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Inediti 16.04.2014

Piersandro Pallavicini anteprima. Una commedia italiana

127505Finalmente un romanzo che si legge come un romanzo. Lo so: di solito si usa dire “un saggio che si legge come un romanzo”, ma non è un lapsus. Perché di questi tempi è sempre più raro imbattersi in un romanzo che promette bene. Promette bene perché “Una commedia italiana” di Pallavicini ( in libreria da domani per Feltrinelli, pp. 309, euro 17) è un romanzo che fa respirare: ironico, divertente, anche irriverente, ma lontano dal cinismo che soffoca molta della nostra narrativa. Pallavicini, soprattutto dal precedente “Racconti per signora”, ha iniziato a comporre una commedia umana che lo fa entrare tra i neon-realisti, un neologismo che ho coniato per alcuni scrittori che hanno la forza di raccontarci un reale che appena diventato inchiostro sembra scomparire. Tutto il romanzo è venato da un’ironia che si rifà a quella di Marcello Marchesi, che non a caso Pallavicini cita più volte, ma con una marcia in più: un modernismo che rende il suo romanzo se possibile ancor più raffinato. Tra scenari narrativi contemporanei sospesi tra il cupo e l’ombelicale Pallavicini, invece, mette sulla scena della carta una “commedia italiana” che è dentro e al di fuori del tempo. Tra i miti degli anni ’60 (tra Milano e St. Tropez), le icone degli anni ’70 e il contemporaneo. In un romanzo che è indubbiamente comico, ma che rivela un’umanità che è sempre più difficile trovare di questi giorni.

Gian Paolo Serino

 

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La scomparsa della Montblanc

 

Suoniamo allo studio del notaio Depero che sono le dieci e tre quarti. Ho la nausea. Papà ha fatto lo slalom sull’autostrada del Brennero, da Mezzocorona a Rovereto è stato tutto uno sparare raffiche di abbaglianti e sorpassare a destra chi non si scostava. Mai meno di centosettanta all’ora. A Edo si sono spettinate anche le basette. Nostro padre invece sembra ringiovanito di dieci anni. Sarà l’adrenalina. Saremmo anche arrivati in orario in città, ma siccome papà non ha il navigatore – io non mi faccio rompere i coglioni da un televisorino, ipse dixit – e siccome il centro storico è zona a traffico limitato, abbiamo dovuto lasciar giù la Jaguar, chiedere, arrampicarci per le stradine in porfido. Insomma un quarto d’ora di ritardo, tra l’altro con un sole e un’afa che sembra di essere tornati a Milano. Ci apre un’impiegata in jeans e magliettina, seccata. Ci fa aspettare in anticamera. Fuori l’Africa e qui dentro aria condizionata a diciotto gradi. Mio padre si stringe il fularino al collo e alza il bavero della camicia come un coatto di borgata. È adesso che entra il notaio Depero. Che è un ometto in giacca pied-de-poule, farfallino, baffetti dannunziani, scarpe tipo Brogue, equipaggiate di rimarchevole tacco. Saluta a mezza bocca, accigliato come un medico di fronte a un caso grave, e guarda l’orologio.

Mio padre, gioviale, gli porge la mano. “E cazzo ma sei in forma smagliante! Quant’è che non ci vediamo? Fammi contare: la casa l’abbiamo tirata su nel sessantanove, l’atto per il terreno l’abbiamo fatto qui da te nel sessantasette…”

Non lascia la mano del notaio mentre aggrotta la fronte e ci pensa.

“Fanno cinquantatré anni! Ti ricordi?”

Il notaio tira via la mano e lo fissa. Mio padre:

“Ci davamo del tu, giusto?”.

“Era il sessantasette, ho appena verificato l’atto. Fanno quarantacinque anni e noi non ci davamo proprio niente,

perché all’epoca c’era mio padre e io ero in prima elementare. Prego, se volete passare in studio, saremmo in ritardo.”

