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Inediti 10.09.2014

Tommaso Labranca. Progetto Elvira. Dissezionando il vedovo

elviraCome uno squalo innamorato Tommaso Labranca gira intorno a Il vedovo, film del 1959 di Dino Risi, e lo racconta – cambiando angolature e punti di vista – in Progetto Elvira. Dissezionando Il vedovo, uscito da 20090. Un pasto narrativo (non chiamiamolo saggio, che lo limita) frutto di decine e decine di visioni, restituito da uno sguardo inesorabilmente preciso che è anche – intanto, prima di ogni altra cosa – forse uno dei modi più “nuovi” di raccontare. Labranca smonta e rimonta il film, segue da vicino Alberto Sordi/Albero Nardi, e con lui una città, un’era, un mondo. Buona visione, direbbe Enrico Ghezzi.

Paolo Melissi

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Non c’è nessun film che io abbia visto più volte del Vedovo. Al secondo posto c’è I mostri, sempre di Dino Risi. Al terzo La Dolce Vita che ha il difetto di non essere stato girato da Dino Risi.
Quando  mi  è  venuta  l’idea  di  scrivere  del Vedovo non avrei mai pensato di mettere insieme tutte queste parole. Volevo creare una breve traccia da seguire mentre si assisteva al film. Invece più andavo avanti, più le osservazioni aumentavano. E nonostante le tante visioni, continuavo a scoprire dettagli che negli anni mi erano sfuggiti.
L’idea di farne una traccia che seguisse l’andamento del film si è persa subito. Sono an dato avanti a intuizioni, richiami. Ho dato per scontato, a un certo punto, che chi decide di leggere un libro simile è perché conosce perfettamente il film cui è dedicato. Non avevo quindi bisogno di essere lineare e mi sono concesso il lusso di essere cubista. Per quanto riguarda il contenuto del libro, preciso che al di là del ricorso alle poche fonti disponibili, mi sono basato solo su mie impressioni. Sono certo che in alcuni punti le informazioni che fornisco sono errate, che le mie supposizioni non coincidono con la volontà di sceneggiatori e regista e che non sono stato in grado di vedere i riferimenti messi di proposito dagli autori nel loro film. Ho commesso errori? Me ne assumo ogni responsabilità. E, in fondo, «non mi interessa, Marchese.»

T-La

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Il grattacielo con le bretelle

