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Inediti 18.07.2012

Philippe Djian inedito. Assassini.

Philippe Djian, che Satisfiction ha già ospitato sulle sue pagine, non è solo l’autore di 37°2 al mattino, libro che lo ha reso famoso anche grazie alla riduzione cinematografica di Jean-Jacques Beinex con il titolo Betty Blue. Assassini, pubblicato in Francia nel 1994, è il suo dodicesimo volume, il primo della trilogia composta da Criminels e Sainte-Bob, che usciranno prossimamente, sempre da Voland. Qui proponiamo l’incipit di Assassini, tradotto per la casa editrice romana da Danele Petruccioli.

P.M.

.

Lavoravo per un assassino. Quel pensiero acquistava evidenza mentre mi sporgevo a guardare il fiume. Lavoravo per un assassino come molti in città, ma nessuno diceva niente.

Siamo tornati al camioncino senza una parola. La moglie ci ha aiutati a riempire il grosso surgelatore, omaggio della ditta dell’anno prima a tutto il circondario. Ormai, tanto valeva mettere via le canne da pesca una volta per sempre, ha detto lui. Non mi andava di stare a discutere. Gli agricoltori della zona sapevano di poter ottenere di più quando le cose peggioravano e le magagne venivano a galla, per esempio se i pesci affioravano a pancia all’aria. Così gli ho concesso una vassoiata supplementare di bistecche, petti di pollo e costolette di maiale.

– Va tutto bene. Risolveremo presto il problema – gli ho promesso.

– Potrei avere un cosciotto d’agnello? – ha chiesto la moglie.

– Per il nostro anniversario di matrimonio.

All’assassino per cui lavoravo, i contadini piacevano. Questi lo avrebbero senz’altro intenerito, con il loro anniversario, e gli avrebbero strappato anche qualche bottiglia di vino buono.

Perciò le ho dato quello che voleva.

Ho continuato a distribuire viveri fin verso sera. I poderi coinvolti erano disseminati per diversi chilometri a valle. Certe volte venivo accolto con una cesta ricolma di cadaveri di pesce, così guadagnavamo tempo. Altrimenti mi scortavano fino a riva e dovevo sporgermi a guardare, perché ci tenevano a provarmi di non raccontare balle. Per me era uno spettacolo penoso, in quel periodo della mia vita.

La fabbrica si trovava dall’altro lato del fiume, sulle colline.

Il padre dell’assassino per cui lavoravo aveva avuto il buon gusto di costruirla in mezzo a un boschetto, così buona parte degli edifici erano nascosti. Dalla città si vedevano soltanto due enormi ciminiere, il cui fumo ci indicava la direzione del vento.

Di notte si stagliavano su un chiarore rosa arancio, una delle attrattive riconosciute della zona.

– Credevo che ormai fossimo protetti da simili disastri – ha detto.

Mi ha proposto di cenare insieme ma proprio non avevo appetito.

– Dài, fai uno sforzo.

Mi ha seguito in corridoio.

– Smettila, con questa mania dell’assassino… – mi sospirava alle spalle.

Mi ha accompagnato alla macchina.

– Marc, sono solo stanco. E non ho fame.

– Andiamo a bere qualcosa, almeno.

Aspettava che mi decidessi stringendosi al collo il bavero dell’impermeabile, con i capelli scompigliati da una raffica umida e improvvisa. L’ho osservato nello specchietto mentre la sbarra si alzava.

Il guardiano mi ha rivolto un cenno di saluto e ha storto la bocca guardando il cielo. Il fresco di quel principio di ottobre veniva da nordovest e annunciava un freddo precoce, un autunno di maltempo. Da Melloson, i grandi magazzini del centro, avevano già messo i calzettoni di lana in vetrina, insieme a grossi cappotti di cui si decantava la fodera isotermica.