 

Passiamo sì. E mentre il notaio Depero ci precede stizzito, papà fa la boccuccia a culino di gallina e si tappa il naso con le dita. E dentro, dopo che ci siamo seduti su delle poltrone di stoffa qualunque, davanti a una scrivania dell’Ikea, il notaio con la puzza sotto il naso apre un faldone con scritto in bello svolazzo Pampaloni. E mio padre, come un prestigiatore, tira fuori una fi aschetta dalla tasca interna della giacca.

“Ne vuoi? Anzi scusi: ne vuole?” Svita il tappo, annusa. “Sublime.”

Io ed Edo ci guardiamo. Anche la fi aschetta, ora? Lui la porge al notaio, quello la rifiuta con una faccia disgustata, come se gli avessero offerto un sorso d’acqua di fogna. Papà inarca le sopracciglia, sistema il fularino, cura che il bavero della camicia sia ben alzato, beve.

alta montagna. ”

Depero non solo non commenta: nemmeno ci considera. Prende dal cassetto una Montblanc d’oro, antica, svita il cappuccio ornato di brillante, firma la serie di fogli protocollo del faldone. Poi finalmente alza gli occhi su di noi, in un anemico sguardo d’insieme.

“Ho altri clienti alle undici. Occorrerebbe accelerare un po’.”

E dunque inizia a leggere come una mitragliatrice l’atto con cui mio padre cede a noi la casa di Solària e la villa della Maggiolina. Papà prende un altro sorso e si schiarisce la voce.

“Lo sa che però la ricordavo meno stronzo?”

Poi si dà una manata in fronte.

“Ah scusi, no. Quello era suo padre.”

Il notaio ha sbattuto la Montblanc sulla scrivania ed è uscito sbattendo anche la porta. Io ho guardato il ghigno di mio padre e la lessa, interdetta espressione di mio fratello: ci ho messo un istante a capire che dovevo andare io a spiegare e ricucire. Ma mentre vado, attraversando una stanza arredata come la sala d’aspetto di un ambulatorio, e poi un’altra che pare l’ufficio di investment consulting di Bancoposta, mi ritrovo a provare un sordo rancore verso lo stizzito Depero.

La casa di Solària è stata costruita tra il ’69 e il ’70, quando ero alle elementari. Papà ci lasciava a Milano nei weekend, faceva avanti e indietro con la Valle del Cielo, scattava le foto. In settimana, non appena erano state sviluppate, ci mostrava la villa che cresceva, i piani frazionari, la stanza-trampolino che non aveva destinazione d’uso, i pannelli a scomparsa, i quadri con i pulsanti, le porte-paratia. Io, Edo e la mamma guardavamo increduli quella stramberia asimmetrica, quella congerie di parallelepipedi che sembrava costruita da un bambino capriccioso con un lego di soli mattoncini bianchi. E se i mobili della villa alla Maggiolina li aveva fatti su misura un falegname di Cantù – costosi, destinati a durare, rispettabili – per la villa di Solària, invece, papà aveva fatto il giro dei designer milanesi.

Era stata pronta nella primavera del 1970. A fine giugno c’eravamo trasferiti lì e c’eravamo rimasti per tutta l’estate, la mamma, Edo e io. Papà ci aveva portati su con la Flavia 1800, si era fermato per una settimana a godersi regalmente il panorama dell’Italia in discesa sotto i suoi piedi e poi, come in un film di Risi, era ripartito in Lancia, strombazzando e salutando con la mano dal finestrino mentre spariva giù dalla discesa. Era stata la nostra prima vacanza nella Valle del Cielo, e la nostra prima vacanza lunga tre mesi. Perché, cosa facevamo, prima? Dove andavamo, in vacanza, quando la villa di Solària non esisteva ancora? Un’estate l’avevamo trascorsa in albergo a Cortina, ma tre settimane, non di più, e un’altra estate eravamo andati due settimane al Grand Hotel di Riccione. No, non Costa Azzurra: Romagna. Così raccontava mia madre. Da quando papà ha aperto la fabbrica, diceva, siamo stati bene. Ma facevamo i signori, non i miliardari.

