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Inediti 09.07.2012

Veronica Tomassini inedita. Il polacco Maciej.

L’Origine, il big bang, è Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino di Chiristiane F. (uscito da Rizzoli). Quello che si dice il caso in cui un libro può “cambiare” la vita, se davvero la vita possa “cambiare”. Un libro “seminale” per Veronica Tomassini, che aveva esordito da Laurana con Sangue di cane (2001). Ora esce, nella collana digitale “Feltrinelli Zoom”, il suo Il polacco Maciej: uomo di camion e vodka che vive in Sicilia, fuggito dalla terra d’origine. Veronica Tommasini sta con tutti i Maciej, col dolore, con la sofferenza.

P.M.

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 La luce era spessa, era ostinata, una luce di settembre. Il capo canuto dell’uomo brillava, bianco come la neve, e lucido rifletteva il chiarore. Maciej però non amava che le tenebre. Stava solo Maciej. A Konskie faceva l’autotrasportatore, soltanto che alla vodka ci teneva eccome. Il tir camminava spedito, dalla Russia alla Germania, viaggiava con migliaia di conserve di caviale. Peccato che Maciej non avesse assaggiato altro in vita sua che zuppa di patate. Il carico finì per rovesciarsi un bel giorno, i gendarmi alla frontiera erano tesi e minacciosi, e la tensione sarebbe esplosa se l’uomo fosse rimasto lì impalato, invece che fuggire. Sotto il cargo giaceva schiacciato il graduato Kosma Leonardowicz, suo compaesano. Fu una sfortuna. Maciej si diede alla macchia. Però non ne parlava spesso. Non aveva il modo, non aveva altro che il cane smagrito al fianco. La stazione di provincia gli sembrò il ricovero ideale. Le grandi città non facevano per lui, nemmeno in Italia. I polacchi erano pericolosi, peggio che nei sobborghi di Legionowo. Quando incontrò Janina viveva a Siracusa, piccolo centro del sud est siciliano, da due anni. Maciej divideva la panca del parco pubblico con Alì, il tunisino che gestiva la distribuzione di vino e cartoni. Stavano insieme solo la mattina. Il resto della giornata Maciej rimaneva da solo, discorreva da consumato beone, gesticolava, bestemmiava, anche ai semafori, senza vendere nulla, se non i suoi nostalgici occhi grigi. Non faceva altro che stendere la mano, non puliva i vetri, non lucidava i paraurti. Niente. Era orgogliosamente ubriaco, superbamente polacco. Janina aveva un brutto muso, aveva il viso spigoloso e lo sguardo cattivo; portava un bel paio di tette e quando camminava le spalle le teneva diritte e le rotondità premevano sulla maglia leggera che usava sempre, color carta da zucchero. Sembravano sicuri, certi di una fierezza polacca che ostentavano come un passaporto per il mondo. Maciej attraversava il crocicchio con passo insolente e non barcollava; Janina rimaneva dietro e voltava gli occhi a destra e sinistra, inarcando il sopracciglio. Pare che la notte facessero l’amore nei vagoni dei treni, nei binari morti, e c’erano altri borderline con loro. Il giovedì e la domenica incontravano le vecchie badanti dell’est, molte di Konskie, del paese di Maciej. Janina rimediava le sigarette, un paio di consumazioni nel baretto dei giardini, qualche rivista polacca, “Poludnie” (Mezzogiorno) ad esempio, e altri giornaletti scandalistici. Janina era un affare comodo. “Maciej, ritorna in te” lo supplicava il sacerdote del vecchio quartiere in missione sulle strade, le stesse immonde strade di Maciej e di Janina. Maciej sorrideva beffardamente, arricciandosi i baffetti chiari, ben regolati. Non conversavano Maciej e Janina. L’uomo era sempre del parere che ad imprecare gli riuscisse meglio da solo e da solo commentava, riflettendo su deboli immagini del passato e rincorrendo alla rinfusa, senza troppa enfasi, quel che restava della sua memoria affettiva. Il sacerdote in missione non si dava pace, c’è un progetto di salvezza, dobbiamo salvarci, l’un con l’altro, declamava salvezza, padre Eusebio, conosciuto ai più per le sue omelie militanti. Padre Eusebio doveva salvare Janina, doveva salvare Maciej, asciugare il volto del Cristo, questo è il senso, rifletteva, asciugare le lacrime di ogni lercio, “siamo dentro una parabola evangelica, aprite gli occhi” andava enunciando. Così prese Janina in disparte. Siracusa era stranamente afosa, la donna non faceva resistenza, era al parco con Alì che distribuiva come al solito cartoni e vino e che a Janina la notte, complice l’oscurità nei vagoni abbandonati, riservava un trattamento speciale. Janina non era sporca come Ewa o Aniela, loro dormivano in strada da anni, erano talmente derelitte che nessuno se le caricava più. Janina al contrario reggeva e alzava sempre il sopracciglio con sfrontatezza. “Sei madre Janina?” le chiese con dolcezza il religioso. “Sì, vero. E alòra?” ribatté scontrosa. E aggiunse: “Figlio mio, Lukasz, morto. Comprato lui machìna americana, e no parlare padre suo” accelereva il fiato e asciugava la saliva dagli angoli della bocca con il dorso della mano. “Lukasz, machìna vuoleva da bambino. Credi me, prete? Ojciec Eusebio, fatto debiti. Andata di Polonia per debiti e perché Lukasz morto con machìna”. “Janina cara, hai fede?’” “A Radom noi andati chiesa per rabia; partito guardava noi, io no paura. Polacchi no paura”. “Perché Janina adesso vuoi buttarti via?” “Io, prete? Io partire di Polonia, con Maciej. Lui lavorare per soldi e partire di Polonia”.

Giangiacomo Feltrinelli editore Milano