Il vedovo comincia così. Con due signori che passeggiano in piazza Velasca, toponimo che dà il nome alla Torre. Tutti credono sia il contrario, che la piazza, che nulla ha più della piazza essendo ridotta a una striscia stretta e corta, prenda il nome dal grattacielo. Invece dietro entrambi c’è Juan Fernández de Velasco, governatore spagnolo di Milano nel primo Seicento, colui che vi fece costruire il primo teatro dedicato al melodramma. Si diffuse così l’amore per il genere che porterà alla costruzione della Scala e alla certezza, infondata, dei milanesi di saperne più degli altri n fatto di opera. Più del vedovo romano che per i funerali della moglie aveva assoldato Alberto Rabagliati per la messa funebre cantata.
«Lui?» sbotta Fenoglio, l’industriale che può permettersi il night. «Ma lì ci voleva un tenore lirico spinto!» Ignaro tanto di storia del XVII secolo quanto di opera del XIX, il Commendatore cammina avanti e indietro con il Marchese per consumare l’ultima lampadina. Cioè, sigaretta. «Credevo di aver detto sigaretta e invece ho detto lampadina». L’uomo che sta raccontando il suo strano sogno è il commendator Alberto Nardi, colpito da esaurimento nervoso. In una zona molto più periferica della città, in questo stesso momento Adriano Celentano si sta dedicando al rock ‘n’ roll e non ha ancora sviluppato quel sistema filosofico che lo porterà a cantare: «La nevrosi è di moda. Chi non l’ha ripudiato sarà.» Versi poco credibili, in quanto Alberto Nardi ha la nevrosi, ma lo ripudiano lo stesso. Moglie, amici della moglie, finanziatori della moglie e poi ebrei, inglesi, portoghesi: tutti contro di lui. Da quando è arrivato a Milano, il romano Nardi si è fatto milanese e ha scelto la vita non facile della città. Qui si lavora sempre, dicono, e tutta questa operosità influisce sui nervi come dimostrano i suoi so gni e le sue lampadine senza filtro. Però vale la pena fare tutta quella fatica. Dalla fatica si generano soldi con cui si può abitare in centro, in un modernissimo grattacielo appena costruito.
Il  popolo  non  ha  apprezzato  molto  quella novità architettonica. Un grattacielo deve essere come quelli che si sono sempre visti al cinema nei film americani, tutti luccicanti di cristalli. Questo è un ammasso di cemento a vista. Vai a spiegare al popolo che si tratta di architettura brutalista. Quelli ti rispondono che sembra un «grattacielo con le bretelle».
Perché  ci  sono  travi  oblique  che  sostengono la testa dell’edificio quando la superficie dei piani aumenta. Nella parte stretta ci sono solo uffici. Negli spazi più grandi, dal diciottesimo al ventiseiesimo piano, ci sono gli appartamenti. Alberto Nardi abita al diciannovesimo piano di quel grattacielo. Forse non sa nemmeno che è stato disegnato da un celebre studio di architetti. Erano in quattro. Durante la guerra ne hanno deportati due nei campi di concentramento. Uno non è tornato, ma gli altri non toglieranno mai l’iniziale dalla sigla che si sono scelti come nome. Lo studio BBPR ha da poco consegnato, con ben 8 giorni di anticipo sui 300 previsti, la strabiliante Torre Velasca. Nel 1959 Milano è una città che cresce. Intorno ad Alberto Nardi che si destreggia tra i suoi guai finanziari nascono i grattacieli. Nel 1954 la Torre Breda, nel 1959 la Torre Galfa, nel 1960 il Pirelli. Poi per un po’, diciamo una cinquantina d’anni, l’idea del Centro Direzionale irto di grattacieli si è fermata. Ma si sta per fortuna recuperando. Nel 1958 si era aggiunta al gruppo anche la Torre Velasca, 106 metri, uno in meno del Duomo. Una tradizione, una legge dei tempi del fascismo e anche una motivazione pratica, ovvero il pericolo di costruire edifici troppo pesanti su un terreno fragile e ricco d’acqua come quello milanese, vietavano di costruire qualunque cosa che sovrastasse la Madonnina. Vige qualcosa di simile anche a Roma, e di certo il giovane e noto industriale Alberto Nardi conosce quella tradizione che vieta di costruire edifici più alti di San Pietro. Ma a Milano non si fanno fermare dalle tradizioni.
Non si deve andare oltre la quota cui si trova la Madonnina? Bene, allora spostiamo la Madonnina. Così quando il Pirellone ha superato la cattedrale di 20 metri, l’arcivescovo si è messo sotto il braccio una copia della statua dorata e l’ha portata in cima al nuovo edificio. Quando, molti anni dopo, Palazzo Lombardia ha raggiunto i 161 metri, un altro arcivescovo ha preso la Madonnina taroccata dal Pirelli e l’ha trasportata lì.
Per questo, avrà pensato il Nardi, Milano è la città in cui posso farmi strada, qui anche la religione segue l’imprenditoria, senza pastoie e senza paura per il nuovo. Non si creda sia sacrilegio. Ci sono casi in cui gli imprenditori meneghini sono molto rispettosi delle tradizioni religiose. Quelli nel ramo  alimentare,  per  esempio,  amano  il  3 febbraio, giorno in cui si celebra san Biagio, invocato  come  protettore  della  gola  perché pare avesse salvato un bambino che stava per soffocare a causa di una lisca di pesce. I vecchi milanesi credevano che al mattino di quel giorno bastasse mangiare un pezzetto di panettone conservato da Natale per preservarsi dal mal di gola.
I  tanti  immigrati  giunti  in  città  insieme  al Nardi  non  conoscevano  quell’usanza  e  gli imprenditori nel ramo alimentare gliel’hanno raccontata con una variante. Il pezzo di panettone non deve essere conservato dalle festività, ma comprato ai primi di febbraio, così da smaltire gli invenduti. Guardando il panorama dal diciannovesimo piano della Torre Velasca dove abita lui, Alberto Nardi, incantato da tutto quel pragmatismo, avrà capito che quella era la sua città e «che la mia strada è quella dei grandi affari.
Sono venuto con delle idee chiare. Vi propongo un affare da un miliardo da concludere entro due mesi. Prendete una cassa, sedetevi e ascoltate!» Sì, una cassa. Perché le sedie sono state portate via dall’ufficiale giudiziario durante un pignoramento, mentre lui era impegnato nella «settimana di mistica solitudine». Ma non saranno simili inutili dettagli arredativi a fermare il Nardi nella città dove, in nome del progresso e del guadagno, si gabbano li santi.