A Milano c’era la villa, avevamo Zagabria in casa, avevamo la Lancia 1800 coupé e mio padre, solo per lui, e per qualche viaggetto con la mamma, aveva la Giulietta Spider. Niente Porsche, niente Ferrari. Niente scappate in Lamborghini al Covo di Nord Ovest, niente motoscafo a Portofino. Niente villa per i fine settimana sul Lago Maggiore, niente appartamento a Cannes, Parigi, Londra, Saint Moritz. Non eravamo i Pirelli, gli Agnelli, e nemmeno i Redaelli. Eravamo i Pampaloni, avevamo una fabbrica di formaggi con settantacinque dipendenti, e come massimo della pubblicità usciva un riquadro sul “Radiocorriere”, con una starlette dei fotoromanzi che addentava un Pampanino. La casa di Solària, l’architettura futuribile, l’arredamento come l’interno dell’astronave di Barbarella, le porte scorrevoli, i quadri di comando che fanno salire dal pavimento il secchiello del ghiaccio e il vassoio dei liquori: quello era il lusso di mio padre, il coronamento del suo personale boom economico, la cornice in cui si sentiva un re e si dimenticava di quanto era ed è invece sempre rimasto. Cioè un piccolo istrione della provincia di Pisa, con la fabbrichetta di latticini e, nell’ufficio, il diploma di perito in cornice. E mentre passavano gli anni e la fabbrica veniva ceduta, e la pensione arrivava e la mamma moriva, la futuribile villa si riempiva di guasti, di meccanismi inceppati, di ruggine. Ma era sempre la sua reggia, la sua ammiraglia, la sua astronave interstellare. Oggi, per un motivo che non si è ancora degnato di spiegarmi, è come se mio padre stesse abdicando. Come se stesse scrivendo l’atto della propria definitiva capitolazione. Consegnandolo nelle mani di un misero Depero.

È per questo che ora che trovo il notaio che misura a passetti nervosi l’ingresso io assumo la mia incarnazione Ave Ninchi e più che parlare ringhio. Mio padre sarà anche un vecchio pazzo vestito come un Gunter Sachs demente, ma gli sarebbero dovuti rispetto e cortesia. Anzi, sai che ti dico?

Pure deferenza, to’.

“Senta, Depero. Papà ha ottantadue anni. È vedovo da venti. Beve come una tromba delle scale e ha sintomi seri di demenza senile. Le chiedo scusa di persona e anche a suo nome per l’insulto di prima. Ma torniamo di là. Mi faccia la cortesia. E se dice qualche altra vaccata, come probabile, lei lo ignori. Faccia come se avesse dei tappi nelle orecchie. È la tecnica che uso io. Finiamo questa cosa in fretta, che lei ha un altro appuntamento e noi pure.”

Il notaio ha fatto due passetti indietro, mentre gli facevo la tirata. Mi sforzo di addolcire l’espressione. Ma resta comunque a distanza di sicurezza quando dice:

“Mi aveva avvisato, mio padre. Ha l’età del suo. Non lavora più, abita a Jesolo. Però è lucido come uno specchio. Una memoria da computer, mi spiego? Quando mi ha telefonato suo padre, due settimane fa, l’ho chiamato per sentire se si ricordava chi fosse questo dottor Pampaloni da Milano. E me l’ha detto: guarda che è un originale.”

“Mio padre non è laureato.”

Lui fa spallucce.

“Comunque sia è un originale lo stesso, su questo non ci piove. Lo sa che nel passaggio di proprietà ha fatto mettere una clausola? Entrambe le case non saranno vendibili finché lui è in vita. È la prima volta che mi capita in questo tipo di atto verso i familiari.”

Io lo guardo senza capire.

“Scusi, ma chi mai vuole vendergliele? A Milano ci abita, a Solària ci viene tre mesi l’anno, è la sua casa del cuore.”

“Non si sa mai. Le nuore. O così mi ha detto al telefono.” Rimango interdetta. Poi mi sovviene che la nuora di miopadre è Margareth e considero la cosa nella giusta prospettiva.

“E le case diventano per il sessanta per cento di suo fratello e per il quaranta sue. Anche questo è bizzarro. Ne era a conoscenza?”

Rimango interdetta di nuovo. Parecchio. In questa occasione, per considerare la cosa nella giusta prospettiva, devo aspettare di tornare di là e ascoltare il discorsetto di mio padre.