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Recensioni Autore: Gherardo Bortolotti / Transeuropa / pp. / € 8

Senza paragone

Recensione di Gianluca Garrapa
Senza paragone

Se c’è una difficoltà nella lettura di Senza paragone è, appunto, il fatto che non si possa paragonare a nessun altra cosa letta ultimamente. Oddio, la sperimentazione non è un fatto nuovo, ma se è per questo nemmeno la letteratura tout court è nata ieri.

Innanzitutto Senza Paragone sono 27 sequenze con tantissime virgole e nessun punto finale. Ogni virgola non solo scandisce il ritmo del respiro, e l’ordine caotico del pensiero, ma ci immette sempre in qualcosa di nuovo. Ogni virgola è un pollone, un rizoma, una radice da cui partono altre linee, altre microsequenze esistenziali. Se si dovesse fare un paragone iconico, ecco: prendete un albero e immaginate di seguirne lo sviluppo del seme fino alla chioma. Vi stupireste come da quel seme si siano sviluppati tronco, foglie, fiori, rami: consistenze diverse, simultaneità differenti, tutte afferenti a un unico complesso organismo. Un rappresentazione extraquotidiana in cui il massimo sforzo è teso a un minimo spostamento e l’equilibrio si genera da un radicato disequilibrio. È una tensione continua di forze contrapposte che mobilita spostamenti urbani e cinetiche interiori, pur con molte inerzie. Macrocosmi dentro microcosmi che a loro volta s’espandono in altri universi paralleli, o meglio, ortogonali. Un’antropologia teatrale dello scrivere che raffigura l’uomo prima di diventare scrittore e gli oggetti denotati universalmente prima che diventare connotati personalistici e straniati.

Bortolotti ha costruito questo albero di azioni quotidiane per spostamenti minimi e con il massimo dell’energia possibile, mettendo sulla scena del teatro interiore oggetti che appaiono anonimi e senza un significato particolare, perché sono significanti ‘teatrali’ e theatron, significa ‘andare oltre’; la polvere agli angoli in ombra nella stanza in cui dei corpi dormono, corpi il cui movimento genera pensieri, pensieri che accompagneranno visioni straniate del monitor in ufficio, ufficio dal quale si uscirà sfiorando macchine, per guadagnare la prossima pensilina dell’autobus, dove, molto in alto, la luce dell’azzurro del cielo diventa cosmo, polvere delle stelle, come quella sull’asfalto o quella all’angolo nella stanza. La vita quotidiana è extraquotidiana: l’occhio del narratore mette in scena persino il proprio sguardo senza prendere fiato, eppure senza ridondanza, certi oggetti appaiono ripetuti senza ossessione, ogni volta differenti, come attori che entrano escono e rientrano in scena. Per questo non c’è nulla di claustrofobico né di agorafobico: ogni stanza è dentro un appartamento ubicato in una zona alla cui periferia ci sono campagne, e zone commerciali che a loro volta restano aldilà del vetro di una macchina che le percorre. Ci sono spazi, insomma, scenici. E non solo l’osceno del delirio interiore: il pensiero del corpo che tutto muove, non ristagna nel solipsismo e nemmeno in presenti eterni. Il tempo germina. Lo spazio è frattalico. Ogni pausa è metonimica e ogni sguardo scivola, fluisce altrove, ma non si disperde, passa non diventa oblio. Centri affollati. Interiorità molteplici. Attraversamenti alieni che noi stessi compiamo insieme all’autore, sorprendendoci alle spalle del nostro stesso vedere. Se solo imparassimo a vedere come fa Bortolotti con il suo inquieto stare al mondo. A bere, con gli occhi, e con lo sguardo interiore, la ricchezza devastante e commovente del quotidiano che scivola, s’introietta nei luoghi di memorie, siano esse nelle macchine siano esse nella coscienza, nei monitor, nei cieli, nei tavoli, nel bancomat, nel vento, in permanente estasi nell’impermanente di quello che siamo, divenendo. E non c’è finale vero, per lo meno quel finale nessun essere umano potrà mai raccontarsi. Nulla finisce perché nulla comincia, se non per un comodità di pensiero, dalla quale però l’arte deve rifuggire. Quel finale che è corrente d’aria e ci sorprende, indirettamente, con una tenda gonfiata di vento nel trascorre dei mesi. Il vento che, a sua volta, trascende, e va oltre, ad libitum, in strutture perfettamente caotiche, nostalgiche, del futuro forse.