Provate ad immaginare, in una società ancora ben lontana dallo scrollarsi di dosso certi pregiudizi legati al colore della pelle, l’epifania di questa specie di marziano: lungo e sottile come un giunco color ebano, elegante nei movimenti come una pantera, dinamitardo nelle mani come un peso massimo, Al Brown “atterrò” nell’atmosfera eccessiva dell’epoca tuffandocisi a pesce. Rigidi allenamenti quotidiani in palestra e levatacce per il footing? No, grazie, molto meglio tirare tardi nei chiassosi caffè parigini o rintanarsi in qualche circolo esclusivo per una partita a carte in attesa dell’alba. E soprattutto… champagne! A fiumi, in continuazione, perfino negli intervalli tra una ripresa e l’altra, nella convinzione che “una vita senza almeno 20.000 bottiglie di champagne non merita di essere vissuta” (parole sue). Poco importa presentarsi spesso sul ring ubriaco o senza le forze necessarie a portare a termine le quindici riprese previste. Basta infatti un singolo spiraglio, un buco nella guardia dell’avversario, e bam!, un jab o un gancio rimettono tutto a posto. E così cominciano ad arrivare la fama e i soldi, tanti soldi. Peccato che Al Brown sia troppo impegnato a gozzovigliare e a rifornirsi di abiti su misura e cavalli da corsa per rendersi conto che il suo manager lo sta turlupinando. Ma in fondo la vita, per lui, è solo fiamma. Assoluta poesia dell’attimo. Come quella che lo “illumina” quando, ben carburato di bollicine, si schianta con una Bugatti appena comprata contro un palo. Qualche decina di migliaia franchi in fumo? E che importa, l’importante è essere tutto intero. Si fa a piedi il resto del tragitto fino alla sala gremita dove era diretto prima dell’incidente e, davanti a migliaia di persone, vince con nonchalance un incontro di cartello, prima di tornare al concessionario con i soldi della borsa incassata e comprarsene un modello esattamente uguale.

Dopo aver conquistato il massimo alloro negli Stati Uniti, il panamense, che ormai si sente parigino a tutti i costi, nonostante i progetti del suo management, fa il diavolo a quattro per tornarsene sulle rive dell’amata Senna, dove ormai è una star al pari di Joséphine Baker (di cui è amico e con la quale ha più volte improvvisato qualche numero di cabaret) e dove tutti i grandi protagonisti dell’epoca assistono ai suoi match spellandosi le mani. E lui vince, talvolta stravince, nonostante l’alcolismo galoppante, nonostante abbia cominciato a esagerare con l’oppio e la polvere bianca, nonostante la sua mano destra sia sempre rotta e nonostante la sifilide lo devasti dall’interno. In un estenuante tour de force che lo rimbalza un giorno dopo l’altro in ogni angolo del vecchio continente e qualche volta anche oltreoceano, il poeta del ko va componendo i suoi ditirambi al fulmicotone sui quadrati di mezzo mondo, trasformandosi in un’icona di stile oltre che di sport, aiutato da un indubbia propensione per il lusso e la frivolezza e da una malcelata omosessualità, che lo spinge a presentarsi in pubblico in tenute sempre più sgargianti e ricercate e che, non di rado, gli aizza contro le ire di presunti fustigatori dei costumi. Al contempo, però, questa sua ricercatissima naïveté ne fa un protagonista assoluto all’ombra della torre Eiffel, dove tutti i personaggi più in vista, come si accennava, fanno a gara per entrare nella sua cerchia. Ci riesce uno degli uomini più geniali e contraddittori, Jean Cocteau, il quale, tra i massicci fumi d’oppio nel quale la sua mente sembra sempre galleggiare, vede in Al Brown l’incarnazione più vera e nello stesso più originale dell’Arte Pura. Ne nasce un sodalizio -secondo i più anche carnale- apparentemente assai improbabile, e che invece funziona per un sacco di tempo e del quale beneficia in primis lo stesso boxeur, che dopo la perdita dell’iride in uno dei periodi di massimo appannamento psico-fisico, spinto dall’amico-mentore, ritrova per un breve periodo lo smalto dei tempi migliori, sconfiggendo i pari-peso continentali più in auge fino a prendersi nel 1938 una sensazionale rivincita su quel Baltasar Sangchilli che tre anni prima lo aveva detronizzato. Da questo momento in poi, comincia la sua personalissima discesa all’inferno fatta di stravizi, catastrofi finanziarie e provvisorietà che prima lo strappa dalla cara vecchia Europa e infine lo proietta negli angoli più fetidi e pericolosi di Harlem, dove il grande campione va incontro al suo destino, non prima di aver ottenuto anche una discreta fama come circense e ballerino di tip tap, essersi esibito come cantante e batterista in gruppi jazz e in cabaret di quart’ordine, aver pelato patate in sgangherate navi cargo e trafficato stupefacenti.

Arroyo, grazie ad una scrittura dalla rara potenza immaginifica e nella quale lo slancio lirico ha spesso il sopravvento sulla pura e semplice narrazione degli eventi, segue questa parabola umana così segnatamente frenetica e votata all’implosione con malcelata empatia. Il ritratto di Al Brown che ne viene fuori ha tutta la forza e i le nuances delle sue opere pittoriche più riuscite, mentre il racconto, in sé per sé, fa pensare a certi personaggi de “La via del rhum” di Pécheral senza un make up ironico.

Se siete alla ricerca di una grande storia e di un eroe che renda più lieve la vostra nostalgia per tipi come Salomon Gursky, dovete comprarlo. Se “Il grande Gatsby” e il ritratto di quell’epoca vi ha inesorabilmente catturato, non dovreste proprio lasciarvelo sfuggire.