Nel giardino accanto al mio, per nulla preoccupato delle scintille che gli volavano intorno, Thomas Vanledair teneva sotto controllo il suo barbecue. Per fortuna il vento spingeva l’odore verso il giardino dei Borrys, proteggendo il mio da rischi di incendio e fumi infernali.

– Lo strano di questo paese – ha affermato – è che c’è una legge per punire chi butta le cartacce in strada.

Non gli ho risposto, ma ho rallentato davanti a casa loro perché Jackie si era affacciata sulla soglia agitando il giornale verso di me.

– Ognuno pensi agli affari suoi – ha borbottato Thomas.

– Sei proprio un deficiente – ha sospirato Jackie.

– Senti, è grande abbastanza per fare come crede. E non è obbligato a dirlo a noi. Vuoi rispettare un minimo la vita privata degli altri, santo Iddio?

Lei ha scosso la testa. Poi ha alzato le spalle. Thomas ha abbassato lo sguardo sul barbecue, Jackie si avvicinava alla siepe in modo da escludere suo marito dalla conversazione.

– Santo cielo, Patrick, mi conosci, non è da me – mi ha rassicurato.

– Però sai com’è fatto lui, questa storia lo angoscia. È tanto grave?

– Non lo so. Abbiamo chiuso subito le paratoie. Di sicuro non sarà ai livelli dell’anno scorso, ma il prezzo del pesce rischia di salire, a meno di non volerlo usare per fabbricare colla.

– Eh sì, è un peccato… Anche se d’altra parte, vedi, non serve a niente. Gliel’ho detto, a Thomas: ‘Se non ci fossero i figli… In fondo, perché no?’ Non avevo idea di cosa parlasse, ma ho notato che guardava il secondo piano di casa mia. Mi sono anche girato per vedere se tutto era a posto, lassù. Il fantasma della madre di mia moglie non danzava sulla carta da parati. Tuttavia sono stato percorso da un brivido invisibile, prima di volgere di nuovo lo sguardo verso Jackie.

– Be’, mi auguro che non leggerai della mia morte sul giornale – ha scherzato. – Insomma, dimmi… non per essere indiscreta… ma a quanto la dài?

Thomas ha emesso un lamento indignato. Però non si è tappato le orecchie. Alla fine mi sono sporto verso di lei come se non avessi sentito bene.

– A quanto do cosa, scusa?

– Come vuoi, Patrick. Non sei obbligato a rispondermi. Fai finta che non abbia detto niente, va bene?

Quando è sparita dentro casa, ho rivolto a Thomas un sorriso incredulo.

– Mi sono perso qualcosa?

Con abile contorcimento, ha schivato uno sbuffo di fumo.

– Mangi con noi?

– Ma insomma, perché ce l’ha con me? No, grazie, devo assolutamente dare una sistemata al garage, bisogna che mi ci metta prima o poi.

– Ti darei una mano, ma se la prenderebbe con me. Lo vedi come fa? Va avanti e indietro con il giornale da quando sono tornato. Dico, porco cane! Non ho fatto in tempo a scendere dalla macchina e già mi aveva letto il tuo annuncio tre volte.

Eh, insomma, dopo la giornata che ci è toccata avevo ben altro di cui preoccuparmi, credi a me.

Avevo già aperto la mia copia e tentavo di piegarla a metà nonostante il vento.

– Le donne guardano il mondo con occhi diversi – continuava Thomas. – Quando noi ci buttiamo a testa bassa, loro frenano.

– Su! Fa’ vedere.

Sono corso al telefono di casa senza nemmeno perdere tempo ad accendere la luce, anche se ci si vedeva giusto quel tanto per fare il numero del giornale. Sono riuscito a parlare con un addetto.

– Oh, ecco l’errore – ho gridato. – Lei dice trentaquattro. Ma qui c’è scritto centotrentaquattro. Che è dove abito io. E non ci sono appartamenti in affitto a questo indirizzo.

– Ah. Davvero? In questo caso le porgo le mie scuse.

– E certo, spero vogliate almeno scusarvi.